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Il
piccolo grande uomo del centrocampo bianconero a dispetto della
sua statura, 1,69 m., in campo fu un gigante; oltre ad essere un
feroce intenditore, gran combattente e marcatore asfissiante era
anche tatticamente disciplinato: toccava a lui presidiare la difesa
nella posizione di libero quando Scirea si sganciava in avanti.
Furino, originario di Palermo, cresce praticamente nella Juventus
dove inizia nella Scuola Calcio, gli allora N.A.G.C., e dopo i prestiti
a Savona (dove inizialmente viene schierato all'ala sinistra!) e
Palermo, entra nella rosa titolare nel 1969 per uscirne solo nel
1984, non prima di aver "allevato" e designato quale suo successore
il biondo "settepolmoni " Massimo Bonini.
Da quando riceve il testimone dal suo predecessore Luis Del Sol,
altro mediano che correva per
tutti, ha tempo di vincere con la sua seconda pelle ben otto scudetti
(recordman assoluto), due Coppa Italia, una Coppa Uefa ed una Coppa
delle Coppe, più il Mundialito Club del 1983, arrivando a totalizzare
la bellezza di 528 presenze complessive.
Fu Boniperti ad intuire le qualità del futuro capitano, mentre Rabitti,
Picchi e Vycpalek ebbero il merito di saperlo valorizzare nei fatti;
in poco tempo diventa il propulsore del centrocampo juventino ed
il trascinatore di quella squadra che si bea delle incornate vincenti
di Bettega , dei funambolismi di Causio o dei guizzi di Tardelli.
Ma è Beppe Furino il capitano carismatico di quella squadra, è lui
il vero leader dello spogliatoio dove viene sempre indicato come
esempio da Boniperti e dal Presidentissimo Furino assorbe in pieno
la sua filosofia del calcio: arrendersi mai e dopo una vittoria
pensare immediatamente a preparare la successiva. Per il popolo
bianconero, su suggerimento di Vladimiro Caminiti (giornalista sportivo
anch'egli panormita), diventa "Furia", per gli altri invece è "il
mediano più cattivo d'Italia" e Furino non si tira mai indietro,
rosicchia il cranio agli avversari e quando c'è da attaccar briga
è sempre presente.
I tifosi avversari lo patiscono e lo rispettano accogliendolo con
salve di fischi, soprattutto a Milano, luogo in cui Furia giocava
una partita nella partita: era lui contro avversari e spettatori
(che non mancava mai di salutare a modo suo prima di rientrare negli
spogliatoi.). Il suo modo di giocare, oscuro e particolarmente dedito
allo spirito di sacrificio, a dispetto delle tantissime presenze
lo porta a realizzare reti col contagocce.
Una in particolare però si rivelerà di importanza enorme, cioè quella
realizzata al Napoli alla quart'ultima di campionato della stagione
1976-77. Sabato 30 aprile al Comunale di Torino va in scena l'anticipo
di campionato contro i partenopei, la Juve, che stava sprintando
per il tricolore con il Torino ed era impegnata anche in Coppa Uefa,
era reduce dal pareggio di Perugia
ed aveva quindi necessità assoluta di vincere; segna Bettega, pareggia
nella ripresa Massa, la Juve vacilla, il Napoli la mette sotto mentre
un autentico nubifragio si abbatte sul campo. Ad una manciata di
minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si stava
ormai materializzando, ecco che tra grandine e fango spunta la zampata
vincente del capitano che ridarà morale e fiducia alla squadra.
Se tanto gloriosa è stata la carriera bianconera di Furino, quasi
impalpabile e conflittuale fu quella con la maglia azzurra: fallì
l'esordio di Genova contro la Bulgaria nella Nazionale di Bernardini,
tecnico che stimava non poco lo juventino, fece parte della rappresentava
italiana ai mondiali messicani del 1970 dove però Valcareggi non
lo prese in pratica in considerazione. In seguito i suoi rapporti
con i vertici federali e con il mondo del calcio in generale si
andarono incrinando sempre più a causa del modo di "interpretare" le partite da parte di Furino, il quale rispondeva alle critiche
con un dignitoso silenzio e riversando tutto il suo ardore e la
sua sapienza tattica nella causa juventina.
Ritiratosi dalla vita agonistica rifiuta la carriera di allenatore
perché non ritiene necessario che qualcuno a Coverciano gli insegni
tramite una lavagna i fondamenti tattici del calcio (in effetti
con alle spalle oltre cinquecento presenze ad altissimo livello..)
e rimane quindi nella famiglia juventina come visionatore di futuri
giovani talenti. Antesignano dei valori "di una vita da mediano",
dove l'egoismo ed il virtuosismo passano in second'ordine rispetto
allo spirito di squadra, Furino nella sua lunga e gloriosa carriera
ha, volente o nolente, aperto gli occhi a tanti critici, dimostrando
che si può essere campioni anche senza essere eleganti.
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