RUBRICHE
Juventus Club Bianconerionline
Le nostre rubriche
La moviola delle 6 sorelle
Campioni del Passato
 
La Squadra
Dal 1897 ad oggi
Invia una cartolina animata
Sondaggi
Commenti dei tifosi
Links
Pubblicazioni
 
Mailing List
Chat
 
Webmaster
Il Club
La Redazione
Diventa nostro redattore
 


Pietro Anastasi
Roberto Bettega
Giampiero Boniperti
Giuseppe Furino
Michel Platini
Gaetano Scirea
I Grandi Portieri (I)
I Grandi Portieri (II)
I Difensori (I)
I Difensori (II)
I Centrocampisti (I)
I Centrocampisti (II)
Gli Attaccanti (I)
Gli Attaccanti (II)
Gli Attaccanti (III)
Gli Allenatori (I)
Gli Allenatori (II)
GLI ALLENATORI
PARTE PRIMA
di Alberto Rossetto

In principio non esistono né allenatori, né preparatori tecnici, né tanto meno un sistema particolare per tenersi in forma; tutti i giocatori lavorano o studiano, si ritrovavano un paio di volte alla settimana al Velodromo di Corso Re Umberto per gli allenamenti che vertevano in partitelle e corse di velocità e/o resistenza. Quasi tutti praticavano altri sport: canottaggio, pallone elastico, alpinismo, discipline che permettevano ampiamente ai "pionieri" di rimanere "dilettantescamente" in forma.
In quegli anni in cui il calcio era agli albori e la Juventus un laboratorio in piena ebollizione la figura di Carlo Bigatto rappresentò l'archetipo del giocatore-allenatore; fu dopo la Grande guerra che avvenne l'ingaggio del primo trainer professionista grazie al diretto interessamento del presidente Edoardo Agnelli che nel 1923 preleva dal Savona Jeno Karoly. Il tecnico magiaro ebbe un contratto in base al quale avrebbe percepito 2.500 lire come anticipo, una settimana di vacanze pagate ed un premio di 10.000 lire in caso di scudetto. Lo scudetto arrivò subito (1926), ma Karoly non potè mai riscuotere il premio perché morì cinque giorni prima dell'ultima partita di spareggio contro il Bologna, il 2 agosto 1926, che valse appunto il titolo (2-1 con reti di Pastore e Vojak).
Inizialmente qualcuno mostrò perplessità, se non addirittura ostilità, verso l'ungherese, ma Karoly con abilità e competenza seppe plasmare la squadra, convinse tutti con le sue lezioni illustrate di persona durante gli allenamenti. Purtroppo poco dopo la seconda partita con i felsinei venne colpito da paralisi cardiaca e non potè assistere al trionfo dei suoi ragazzi.
Prima dell'avvento di Carlo Carcano, l'allenatore del prestigioso quinquennio, ci fu un breve interregno dello scozzese George Ajtken, dal 1928 al 1930. In quegli anni il calcio britannico dettava legge ed aveva già effettuato il passaggio dal "metodo" al "sistema". Ajtken portò alla Juve una visione del calcio ancora inedita in Italia, scientifica (attraverso il fuorigioco) e più dispendiosa di energie (il cosiddetto interval training), pertanto fu mal tollerato dall'indolenza di molti giocatori ancora poco inclini alla fatica.
Il barone Mazzonis, alter ego del senatore Agnelli, provvide a sostituirlo con l'alessandrino Carlo Carcano, ex difensore dei grigi e della Nazionale, che dall'Alessandria si porta dietro quel genio calcistico che rispondeva al nome di Giovanni Ferrari. A Torino ferrari e Carcano trovarono altri autentici furoriclasse come Cesarini, Orsi, Borel e via dicendo. Grande allenatore-psicologo Carcano ha il grande ed indubbio merito di tenere unito un gruppo formato da splendidi solisti, spesso scapestrati nella vita privata, attraverso una lingua di gioco comune: tutti erano cresciuti con con un unico indirizzo tattico (naturalmente Carcano aveva rispolverato il "metodo"), per nessuno esisteva un modo diverso di pensare il gioco e di realizzarlo. Ne scaturì una compagine formata da una difesa fortissima, una mediana elastica e funzionale ed un attacco composto da autentici assi del pallone. Poi, improvvisamente, nell'autunno del 1934 venne allontanato all'improvviso e la squadra affidata nuovamente a Carlo Bigatto; su Carcano scese il silenzio assoluto venato da pesanti insinuazioni sulla sua vita privata e su certe sue particolari inclinazioni, all'epoca mal tollerate.
