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Heriberto Herrera predicava il "movimiento", un
concetto che si traduceva semplicemente nel non arrendersi
mai. Nato in Paraguay, aveva giocato come centromediano prima
che un infortunio lo costrinse ad un precoce ritiro. Iniziò
subito la carriera da allenatore in Spagna. Si presentò
alla Juventus proclamando il suo credo: l'individuo è
al servizio della squadra e non delle proprie ambizioni, meriti
e demeriti si dividono per undici"; in base a questa
filosofia per HH2 (così era stato ribattezzato per
distinguerlo dall'Herrera interista) "Sivori e Coramini
pari sono, anzi più si è pagati, più
si deve dare l'esempio". Apriti cielo, comincia la guerra
intestina tra il "sergente di ferro" e il "cabezon"
che dividerà non poco anche la tifoseria, ma questa
volta la società, nelle persone del presidente Catella
e di Boniperti, si schierano apertamente con Heriberto e Sivori
si accaserà a Napoli.
Heriberto, uomo dalla natura riservata e dai principi intransigenti,
venne rapidamente adottato dai torinesi che si rispecchiavano
pienamente in quel modo di agire ed anche i giocatori con
il passar del tempo lo capirono, anche se li torchiava e non
poco. Ma il "lavorare e ancora lavorare" lo applicava
per primo su sé stesso, dando l'esempio ai giocatori:
la sua vita privata fu sempre un mistero, tanto che alcuni
sostenevano che fosse un monaco trappista. Il "movimiento"
era un anticipo del calcio totale all'olandese, il giocatore
doveva correre non soltanto con la palla tra i piedi, ma sempre
e per tutti i novanta minuti, per smarcarsi, per sfiancare
l'avversario. E seppur con una Juve minore i risultati arrivano,
sempre a discapito dei più celebrati nerazzurri interisti:
nel 1965 la Coppa Italia (1-0 rete di Menichelli) e nel 1967
il rocambolesco scudetto all'ultima giornata, quando la Juve
batte in casa la Lazio per 2-1 (Bercellino e Zigoni) e l'Inter
perde a Mantova con la clamorosa e storica papera di Giuliano
Sarti. In più una sfortunata finale di Coppa delle
Fiere persa con il Ferncvaros e la mitica semifinale di Coppa
dei Campioni contro il Benfica: non male per una squadra senza
stelle, ma che sapeva mandare in rete tutti quanti.
Herrera esaurisce il suo ciclo nel 1969 quando, seppur a
malincuore, la società decise di cambiare allenatore
e commise l'errore di chiamare Luis Carniglia, argentino di
Buenos Aires con trascorsi alla guida di Real Madrid, Milan
e Bologna. Ma "don Luis" è un personaggio
troppo presuntuoso e arrogante, troppo diverso dal mondo Juve,
e dopo un paio di mesi, in cui la Juve raggiunge il terz'ultimo
posto in classifica, viene rilevato da Ercole Rabitti. È
il 24 ottobre 1969; da quel momento la Juve, anche grazie
all'innesto di Cuccureddu, risale la china arrivando anche
ad insidiare il Cagliari stellare di "Rombo di tuono"
che conquisterà uno storico scudetto. Rabitti, bravissimo
allenatore con i giovani (lancerà tra gli altri Furino,
Bettega e Causio) non regge lo stress della massima divisione
al punto da scontrarsi anche con Boniperti ed a fine stagione
non viene confermato.
Boniperti, ormai prossimo alla poltrona presidenziale, nell'estate
del 1970 compì la celebre rivoluzione, ringiovanendo
i ranghi con l'arrivo dei vari Capello, Morini, Novellini,
Landini II, Spinosi e tanti altri. Consigliato dal general
manager Italo Allodi volle come allenatore Armando Picchi,
ex capitano della grande Inter morattiana ora tecnico della
nuova era anche se appena trentacinquenne. Purtroppo il livornese
lascerà solo intravedere la sua abilità, stroncato
da un cancro scomparirà il 26 maggio 1971 non senza
aver contribuito a gettare le basi della squadra anni Settanta.
A raccogliere il testimone del lavoro lasciato da Picchi
fu Cestmir Vyckpalek chiamato personalmente da Boniperti che
gli aveva offerto il settore giovanile, proiettato di colpo
sul palcoscenico della serie A, Cesto conclude la prima stagione
con un onorevole quarto posto, poi centra due scudetti consecutivi.
