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GLI ALLENATORI
PARTE SECONDA
di Alberto Rossetto

Heriberto Herrera predicava il "movimiento", un concetto che si traduceva semplicemente nel non arrendersi mai. Nato in Paraguay, aveva giocato come centromediano prima che un infortunio lo costrinse ad un precoce ritiro. Iniziò subito la carriera da allenatore in Spagna. Si presentò alla Juventus proclamando il suo credo: l'individuo è al servizio della squadra e non delle proprie ambizioni, meriti e demeriti si dividono per undici"; in base a questa filosofia per HH2 (così era stato ribattezzato per distinguerlo dall'Herrera interista) "Sivori e Coramini pari sono, anzi più si è pagati, più si deve dare l'esempio". Apriti cielo, comincia la guerra intestina tra il "sergente di ferro" e il "cabezon" che dividerà non poco anche la tifoseria, ma questa volta la società, nelle persone del presidente Catella e di Boniperti, si schierano apertamente con Heriberto e Sivori si accaserà a Napoli.

Heriberto, uomo dalla natura riservata e dai principi intransigenti, venne rapidamente adottato dai torinesi che si rispecchiavano pienamente in quel modo di agire ed anche i giocatori con il passar del tempo lo capirono, anche se li torchiava e non poco. Ma il "lavorare e ancora lavorare" lo applicava per primo su sé stesso, dando l'esempio ai giocatori: la sua vita privata fu sempre un mistero, tanto che alcuni sostenevano che fosse un monaco trappista. Il "movimiento" era un anticipo del calcio totale all'olandese, il giocatore doveva correre non soltanto con la palla tra i piedi, ma sempre e per tutti i novanta minuti, per smarcarsi, per sfiancare l'avversario. E seppur con una Juve minore i risultati arrivano, sempre a discapito dei più celebrati nerazzurri interisti: nel 1965 la Coppa Italia (1-0 rete di Menichelli) e nel 1967 il rocambolesco scudetto all'ultima giornata, quando la Juve batte in casa la Lazio per 2-1 (Bercellino e Zigoni) e l'Inter perde a Mantova con la clamorosa e storica papera di Giuliano Sarti. In più una sfortunata finale di Coppa delle Fiere persa con il Ferncvaros e la mitica semifinale di Coppa dei Campioni contro il Benfica: non male per una squadra senza stelle, ma che sapeva mandare in rete tutti quanti.

Herrera esaurisce il suo ciclo nel 1969 quando, seppur a malincuore, la società decise di cambiare allenatore e commise l'errore di chiamare Luis Carniglia, argentino di Buenos Aires con trascorsi alla guida di Real Madrid, Milan e Bologna. Ma "don Luis" è un personaggio troppo presuntuoso e arrogante, troppo diverso dal mondo Juve, e dopo un paio di mesi, in cui la Juve raggiunge il terz'ultimo posto in classifica, viene rilevato da Ercole Rabitti. È il 24 ottobre 1969; da quel momento la Juve, anche grazie all'innesto di Cuccureddu, risale la china arrivando anche ad insidiare il Cagliari stellare di "Rombo di tuono" che conquisterà uno storico scudetto. Rabitti, bravissimo allenatore con i giovani (lancerà tra gli altri Furino, Bettega e Causio) non regge lo stress della massima divisione al punto da scontrarsi anche con Boniperti ed a fine stagione non viene confermato.

Boniperti, ormai prossimo alla poltrona presidenziale, nell'estate del 1970 compì la celebre rivoluzione, ringiovanendo i ranghi con l'arrivo dei vari Capello, Morini, Novellini, Landini II, Spinosi e tanti altri. Consigliato dal general manager Italo Allodi volle come allenatore Armando Picchi, ex capitano della grande Inter morattiana ora tecnico della nuova era anche se appena trentacinquenne. Purtroppo il livornese lascerà solo intravedere la sua abilità, stroncato da un cancro scomparirà il 26 maggio 1971 non senza aver contribuito a gettare le basi della squadra anni Settanta.

