Parlare
di Boniperti vuol dire ripercorrere cinquant'anni di storia
juventina, vale a dire circa la metà degli anni della
nostra Juve.
Il futuro presidentissimo deve la sua carriera principalmente
a quattro persone, due medici, un giornalista e Felice Placido
Borel II, detto Farfallino, allora allenatore bianconero; infatti
il medico condotto di Barengo (luogo di nascita di Boniperti)
era stato compagno di scuola del dottor Voglino, all'epoca dirigente
della Juventus. Quest'ultimo invitò a vedere il provino
del giovane novarese anche il celebre giornalista di Tuttosport
Carlin, al secolo Carlo Bergoglio, una delle firme che ha fatto
la storia del giornalismo sportivo italiano. Inoltre il giorno
dell'esame pioveva a dirotto, cosa che non poteva far che piacere
a chi era abituato alle risaie; il risultato fu addirittura
esaltante e nacque il Boniperti calciatore.
Esordì
nella massima serie nelle ultime sei partite della stagione
1946/47, esattamente il 2 marzo 1947 dove, narrano le cronache,
fallisce una rete contro il Milan. Rete che arriverà
l'8 giugno ai danni della Sampdoria, la prima delle 178 segnate
con la maglia bianconera a cui si affiancano quelle con la
maglia azzurra. A proposito fu l'unico italiano convocato
nella rappresentativa del "Resto d'Europa" che nell'ottobre
del 1953 pareggiò 4-4 a Wembley in un'epoca in cui
l'Inghilterra era ancora la regina del calcio. Due reti di
quella serata portano la sua firma.
La vita di Giampiero Boniperti sembra in
effetti una favola: trovò la strada giusta, la squadra
giusta e la città giusta; segnò i gol giusti
nei momenti giusti. Fu un calciatore esemplare avendo alle
spalle una vita altrettanto esemplare e regolare. Arretrò
a centrocampo al momento giusto, divenendo il sublime direttore
d''orchestra di una Juventus che incantava le folle, la sua
intesa con Charles e Sivori era semplicemente perfetta e si
concretizzò con lo scudetto del 1957/58, quello della
stella. Era la Juventus di Mattrel, Corradi, Garzena, Emoli,
Ferrario, Colombo, Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori
e Stacchini, ma soprattutto era la Juve di capitan Boni.
Sivori mal tollerava la fisiologica leadership di Boniperti,
si limitò a vincere delle battaglie, ben sapendo che
la guerra era persa in partenza: Boniperti in campo aveva
già messo una sorta di scrivania.
Il suo ritiro agonistico arrivò
all'improvviso, con il dodicesimo tricolore: al termine della
famosa gara con l'Inter e terminata 9-1 (per i nerazzurri
segnò l'esordiente Sandro Mazzola su rigore) consegnò
le scarpe ad un allibito magazziniere dicendo che non avrebbe
mai più giocato a calcio! Aveva solo 33 anni ed un
fisico ancora integro, ma la sua serietà non gli permise
di assistere ad un inevitabile declino, non avrebbe sopportato
il fatto di non essere più utile alla sua amata Juve.
Qualche anno dopo, un francese, con la stessa maglia e lo
stesso numero, ripeterà la stessa scelta
Ma Boniperti non può stare lontano
dalla Juventus e la Juve non può essere tale senza
di lui ed il 5 novembre 1969 viene nominato amministratore
delegato; il calcio sta cambiando per effetto della trasformazione
dei clubs in società per azioni, occorrono idee chiare
ed esperienza e gli Agnelli richiamano il "vecchio"
condottiero.
Inizia così la seconda esperienza bonipertiana in seno
alla Juve; ai cinque scudetti vinti da calciatore se ne aggiungono
i nove vinti da presidente e soprattutto entrano finalmente
nella bacheca di Galleria S.Federico e succesivamente di Piazza
Crimea, le Coppe Internazionali.
Al gesto scaramantico di incrociare le
dita nello scoccare un tiro a rete si sostiuirà quello
di "fuggire" dalla tribuna alla fine del primo tempo
per rifugiarsi in auto dove ascoltare, in compagnia dell'autista,
il resto della partita sulle frequenze di "Tutto il calcio
.".
Sceglie come proprio collaboratore Pietro Giuliano, tanto
modesto quanto fondamentale, mentre per la conduzione tecnica
si affidò dapprima a "soluzioni interne",
Vycpalek e Parola (esclusa la sfortunata parentesi di Picchi,
stroncato da un male incurabile), poi, all'indomani di un
campionato gettato alle ortiche in modo sciagurato, chiamò
un giovane milanese alla guida della squadra: Giovanni Trapattoni.
Una Juve con cinque punti di vantaggio ma dilaniata da polemiche
interne, si fece rimontare in tre partite dal Torino ed a
fine stagione a farne le spese furono Parola (dolorosamente
per lo stesso Boniperti, visto che fu il suo primo maestro)
ed i dissidenti Capello ed Anastasi (dolorosamente per i tifosi),
ma ancora una volta venne fatta la cosa giusta al momento
giusto.
