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In principio non esistono né allenatori, né
preparatori tecnici, né tanto meno un sistema particolare
per tenersi in forma; tutti i giocatori lavorano o studiano,
si ritrovavano un paio di volte alla settimana al Velodromo
di Corso Re Umberto per gli allenamenti che vertevano in partitelle
e corse di velocità e/o resistenza. Quasi tutti praticavano
altri sport: canottaggio, pallone elastico, alpinismo, discipline
che permettevano ampiamente ai "pionieri" di rimanere
"dilettantescamente" in forma.
In quegli anni in cui il calcio era agli albori e la Juventus
un laboratorio in piena ebollizione la figura di Carlo Bigatto
rappresentò l'archetipo del giocatore-allenatore; fu
dopo la Grande guerra che avvenne l'ingaggio del primo trainer
professionista grazie al diretto interessamento del presidente
Edoardo Agnelli che nel 1923 preleva dal Savona Jeno Karoly.
Il tecnico magiaro ebbe un contratto in base al quale avrebbe
percepito 2.500 lire come anticipo, una settimana di vacanze
pagate ed un premio di 10.000 lire in caso di scudetto. Lo
scudetto arrivò subito (1926), ma Karoly non potè
mai riscuotere il premio perché morì cinque
giorni prima dell'ultima partita di spareggio contro il Bologna,
il 2 agosto 1926, che valse appunto il titolo (2-1 con reti
di Pastore e Vojak).
Inizialmente qualcuno mostrò perplessità, se
non addirittura ostilità, verso l'ungherese, ma Karoly
con abilità e competenza seppe plasmare la squadra,
convinse tutti con le sue lezioni illustrate di persona durante
gli allenamenti. Purtroppo poco dopo la seconda partita con
i felsinei venne colpito da paralisi cardiaca e non potè
assistere al trionfo dei suoi ragazzi.
Prima dell'avvento di Carlo Carcano, l'allenatore del prestigioso
quinquennio, ci fu un breve interregno dello scozzese George
Ajtken, dal 1928 al 1930. In quegli anni il calcio britannico
dettava legge ed aveva già effettuato il passaggio
dal "metodo" al "sistema". Ajtken portò
alla Juve una visione del calcio ancora inedita in Italia,
scientifica (attraverso il fuorigioco) e più dispendiosa
di energie (il cosiddetto interval training), pertanto fu
mal tollerato dall'indolenza di molti giocatori ancora poco
inclini alla fatica.
Il barone Mazzonis, alter ego del senatore Agnelli, provvide
a sostituirlo con l'alessandrino Carlo Carcano, ex difensore
dei grigi e della Nazionale, che dall'Alessandria si porta
dietro quel genio calcistico che rispondeva al nome di Giovanni
Ferrari. A Torino ferrari e Carcano trovarono altri autentici
furoriclasse come Cesarini, Orsi, Borel e via dicendo. Grande
allenatore-psicologo Carcano ha il grande ed indubbio merito
di tenere unito un gruppo formato da splendidi solisti, spesso
scapestrati nella vita privata, attraverso una lingua di gioco
comune: tutti erano cresciuti con con un unico indirizzo tattico
(naturalmente Carcano aveva rispolverato il "metodo"),
per nessuno esisteva un modo diverso di pensare il gioco e
di realizzarlo. Ne scaturì una compagine formata da
una difesa fortissima, una mediana elastica e funzionale ed
un attacco composto da autentici assi del pallone. Poi, improvvisamente,
nell'autunno del 1934 venne allontanato all'improvviso e la
squadra affidata nuovamente a Carlo Bigatto; su Carcano scese
il silenzio assoluto venato da pesanti insinuazioni sulla
sua vita privata e su certe sue particolari inclinazioni,
all'epoca mal tollerate.
Quando la grande squadra del quinquenni destinata a diventare
"la fidanzata d'Italia" invecchia, decade abbastanza
in fretta, per di più nel luglio del 1935 perisce a
Genova il senatore Edoardo Agnelli, allora presidente. Il
contraccolpo sarà pesantissimo, sia a livello psicologico
che a livello societario. La direzione tecnica venne affidata
ad ex calciatori, dapprima toccò a Viri Rosetta, poi
a Berto Caligaris, quindi a Felice Borel, poi nell'immediato
dopoguerra è la volta di Renato Cesarini a sedersi
in panchina, fino all'arrivo degli inglesi William Chalmers
e Jesse Carver.