A raccogliere il testimone del lavoro lasciato da Picchi fu Cestmir Vyckpalek chiamato personalmente da Boniperti che gli aveva offerto il settore giovanile, proiettato di colpo sul palcoscenico della serie A, Cesto conclude la prima stagione con un onorevole quarto posto, poi centra due scudetti consecutivi. Vyckpalek mostrò tutta la sua saggezza tattica imponendo un modulo misto uomo-zona, sfruttando al meglio le qualità della rosa a disposizione e sapendo sopperire benissiomo al grave infortunio che colpì Bettega nel 1971 a cui si aggiunse il dramma personale che colpì il boemo, vale a dire la morte del figlio Cestino perito nell'incidente aereo di punta Raisi. Zio Cesto, come ormai veniva chiamato nell'ambiente juventino, muore il 5 maggio 2003, giorno in cui la Juve si laurea Campione d'Italia per la ventiseiesima volta.

Dopo due scudetti consecutivi e la finale di Belgrado persa con l'Ajax, dopo un secondo posto dietro alla Lazio, dopo le batoste azzurre nel mondiale tedesco del 1974, Vycpalek viene sostituito da Carletto Parola, alla sua terza esperienza sulla panchina juventina. Bianconero fino al midollo, Parola allenatore mancò sempre di quel pizzico di grinta che gli avrebbe permesso di decollare in pieno. Infatti, pur vincendo lo scudetto del 1975, il suo nome è legato alla clamorosa rottura con la squadra avvenuta l'anno successivo che permise al Torino di aggiudicarsi in rimonta un'insperato titolo nonostante i cinque punti di svantaggio.
Boniperti non perdona a tecnico e giocatori uno sperpero del genere e giubila sia Parola che i calciatori ribelli. Venne quindi l'ora del Giuan, al secolo Giovanni Trapattoni, uno che da calciatore nel Milan aveva vinto tanto e si era permesso il lusso di fermare un certo Pelè e come allenatore era alle prime armi con la Primavera rossonera (sostituì Rocco squalificato nelle ultime sei giornate del 1972-73).

Se da calciatore il Trap ha vinto tanto, da allenatore della Juve ha vinto tutto, dal 1976 al 1986 la sua Juve ha collezionato 6 scudetti (esaltante ed irripetibile il primo, quello dei 51 punti), 2 coppe Italia, 1 Mundialito club e tutte le coppe internazionali. Il sodalizio tra lui e Boniperti rimarrà per sempre nella storia non della Juventus, ma del calcio italiano, a dimostrazione che anche nel calcio italiano si può emulare il modello inglese, dove il rapporto allenatore-dirigenti è duraturo e la programmazione viene fatta all'unisono, conciliando esigenze tattiche e di bilancio. A parole tutto funziona, in pratica... raramente.
In verità alcune scelte tattiche del Trap lasciano a volte sconcertati critica e tifosi, ma resta il fatto che sotto la sua guida la Juve ha riempito la bacheca di trofei e rimarrà a lungo nella mente quella esaltante cavalcata vittoriosa del 1977 con la conquista della prima Coppa Uefa e lo scudetto vinto con il record di punti ai danni del Torino.

Agnelli-Trapattoni-Boniperti era l'inizio di una formazione vincente già in ufficio e che trasferiva sul campo, la grinta, la competenza, lo stile, la volontà di non appagarsi mai che ha caratterizzato un'epoca. Da gran guascone qual è lascia la Juventus quando capisce che gli Invincibili hanno ormai esaurito il loro ciclo e si accasa all'Inter, prima di essere richiamato per cercare di riparare ai danni provocati dalla follia maifrediana. Altri tre anni in sella ai bianconeri, dal 1991 al 1994 e la conquista di una Coppa Uefa, poi le esperienze con Bayern, Cagliari, Fiorentina e Nazionale.

Per cercare di colmare il vuoto lasciato da Trapattoni, la dirigenza assume Rino Marchesi che deve confrontarsi sia con limiti personali (una compassatezza ai limiti dell'indifferenza) che con limiti tecnici di una squadra che non riesce a reggere il confronto con Napoli e Milan.

Terminato il biennio Marchesi, Boniperti decide di affidare la squadra ad un grande duo di ex calciatori-simbolo della storia juventina: Dino Zoff coadiuvato da Gaetano Scirea come allenatore in seconda.
SuperDino con la sua saggezza e sagacia tattica cerca in tutti i modi di arginare lo strapotere di Milan e Napoli con una rosa tecnicamente di molto inferiore. Vi riesce in parte il secondo anno, aggiudicandosi una inaspettata accoppiata composta da Coppa Italia (battendo in finale proprio il Milan) e Coppa Uefa.
Intanto Scirea perdeva la vita in Polonia andando a visionare il Gornik, prossimo avversario della Juve in Coppa, ma questa è una ferita che ancora deve riemarginarsi.