Vyckpalek mostrò tutta la sua saggezza tattica imponendo
un modulo misto uomo-zona, sfruttando al meglio le qualità
della rosa a disposizione e sapendo sopperire benissiomo al
grave infortunio che colpì Bettega nel 1971 a cui si
aggiunse il dramma personale che colpì il boemo, vale
a dire la morte del figlio Cestino perito nell'incidente aereo
di punta Raisi. Zio Cesto, come ormai veniva chiamato nell'ambiente
juventino, muore il 5 maggio 2003, giorno in cui la Juve si
laurea Campione d'Italia per la ventiseiesima volta.
Dopo due scudetti consecutivi e la finale di Belgrado persa
con l'Ajax, dopo un secondo posto dietro alla Lazio, dopo
le batoste azzurre nel mondiale tedesco del 1974, Vycpalek
viene sostituito da Carletto Parola, alla sua terza esperienza
sulla panchina juventina. Bianconero fino al midollo, Parola
allenatore mancò sempre di quel pizzico di grinta che
gli avrebbe permesso di decollare in pieno. Infatti, pur vincendo
lo scudetto del 1975, il suo nome è legato alla clamorosa
rottura con la squadra avvenuta l'anno successivo che permise
al Torino di aggiudicarsi in rimonta un'insperato titolo nonostante
i cinque punti di svantaggio.
Boniperti non perdona a tecnico e giocatori uno sperpero del
genere e giubila sia Parola che i calciatori ribelli. Venne
quindi l'ora del Giuan, al secolo Giovanni Trapattoni, uno
che da calciatore nel Milan aveva vinto tanto e si era permesso
il lusso di fermare un certo Pelè e come allenatore
era alle prime armi con la Primavera rossonera (sostituì
Rocco squalificato nelle ultime sei giornate del 1972-73).
Se da calciatore il Trap ha vinto tanto, da allenatore della
Juve ha vinto tutto, dal 1976 al 1986 la sua Juve ha collezionato
6 scudetti (esaltante ed irripetibile il primo, quello dei
51 punti), 2 coppe Italia, 1 Mundialito club e tutte le coppe
internazionali. Il sodalizio tra lui e Boniperti rimarrà
per sempre nella storia non della Juventus, ma del calcio
italiano, a dimostrazione che anche nel calcio italiano si
può emulare il modello inglese, dove il rapporto allenatore-dirigenti
è duraturo e la programmazione viene fatta all'unisono,
conciliando esigenze tattiche e di bilancio. A parole tutto
funziona, in pratica... raramente.
In verità alcune scelte tattiche del Trap lasciano
a volte sconcertati critica e tifosi, ma resta il fatto che
sotto la sua guida la Juve ha riempito la bacheca di trofei
e rimarrà a lungo nella mente quella esaltante cavalcata
vittoriosa del 1977 con la conquista della prima Coppa Uefa
e lo scudetto vinto con il record di punti ai danni del Torino.
Agnelli-Trapattoni-Boniperti era l'inizio di una formazione
vincente già in ufficio e che trasferiva sul campo,
la grinta, la competenza, lo stile, la volontà di non
appagarsi mai che ha caratterizzato un'epoca. Da gran guascone
qual è lascia la Juventus quando capisce che gli Invincibili
hanno ormai esaurito il loro ciclo e si accasa all'Inter,
prima di essere richiamato per cercare di riparare ai danni
provocati dalla follia maifrediana. Altri tre anni in sella
ai bianconeri, dal 1991 al 1994 e la conquista di una Coppa
Uefa, poi le esperienze con Bayern, Cagliari, Fiorentina e
Nazionale.
Per cercare di colmare il vuoto lasciato da Trapattoni, la
dirigenza assume Rino Marchesi che deve confrontarsi sia con
limiti personali (una compassatezza ai limiti dell'indifferenza)
che con limiti tecnici di una squadra che non riesce a reggere
il confronto con Napoli e Milan.
Terminato il biennio Marchesi, Boniperti decide di affidare
la squadra ad un grande duo di ex calciatori-simbolo della
storia juventina: Dino Zoff coadiuvato da Gaetano Scirea come
allenatore in seconda.