Quando la grande squadra del quinquenni destinata a diventare "la fidanzata d'Italia" invecchia, decade abbastanza in fretta, per di più nel luglio del 1935 perisce a Genova il senatore Edoardo Agnelli, allora presidente. Il contraccolpo sarà pesantissimo, sia a livello psicologico che a livello societario. La direzione tecnica venne affidata ad ex calciatori, dapprima toccò a Viri Rosetta, poi a Berto Caligaris, quindi a Felice Borel, poi nell'immediato dopoguerra è la volta di Renato Cesarini a sedersi in panchina, fino all'arrivo degli inglesi William Chalmers e Jesse Carver.
Il primo, a ricordo dei più anziani juventini, era un tipo stravagante e completamente incompetente, mentre il secondo, che ricopriva all'epoca il ruolo di allenatore delle Selezione B inglese, fu scelto da Giovanni Agnelli su consiglio di sir Stanley Rous, presidente della federazione britannica.
Così Carver giunse a Torino nel 1949 e vinse il primo scudetto del dopo Superga; il trainer inglese aveva le idee molto chiare: lavoro duro con doppie sedute d'allenamento, non solo corse ma anche molta "lavagna" per abituare la squadra alla difesa a zona. Fu quello l'anno del terribile 1-7 in casa contro il Milan, ma i bianconeri alla fine del torneo riuscirono a sopravvanzare di ben cinque punti proprio i rossoneri. L'anno dopo la Juve non vinse, nell'autunno Carver rilasciò un'intervista in cui attaccava aspramente il dilettantismo della dirigenza (salva solo l'Avvocato), suggerendo di cedere tutti i giocatori stranieri poco attaccati ai colori sociali. Visto il clima di tensione che si era creato tra tecnico, società e calciatori, la Juve tagliò corto e Carver fece le valigie.
Un pugno di partite in panchina per il duo Combi-Bertolini, fedelissimi sempre pronti all'"obbedisco", ed ecco arrivare Giorgy Sarosi, ungherese con un grande passato da centravanti nel Ferencvaros, laureato, allenatore di Bari e Lucchese, venne contattato mentre si trovava negli Stati Uniti. Difficoltà burocratiche fecero ritardare il suo arrivo, debuttò il 2 dicembre 1951 nel derby, giorno in cui vennero fisicamente istituite le panchine per i mister.
Sarosi volle con sé il preparatore atletico Comucci, professore di ginnastica, la Juve seppe risalire la china e vinse il campionato con un gioco spumeggiante, realizzando 98 reti in 38 partite.
Ma quella squadra non riuscì a ripetersi, anzi andò incontro ad un profondo declino, via Sarosi gli subentrò Aldo Olivieri, ex grande portiere azzurro, che poco potè in quella situazione di totale disarmo. Infatti per problemi di lavoro si dimette dalla presidenza Gianni Agnelli, per questioni di bilancio furono ceduti tra gli altri Hansen e Muccinelli ed anche Olivieri abbandonò gettò la spugna.
A Sandro Puppo toccò l'ingrato compito di ereditare tentare di riorganizzare una situazione letteralmente da "tabula rasa", gli toccò lavorare in un ambiente depresso, con una squadra che andava rifatta da cima a fondo: c'era stato addirittura uno sciopero con tanto di minaccia di non scendere in campo se non fosse stato corrisposto un premio già prestabilito in precedenza.
La competenza tecnica di Puppo, piacentino con alle spalle trascorsi anche nell'Ambrosiana e nel Venezia, purtroppo non fu ripagata da altrettanta fortuna professionale, almeno nella Juve. In seguito guiderà addirittura la nazionale turca ai Mondiali del 1954 (pensate un italiano all'estero negli anni Cinquanta!), poi il Barcellona e quindi entrò a far parte del Centro tecnico di Coverciano.
I giovani allievi di Puppo, proprio in rapporto alla giovane età, vennero soprannominati "puppanti"; tutti avevano una gran voglia di far bene, ma la volontà da sola non portava punti, tanto che la prima vittoria giunse solo all'ottava giornata: Spesso Puppo, facendo di necessità virtù, dovette pescare a piene mani dal vivaio per riuscire a schierare undici giocatori in campo e fu un record il numero di giovani da lui lanciati sul palcoscenico della massima serie. In definitiva Puppo si rivelò un abile traghettatore di una nave senza nocchiero limitando i danni a discapito della propria carriera. Per porre termine a quell'autentico scempio un giovanissimo Umberto Agnelli prese le redini della società celebrando l'impresa con gli acquisti nientemeno di Charles e Sivori. Per la panchina il dottore scelse lo slavo Ljubisa Brocic, un vero globetrotter del pallone. Curiosamente è proprio Brocic ad offrirsi alla guida della Juventus attraverso una lettera e la sua intraprendenza venne premiata nel 1957, previo adeguate informazioni s'intende.