Il primo, a ricordo dei più anziani juventini, era
un tipo stravagante e completamente incompetente, mentre il
secondo, che ricopriva all'epoca il ruolo di allenatore delle
Selezione B inglese, fu scelto da Giovanni Agnelli su consiglio
di sir Stanley Rous, presidente della federazione britannica.
Così Carver giunse a Torino nel 1949 e vinse il primo
scudetto del dopo Superga; il trainer inglese aveva le idee
molto chiare: lavoro duro con doppie sedute d'allenamento,
non solo corse ma anche molta "lavagna" per abituare
la squadra alla difesa a zona. Fu quello l'anno del terribile
1-7 in casa contro il Milan, ma i bianconeri alla fine del
torneo riuscirono a sopravvanzare di ben cinque punti proprio
i rossoneri. L'anno dopo la Juve non vinse, nell'autunno Carver
rilasciò un'intervista in cui attaccava aspramente
il dilettantismo della dirigenza (salva solo l'Avvocato),
suggerendo di cedere tutti i giocatori stranieri poco attaccati
ai colori sociali. Visto il clima di tensione che si era creato
tra tecnico, società e calciatori, la Juve tagliò
corto e Carver fece le valigie.
Un pugno di partite in panchina per il duo Combi-Bertolini,
fedelissimi sempre pronti all'"obbedisco", ed ecco
arrivare Giorgy Sarosi, ungherese con un grande passato da
centravanti nel Ferencvaros, laureato, allenatore di Bari
e Lucchese, venne contattato mentre si trovava negli Stati
Uniti. Difficoltà burocratiche fecero ritardare il
suo arrivo, debuttò il 2 dicembre 1951 nel derby, giorno
in cui vennero fisicamente istituite le panchine per i mister.
Sarosi volle con sé il preparatore atletico Comucci,
professore di ginnastica, la Juve seppe risalire la china
e vinse il campionato con un gioco spumeggiante, realizzando
98 reti in 38 partite.
Ma quella squadra non riuscì a ripetersi, anzi andò
incontro ad un profondo declino, via Sarosi gli subentrò
Aldo Olivieri, ex grande portiere azzurro, che poco potè
in quella situazione di totale disarmo. Infatti per problemi
di lavoro si dimette dalla presidenza Gianni Agnelli, per
questioni di bilancio furono ceduti tra gli altri Hansen e
Muccinelli ed anche Olivieri abbandonò gettò
la spugna.
A Sandro Puppo toccò l'ingrato compito di ereditare
tentare di riorganizzare una situazione letteralmente da "tabula
rasa", gli toccò lavorare in un ambiente depresso,
con una squadra che andava rifatta da cima a fondo: c'era
stato addirittura uno sciopero con tanto di minaccia di non
scendere in campo se non fosse stato corrisposto un premio
già prestabilito in precedenza.
La competenza tecnica di Puppo, piacentino con alle spalle
trascorsi anche nell'Ambrosiana e nel Venezia, purtroppo non
fu ripagata da altrettanta fortuna professionale, almeno nella
Juve. In seguito guiderà addirittura la nazionale turca
ai Mondiali del 1954 (pensate un italiano all'estero negli
anni Cinquanta!), poi il Barcellona e quindi entrò
a far parte del Centro tecnico di Coverciano.
I giovani allievi di Puppo, proprio in rapporto alla giovane
età, vennero soprannominati "puppanti"; tutti
avevano una gran voglia di far bene, ma la volontà
da sola non portava punti, tanto che la prima vittoria giunse
solo all'ottava giornata: Spesso Puppo, facendo di necessità
virtù, dovette pescare a piene mani dal vivaio per
riuscire a schierare undici giocatori in campo e fu un record
il numero di giovani da lui lanciati sul palcoscenico della
massima serie. In definitiva Puppo si rivelò un abile
traghettatore di una nave senza nocchiero limitando i danni
a discapito della propria carriera. Per porre termine a quell'autentico
scempio un giovanissimo Umberto Agnelli prese le redini della
società celebrando l'impresa con gli acquisti nientemeno
di Charles e Sivori. Per la panchina il dottore scelse lo
slavo Ljubisa Brocic, un vero globetrotter del pallone. Curiosamente
è proprio Brocic ad offrirsi alla guida della Juventus
attraverso una lettera e la sua intraprendenza venne premiata
nel 1957, previo adeguate informazioni s'intende.
