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Giuseppe Furino, indomito capitano
di Alberto Rossetto

Il piccolo grande uomo del centrocampo bianconero a dispetto della sua statura, 1,69 m., in campo fu un gigante; oltre ad essere un feroce intenditore, gran combattente e marcatore asfissiante era anche tatticamente disciplinato: toccava a lui presidiare la difesa nella posizione di libero quando Scirea si sganciava in avanti. Furino, originario di Palermo, cresce praticamente nella Juventus dove inizia nella Scuola Calcio, gli allora N.A.G.C., e dopo i prestiti a Savona (dove inizialmente viene schierato all'ala sinistra!) e Palermo, entra nella rosa titolare nel 1969 per uscirne solo nel 1984, non prima di aver "allevato" e designato quale suo successore il biondo "settepolmoni " Massimo Bonini.
Da quando riceve il testimone dal suo predecessore Luis Del Sol, altro mediano che correva per tutti, ha tempo di vincere con la sua seconda pelle ben otto scudetti (recordman assoluto), due Coppa Italia, una Coppa Uefa ed una Coppa delle Coppe, più il Mundialito Club del 1983, arrivando a totalizzare la bellezza di 528 presenze complessive.
Fu Boniperti ad intuire le qualità del futuro capitano, mentre Rabitti, Picchi e Vycpalek ebbero il merito di saperlo valorizzare nei fatti; in poco tempo diventa il propulsore del centrocampo juventino ed il trascinatore di quella squadra che si bea delle incornate vincenti di Bettega , dei funambolismi di Causio o dei guizzi di Tardelli. Ma è Beppe Furino il capitano carismatico di quella squadra, è lui il vero leader dello spogliatoio dove viene sempre indicato come esempio da Boniperti e dal Presidentissimo Furino assorbe in pieno la sua filosofia del calcio: arrendersi mai e dopo una vittoria pensare immediatamente a preparare la successiva. Per il popolo bianconero, su suggerimento di Vladimiro Caminiti (giornalista sportivo anch'egli panormita), diventa "Furia", per gli altri invece è "il mediano più cattivo d'Italia" e Furino non si tira mai indietro, rosicchia il cranio agli avversari e quando c'è da attaccar briga è sempre presente.
I tifosi avversari lo patiscono e lo rispettano accogliendolo con salve di fischi, soprattutto a Milano, luogo in cui Furia giocava una partita nella partita: era lui contro avversari e spettatori (che non mancava mai di salutare a modo suo prima di rientrare negli spogliatoi.). Il suo modo di giocare, oscuro e particolarmente dedito allo spirito di sacrificio, a dispetto delle tantissime presenze lo porta a realizzare reti col contagocce.
Una in particolare però si rivelerà di importanza enorme, cioè quella realizzata al Napoli alla quart'ultima di campionato della stagione 1976-77. Sabato 30 aprile al Comunale di Torino va in scena l'anticipo di campionato contro i partenopei, la Juve, che stava sprintando per il tricolore con il Torino ed era impegnata anche in Coppa Uefa, era reduce dal pareggio di Perugia ed aveva quindi necessità assoluta di vincere; segna Bettega, pareggia nella ripresa Massa, la Juve vacilla, il Napoli la mette sotto mentre un autentico nubifragio si abbatte sul campo. Ad una manciata di minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si stava ormai materializzando, ecco che tra grandine e fango spunta la zampata vincente del capitano che ridarà morale e fiducia alla squadra.
Se tanto gloriosa è stata la carriera bianconera di Furino, quasi impalpabile e conflittuale fu quella con la maglia azzurra: fallì l'esordio di Genova contro la Bulgaria nella Nazionale di Bernardini, tecnico che stimava non poco lo juventino, fece parte della rappresentava italiana ai mondiali messicani del 1970 dove però Valcareggi non lo prese in pratica in considerazione. In seguito i suoi rapporti con i vertici federali e con il mondo del calcio in generale si andarono incrinando sempre più a causa del modo di "interpretare" le partite da parte di Furino, il quale rispondeva alle critiche con un dignitoso silenzio e riversando tutto il suo ardore e la sua sapienza tattica nella causa juventina.
Ritiratosi dalla vita agonistica rifiuta la carriera di allenatore perché non ritiene necessario che qualcuno a Coverciano gli insegni tramite una lavagna i fondamenti tattici del calcio (in effetti con alle spalle oltre cinquecento presenze ad altissimo livello..) e rimane quindi nella famiglia juventina come visionatore di futuri giovani talenti. Antesignano dei valori "di una vita da mediano", dove l'egoismo ed il virtuosismo passano in second'ordine rispetto allo spirito di squadra, Furino nella sua lunga e gloriosa carriera ha, volente o nolente, aperto gli occhi a tanti critici, dimostrando che si può essere campioni anche senza essere eleganti.

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