Venne a formarsi, da quella prima stagione 1977/78, un binomio
inscindibile e vincente, sotto la sapiente "regia telefonica"
di Giovanni Agnelli; furono gettate le basi per un esaltante
periodo ricco di successi, impreziosito dall'arrivo di monsieur
Platini dal St.Etienne che, ad onor del vero, fu acquistato
solo grazie al diretto intervento, leggasi esborso, dell'avvocato
Agnelli.
Qui si dovrebbe aprire una breve parentesi
sulla "parsimoniosa e meticolosa" gestione patrimoniale
di Boniperti. In pratica trasferiva nel calcio la sua concezione
economica del mondo; proveniendo dalle risaie era solito fare
le classiche nozze con i fichi secchi, sempre con un occhio
di riguardo al bilancio della Società Juventus, sempre
attento a non far compiere alla Società follie economiche,
per quel pudore tipico delle genti contadine piemontesi che
provano davanti ai quattrini. Secondo Boniperti i calciatori
dovevano essere pagati e remunerati il giusto, l'onore veniva
dal fatto che si vestiva la maglia bianconera: sante parole!
Sulla presunta avarizia bonipertiana circolano
un paio di aneddoti. Il primo riguarda un premio a scelta
che gli Agnelli volevano conferire all'allora capitano e Boniperti
chiese nove mucche da trasferire nella sua fattoria di Barengo;
lo stupore durò soltanto fino alla scelta dei capi
di bestiame. Quando Giovanni Agnelli vide che il "biondino"
optò per nove mucche gravide, capì, una di volta
di più, con chi aveva a che fare!
Il secondo aneddoto riguarda una scommessa fatta con un giornalista
prima di una trasferta ad Udine. Piero Molino, il giornalista
in questione, pronosticava una facile vittoria, mentre lo
scaramantico centravanti era di parere contrario, oggetto
della scommessa ben cinque cravatte da regalarsi alla parte
avversa.
La Juve vinse in Friuli ed in seguito i giorni passarono senza
che Boniperti onorasse l'impegno, nonostante le ripetute sollecitazioni
del giornalista. Infine, dopo tre mesi, giunse sulla scrivania
di Molino un sobrio pacchetto di carta contenente cinque cravatte
dai colori impossibili che a quel tempo i cinesi vendevano
per le strade di Torino al grido "cinque clavatte, una
lila". La scommessa era stata rispettata ed a poco prezzo!
Qualche anno prima Boniperti, coadiuvato
da Italo Allodi, aveva visto giusto nell'investire in una
serie di giovani che da lì a poco sarebbero giunti
ai vertici: Spinosi, Morini, Furino, Causio, Bettega, seguiti
via via dai vari Scirea, Cabrini, Tardelli, tanto per citarne
alcuni.
Dopo l'addio del Trap, ci fu la parentesi di Marchesi, quindi
Boniperti decise di rifondare per l'ennesima volta la squadra
e chiamò in panchina un ex "mostro sacro",
SuperDino Zoff affiancato dal grande Gaetano Scirea. Era sicuramente
una Juventus votata al successo, ma purtroppo un destino crudele
non permise il compimento del nuovo progetto bonipertiano
.
In quegli anni anche la famiglia Agnelli fu stregata dai nuovi
profeti del calcio che sorgevano all'orizzonte, sulla scia
del Milanpigliatutto all'olandese. Boniperti, che già
cominciava a non riconoscersi in un calcio fatto di sponsor
e di procuratori, si mise da parte ed il risultato fu l'umiliante
e fallimentare stagione di maifrediana memoria.
Per salvare il salvabile gli Agnelli tornarono sui propri
passi e si affidarono ancora una volta alla saggezza contadina
di Boniperti. In realtà il presidentissimo era già
stato superato dai tempi, soprattutto a causa dell'introduzione
dello svincolo. Lui che era da sempre abituato a risolvere
la pratica ingaggi in una giornata con il solito blitz a Villar
Perosa durante la preparazione estiva, doveva ora dialogare
con procuratori, emissari, sponsor personali e quant'altro.
Così i tifosi juventini videro sfumare acquisti dati
per certi (Mannini, Vialli, Vierchwood, Gullit e Donadoni),
ma, ancora sotto la guida del Trap, arrivò una Coppa
Uefa che rappresentò l'ultimo trofeo vinto da Giampiero
Boniperti alla presidenza.
Il resto è storia recente, ma il
mito e l'ombra di Giampiero Boniperti aleggia sempre sulla
"sua" Juventus, vuoi per paragonarne lo stile o
le vittorie, e non a caso il sondaggio promosso nell'ambito
delle celebrazioni per Juvecentus lo hanno eletto juventino
del secolo.
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