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GIAMPIERO BONIPERTI
di Alberto Rossetto
Parlare di Boniperti vuol dire ripercorrere cinquant'anni di storia juventina, vale a dire circa la metà degli anni della nostra Juve.
Il futuro presidentissimo deve la sua carriera principalmente a quattro persone, due medici, un giornalista e Felice Placido Borel II, detto Farfallino, allora allenatore bianconero; infatti il medico condotto di Barengo (luogo di nascita di Boniperti) era stato compagno di scuola del dottor Voglino, all'epoca dirigente della Juventus. Quest'ultimo invitò a vedere il provino del giovane novarese anche il celebre giornalista di Tuttosport Carlin, al secolo Carlo Bergoglio, una delle firme che ha fatto la storia del giornalismo sportivo italiano. Inoltre il giorno dell'esame pioveva a dirotto, cosa che non poteva far che piacere a chi era abituato alle risaie; il risultato fu addirittura esaltante e nacque il Boniperti calciatore.

Esordì nella massima serie nelle ultime sei partite della stagione 1946/47, esattamente il 2 marzo 1947 dove, narrano le cronache, fallisce una rete contro il Milan. Rete che arriverà l'8 giugno ai danni della Sampdoria, la prima delle 178 segnate con la maglia bianconera a cui si affiancano quelle con la maglia azzurra. A proposito fu l'unico italiano convocato nella rappresentativa del "Resto d'Europa" che nell'ottobre del 1953 pareggiò 4-4 a Wembley in un'epoca in cui l'Inghilterra era ancora la regina del calcio. Due reti di quella serata portano la sua firma.

La vita di Giampiero Boniperti sembra in effetti una favola: trovò la strada giusta, la squadra giusta e la città giusta; segnò i gol giusti nei momenti giusti. Fu un calciatore esemplare avendo alle spalle una vita altrettanto esemplare e regolare. Arretrò a centrocampo al momento giusto, divenendo il sublime direttore d''orchestra di una Juventus che incantava le folle, la sua intesa con Charles e Sivori era semplicemente perfetta e si concretizzò con lo scudetto del 1957/58, quello della stella. Era la Juventus di Mattrel, Corradi, Garzena, Emoli, Ferrario, Colombo, Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori e Stacchini, ma soprattutto era la Juve di capitan Boni.
Sivori mal tollerava la fisiologica leadership di Boniperti, si limitò a vincere delle battaglie, ben sapendo che la guerra era persa in partenza: Boniperti in campo aveva già messo una sorta di scrivania.

Il suo ritiro agonistico arrivò all'improvviso, con il dodicesimo tricolore: al termine della famosa gara con l'Inter e terminata 9-1 (per i nerazzurri segnò l'esordiente Sandro Mazzola su rigore) consegnò le scarpe ad un allibito magazziniere dicendo che non avrebbe mai più giocato a calcio! Aveva solo 33 anni ed un fisico ancora integro, ma la sua serietà non gli permise di assistere ad un inevitabile declino, non avrebbe sopportato il fatto di non essere più utile alla sua amata Juve. Qualche anno dopo, un francese, con la stessa maglia e lo stesso numero, ripeterà la stessa scelta……

Ma Boniperti non può stare lontano dalla Juventus e la Juve non può essere tale senza di lui ed il 5 novembre 1969 viene nominato amministratore delegato; il calcio sta cambiando per effetto della trasformazione dei clubs in società per azioni, occorrono idee chiare ed esperienza e gli Agnelli richiamano il "vecchio" condottiero.
Inizia così la seconda esperienza bonipertiana in seno alla Juve; ai cinque scudetti vinti da calciatore se ne aggiungono i nove vinti da presidente e soprattutto entrano finalmente nella bacheca di Galleria S.Federico e succesivamente di Piazza Crimea, le Coppe Internazionali.

Al gesto scaramantico di incrociare le dita nello scoccare un tiro a rete si sostiuirà quello di "fuggire" dalla tribuna alla fine del primo tempo per rifugiarsi in auto dove ascoltare, in compagnia dell'autista, il resto della partita sulle frequenze di "Tutto il calcio….".
Sceglie come proprio collaboratore Pietro Giuliano, tanto modesto quanto fondamentale, mentre per la conduzione tecnica si affidò dapprima a "soluzioni interne", Vycpalek e Parola (esclusa la sfortunata parentesi di Picchi, stroncato da un male incurabile), poi, all'indomani di un campionato gettato alle ortiche in modo sciagurato, chiamò un giovane milanese alla guida della squadra: Giovanni Trapattoni. Una Juve con cinque punti di vantaggio ma dilaniata da polemiche interne, si fece rimontare in tre partite dal Torino ed a fine stagione a farne le spese furono Parola (dolorosamente per lo stesso Boniperti, visto che fu il suo primo maestro) ed i dissidenti Capello ed Anastasi (dolorosamente per i tifosi), ma ancora una volta venne fatta la cosa giusta al momento giusto.
Venne a formarsi, da quella prima stagione 1977/78, un binomio inscindibile e vincente, sotto la sapiente "regia telefonica" di Giovanni Agnelli; furono gettate le basi per un esaltante periodo ricco di successi, impreziosito dall'arrivo di monsieur Platini dal St.Etienne che, ad onor del vero, fu acquistato solo grazie al diretto intervento, leggasi esborso, dell'avvocato Agnelli.