Per quanto riguarda le vicende tecniche, la squadra è un sol blocco con l'allenatore, Zoff viene rispettato ed ascoltato da tutti e piano piano i risultati si vedono; quando tutti si aspettano la riconferma del friulano ecco a ciel sereno il fulmine dell'assunzione di Luigi Maifredi, che l'Avvocato chiama per non mancare alla parola data un anno prima, vanificando così quanto Zoff stava faticosamente costruendo.

Capitò che anche in Juventus il credo sacchiano della zona pura ubriacasse qualche mente, scambiando l'abilità di giocatori al limite della perfezione con l'abilità di chi si sedeva in panchina. Davanti a questa svolta anche Boniperti si fa da parte, lasciando le redini al trio Montezemolo-Benedoni-Governato.
Così Maifredi, profeta del calcio-champagne ed artefice del miracolo Bologna, sfrutta la moda zonaiola del momento e da rappresentante di vini diventa l'allenatore della più famosa e amata squadra d'Italia.
Al termine della stagione 1990-91 non rimangono neanche le bollicine dell'acqua minerale, mai così in basso ed esclusione dalle coppe internazionali dopo ben 28 (ventotto) partecipazioni consecutive.
Conseguenza: epurazione totale di allenatore (?) e dirigenti, vengono richiamati Boniperti e Trapattoni a rimettere ordine.

Nel secondo periodo dell'avventura bianconera la stella trapattoniana è in declino, il tecnico di Cusano Milanino non riesce a gestire al meglio i talenti di Roby Baggio e Moeller, non riesce a motivare un Gianluca Vialli spaesato e forse anche un po' svogliato dopo i fasti sampdoriani. Va comunque riconosciuta a Trapattoni la scoperta di Torricelli e Di Livio che si riveleranno dei pilastri.

E con il 1994 sono nove gli anni senza scudetto… ma nell'estate di quell'anno la nuova dirigenza composta da Bettega, Moggi e Giraudo ufficializza l'ingaggio di Marcello Lippi, tecnico viareggino con un palmeres alle spalle onesto ma non certo straordinario. La critica è scettica (Sivori lo definisce l'allenatore più carino d'Italia…) ed invece al primo anno il "Bel Marcello" fa subito centro e con un gioco spumeggiante sfrutta al meglio la novità dei tre punti per vittoria. Inizia così l'epopea del tecnico viareggino fatta di un successo dietro l'altro, alimentati da una fame di vittorie insaziabile che porterà la Juve prima sul trono d'Europa e poi su quello mondiale.
Sempre concentrato e vigoroso nel lavoro, Lippi rimane sempre guardingo verso l'esterno ed a certa stampa non le manda sicuramente a dire, anzi, a volte non dice proprio nulla trincerandosi dietro al silenzio-stampa.
Una chiave dei successi lippiani è il perfetto amalgama tra vecchi e nuovi, la capacità di valorizzare appieno le potenzialità dei singoli (rigenera Vialli, fa di Carrera il perno della difesa, prolunga le carriere di Ferrara e Conte), responsabilizza figure di secondo piano (Ravanelli e Padovano) inventa nuove soluzioni (il primo Sousa playmaker, Tudor centrocampista, oggi Zambrotta terzino). Nello spogliatoio sa parlare chiaro: esistono gli insostituibili, ma dà spazio e fiducia a tutti purché ne venga ripagato, in caso di sconfitta è sempre il primo ad assumersene la responsabilità.

Nel 1999 la squadra accusa una naturale e fisiologica flessione, si inceppano i meccanismi, le cose che prima accadevano con naturalezza adesso non riescono, ma l'ambiente juventino è completamente impreparato ad affrontare una semplice crisi di risultati. Lo spogliatoio si spacca, la critica-avvoltoio non aspetta altro che avventarsi sulla preda e dopo una sconfitta con il Parma, Lippi rassegna le dimissioni. Ma cosa sarebbe successo se Fonseca non avesse fallito la facile occasione del 2-1?
Dopo due anni e mezzo di purgatorio con uno scudetto buttato letteralmente alle ortiche dopo aver avuto nove punti di vantaggio, società e tecnico capiscono l'errore di irruenza compiuto e le strade di Lippi e Juventus si ricongiungono. Per ripercorrere un cammino di successi.

18 aprile 2003

SITO NON UFFICIALE
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