Umberto Agnelli riporta subito la Juve sul trono d'Italia,
Brocic non solo comanda i vari Boniperti, Charles e Sivori,
ma fa anche esordire tra i pali un giovanissimo Mattrel; commise
però l'errore di fare la guerra ad un Sivori osannato
dai tifosi e super protetto dalla dirigenza e quando l'anno
successivo la Juve venne sonoramente battuta per 7-0 dal Wiener
in Coppa Campioni, lo jugoslavo venne congedato, con grande
soddisfazione del "Cabezon".
Fino al termine della stagione 1958-59 la guida tecnica fu
affidata a Baldo Depetrini che riuscì nella conquista
della Coppa Italia, quindi fu richiamato dall'Argentina (su
suggerimento di Sivori) Renato Cesarini.
Con il Cè torna d'incanto l'armonia e la Juve piazza
l'accoppiata scudetto-Coppa Italia, anche se, le cronache
dell'epoca riferiscono che "affidare una squadra di calcio
a Cesarini era come consegnare una cassaforte ad un ladro
chiedendogli di custodirla", eppure la Juve lo fece due
volte: come già detto nell'immediato dopoguerra e agli
inizi degli anni Sessanta. "E' l'unico che Sivori sopporta"
si diceva. E tanto bastava.
In ogni caso nel campionato 1960/61 anche Cesarini "salta";
dopo un avvio entusiasmante la solita eliminazione precoce
in Coppa campioni e due sconfitte consecutive in campionato
gli costano il posto: Gli subentra per un paio di mesi Carlo
Parola, finchè arriverà come direttore tecnico
Gunnar Gren, uno del famoso trio svedese del Milan, il quale,
nonostante si avvalesse della consulenza di Julius Korostolev,
paga a caro prezzo una sconfitta in casa della Sampdoria.
Dopo solo cento giorni lo svedese la scia nuovamente il posto
a Carlo Parola: infine sarà lo scudetto numero dodici,
quello del famoso Juve-Inter 9-1, ottenuto con la collaborazione
di ben quattro tecnici!
Il 1962 coincise con uno degli anni più difficili della
storia bianconera: all'abbandono di Boniperti si aggiungono
i ripetuti infortuni di Charles, la difesa incassò
la bellezza di 56 reti e l'intero campionato si rivelò
un incubo. A fine stagione, mentre Umberto Agnelli lascia
il timone a Vittore Catella, Parola venne rilevato da Paulo
Amaral, allenatore brasiliano nato a Rio de Janeiro. Questi
si presenta con la testa rasata ed un vistoso sfregio in volto
che ne accentua l'aspetto di uomo duro; ha un passato come
preparatore atletico con la nazionale brasiliana campione
del mondo in Svezia, come allenatore del Botafogo e del Vasco
de Gama. Alla Juventus porta in dote un inedito e faticoso
4-4-2 che all'inizio non tutti apprezzano e questa mancanza
di convinzione alla fine si concretizzerà nei quattro
punti di distacco dall'Inter scudettata. Il secondo posto,
unito alla conquista della Coppa delle Alpi, primo trofeo
vinto all'estero, è solo una breve illusione, l'anno
successivo la squadra ripiomba nell'anonimato ed a campionato
in corso la società affida la guida tecnica ad un altro
ex della storia bianconera: Eraldo Monzeglio. Gentiluomo di
altri tempi ma dai metodi anacronistici, Monzeglio incaricò
Sivori di dirigere il primo allenamento nel vano tentativo
di responsabilizzare l'argentino. I risultati furono naturalmente
discontinui e nel finale di stagione toccò ad Ercole
Rabitti, responsabile del settore giovanile, dirigere la squadra
in Coppa Italia. Si era nel 1964 quando entra a far parte
della famiglia juventina un uomo dal fisico asciutto e dai
metodi intransigenti che vinse uno scudetto leggendario: Heriberto
Herrera.
9 marzo 2003
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