Qui si dovrebbe aprire una breve parentesi sulla "parsimoniosa e meticolosa" gestione patrimoniale di Boniperti. In pratica trasferiva nel calcio la sua concezione economica del mondo; proveniendo dalle risaie era solito fare le classiche nozze con i fichi secchi, sempre con un occhio di riguardo al bilancio della Società Juventus, sempre attento a non far compiere alla Società follie economiche, per quel pudore tipico delle genti contadine piemontesi che provano davanti ai quattrini. Secondo Boniperti i calciatori dovevano essere pagati e remunerati il giusto, l'onore veniva dal fatto che si vestiva la maglia bianconera: sante parole!

Sulla presunta avarizia bonipertiana circolano un paio di aneddoti. Il primo riguarda un premio a scelta che gli Agnelli volevano conferire all'allora capitano e Boniperti chiese nove mucche da trasferire nella sua fattoria di Barengo; lo stupore durò soltanto fino alla scelta dei capi di bestiame. Quando Giovanni Agnelli vide che il "biondino" optò per nove mucche gravide, capì, una di volta di più, con chi aveva a che fare!
Il secondo aneddoto riguarda una scommessa fatta con un giornalista prima di una trasferta ad Udine. Piero Molino, il giornalista in questione, pronosticava una facile vittoria, mentre lo scaramantico centravanti era di parere contrario, oggetto della scommessa ben cinque cravatte da regalarsi alla parte avversa.
La Juve vinse in Friuli ed in seguito i giorni passarono senza che Boniperti onorasse l'impegno, nonostante le ripetute sollecitazioni del giornalista. Infine, dopo tre mesi, giunse sulla scrivania di Molino un sobrio pacchetto di carta contenente cinque cravatte dai colori impossibili che a quel tempo i cinesi vendevano per le strade di Torino al grido "cinque clavatte, una lila". La scommessa era stata rispettata ed a poco prezzo!

Qualche anno prima Boniperti, coadiuvato da Italo Allodi, aveva visto giusto nell'investire in una serie di giovani che da lì a poco sarebbero giunti ai vertici: Spinosi, Morini, Furino, Causio, Bettega, seguiti via via dai vari Scirea, Cabrini, Tardelli, tanto per citarne alcuni.
Dopo l'addio del Trap, ci fu la parentesi di Marchesi, quindi Boniperti decise di rifondare per l'ennesima volta la squadra e chiamò in panchina un ex "mostro sacro", SuperDino Zoff affiancato dal grande Gaetano Scirea. Era sicuramente una Juventus votata al successo, ma purtroppo un destino crudele non permise il compimento del nuovo progetto bonipertiano .
In quegli anni anche la famiglia Agnelli fu stregata dai nuovi profeti del calcio che sorgevano all'orizzonte, sulla scia del Milanpigliatutto all'olandese. Boniperti, che già cominciava a non riconoscersi in un calcio fatto di sponsor e di procuratori, si mise da parte ed il risultato fu l'umiliante e fallimentare stagione di maifrediana memoria.
Per salvare il salvabile gli Agnelli tornarono sui propri passi e si affidarono ancora una volta alla saggezza contadina di Boniperti. In realtà il presidentissimo era già stato superato dai tempi, soprattutto a causa dell'introduzione dello svincolo. Lui che era da sempre abituato a risolvere la pratica ingaggi in una giornata con il solito blitz a Villar Perosa durante la preparazione estiva, doveva ora dialogare con procuratori, emissari, sponsor personali e quant'altro. Così i tifosi juventini videro sfumare acquisti dati per certi (Mannini, Vialli, Vierchwood, Gullit e Donadoni), ma, ancora sotto la guida del Trap, arrivò una Coppa Uefa che rappresentò l'ultimo trofeo vinto da Giampiero Boniperti alla presidenza.

Il resto è storia recente, ma il mito e l'ombra di Giampiero Boniperti aleggia sempre sulla "sua" Juventus, vuoi per paragonarne lo stile o le vittorie, e non a caso il sondaggio promosso nell'ambito delle celebrazioni per Juvecentus lo hanno eletto juventino del secolo.

SITO NON UFFICIALE
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