Umberto Agnelli riporta subito la Juve sul trono d'Italia, Brocic non solo comanda i vari Boniperti, Charles e Sivori, ma fa anche esordire tra i pali un giovanissimo Mattrel; commise però l'errore di fare la guerra ad un Sivori osannato dai tifosi e super protetto dalla dirigenza e quando l'anno successivo la Juve venne sonoramente battuta per 7-0 dal Wiener in Coppa Campioni, lo jugoslavo venne congedato, con grande soddisfazione del "Cabezon".
Fino al termine della stagione 1958-59 la guida tecnica fu affidata a Baldo Depetrini che riuscì nella conquista della Coppa Italia, quindi fu richiamato dall'Argentina (su suggerimento di Sivori) Renato Cesarini.
Con il Cè torna d'incanto l'armonia e la Juve piazza l'accoppiata scudetto-Coppa Italia, anche se, le cronache dell'epoca riferiscono che "affidare una squadra di calcio a Cesarini era come consegnare una cassaforte ad un ladro chiedendogli di custodirla", eppure la Juve lo fece due volte: come già detto nell'immediato dopoguerra e agli inizi degli anni Sessanta. "E' l'unico che Sivori sopporta" si diceva. E tanto bastava.
In ogni caso nel campionato 1960/61 anche Cesarini "salta"; dopo un avvio entusiasmante la solita eliminazione precoce in Coppa campioni e due sconfitte consecutive in campionato gli costano il posto: Gli subentra per un paio di mesi Carlo Parola, finchè arriverà come direttore tecnico Gunnar Gren, uno del famoso trio svedese del Milan, il quale, nonostante si avvalesse della consulenza di Julius Korostolev, paga a caro prezzo una sconfitta in casa della Sampdoria. Dopo solo cento giorni lo svedese la scia nuovamente il posto a Carlo Parola: infine sarà lo scudetto numero dodici, quello del famoso Juve-Inter 9-1, ottenuto con la collaborazione di ben quattro tecnici!
Il 1962 coincise con uno degli anni più difficili della storia bianconera: all'abbandono di Boniperti si aggiungono i ripetuti infortuni di Charles, la difesa incassò la bellezza di 56 reti e l'intero campionato si rivelò un incubo. A fine stagione, mentre Umberto Agnelli lascia il timone a Vittore Catella, Parola venne rilevato da Paulo Amaral, allenatore brasiliano nato a Rio de Janeiro. Questi si presenta con la testa rasata ed un vistoso sfregio in volto che ne accentua l'aspetto di uomo duro; ha un passato come preparatore atletico con la nazionale brasiliana campione del mondo in Svezia, come allenatore del Botafogo e del Vasco de Gama. Alla Juventus porta in dote un inedito e faticoso 4-4-2 che all'inizio non tutti apprezzano e questa mancanza di convinzione alla fine si concretizzerà nei quattro punti di distacco dall'Inter scudettata. Il secondo posto, unito alla conquista della Coppa delle Alpi, primo trofeo vinto all'estero, è solo una breve illusione, l'anno successivo la squadra ripiomba nell'anonimato ed a campionato in corso la società affida la guida tecnica ad un altro ex della storia bianconera: Eraldo Monzeglio. Gentiluomo di altri tempi ma dai metodi anacronistici, Monzeglio incaricò Sivori di dirigere il primo allenamento nel vano tentativo di responsabilizzare l'argentino. I risultati furono naturalmente discontinui e nel finale di stagione toccò ad Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile, dirigere la squadra in Coppa Italia. Si era nel 1964 quando entra a far parte della famiglia juventina un uomo dal fisico asciutto e dai metodi intransigenti che vinse uno scudetto leggendario: Heriberto Herrera.

9 marzo 2003

SITO NON UFFICIALE
I marchi JUVENTUS, JUVE, JUVENTUS e scudetto, sono di esclusiva proprieta della Juventus F.C. SpA - www.juventus.it