SuperDino con la sua saggezza e sagacia tattica cerca in tutti
i modi di arginare lo strapotere di Milan e Napoli con una
rosa tecnicamente di molto inferiore. Vi riesce in parte il
secondo anno, aggiudicandosi una inaspettata accoppiata composta
da Coppa Italia (battendo in finale proprio il Milan) e Coppa
Uefa.
Intanto Scirea perdeva la vita in Polonia andando a visionare
il Gornik, prossimo avversario della Juve in Coppa, ma questa
è una ferita che ancora deve riemarginarsi.
Per quanto riguarda le vicende tecniche, la squadra è
un sol blocco con l'allenatore, Zoff viene rispettato ed ascoltato
da tutti e piano piano i risultati si vedono; quando tutti
si aspettano la riconferma del friulano ecco a ciel sereno
il fulmine dell'assunzione di Luigi Maifredi, che l'Avvocato
chiama per non mancare alla parola data un anno prima, vanificando
così quanto Zoff stava faticosamente costruendo.
Capitò che anche in Juventus il credo sacchiano della
zona pura ubriacasse qualche mente, scambiando l'abilità
di giocatori al limite della perfezione con l'abilità
di chi si sedeva in panchina. Davanti a questa svolta anche
Boniperti si fa da parte, lasciando le redini al trio Montezemolo-Benedoni-Governato.
Così Maifredi, profeta del calcio-champagne ed artefice
del miracolo Bologna, sfrutta la moda zonaiola del momento
e da rappresentante di vini diventa l'allenatore della più
famosa e amata squadra d'Italia.
Al termine della stagione 1990-91 non rimangono neanche le
bollicine dell'acqua minerale, mai così in basso ed
esclusione dalle coppe internazionali dopo ben 28 (ventotto)
partecipazioni consecutive.
Conseguenza: epurazione totale di allenatore (?) e dirigenti,
vengono richiamati Boniperti e Trapattoni a rimettere ordine.
Nel secondo periodo dell'avventura bianconera la stella trapattoniana
è in declino, il tecnico di Cusano Milanino non riesce
a gestire al meglio i talenti di Roby Baggio e Moeller, non
riesce a motivare un Gianluca Vialli spaesato e forse anche
un po' svogliato dopo i fasti sampdoriani. Va comunque riconosciuta
a Trapattoni la scoperta di Torricelli e Di Livio che si riveleranno
dei pilastri.
E con il 1994 sono nove gli anni senza scudetto
ma
nell'estate di quell'anno la nuova dirigenza composta da Bettega,
Moggi e Giraudo ufficializza l'ingaggio di Marcello Lippi,
tecnico viareggino con un palmeres alle spalle onesto ma non
certo straordinario. La critica è scettica (Sivori
lo definisce l'allenatore più carino d'Italia
)
ed invece al primo anno il "Bel Marcello" fa subito
centro e con un gioco spumeggiante sfrutta al meglio la novità
dei tre punti per vittoria. Inizia così l'epopea del
tecnico viareggino fatta di un successo dietro l'altro, alimentati
da una fame di vittorie insaziabile che porterà la
Juve prima sul trono d'Europa e poi su quello mondiale.
Sempre concentrato e vigoroso nel lavoro, Lippi rimane sempre
guardingo verso l'esterno ed a certa stampa non le manda sicuramente
a dire, anzi, a volte non dice proprio nulla trincerandosi
dietro al silenzio-stampa.
Una chiave dei successi lippiani è il perfetto amalgama
tra vecchi e nuovi, la capacità di valorizzare appieno
le potenzialità dei singoli (rigenera Vialli, fa di
Carrera il perno della difesa, prolunga le carriere di Ferrara
e Conte), responsabilizza figure di secondo piano (Ravanelli
e Padovano) inventa nuove soluzioni (il primo Sousa playmaker,
Tudor centrocampista, oggi Zambrotta terzino). Nello spogliatoio
sa parlare chiaro: esistono gli insostituibili, ma dà
spazio e fiducia a tutti purché ne venga ripagato,
in caso di sconfitta è sempre il primo ad assumersene
la responsabilità.
Nel 1999 la squadra accusa una naturale e fisiologica flessione,
si inceppano i meccanismi, le cose che prima accadevano con
naturalezza adesso non riescono, ma l'ambiente juventino è
completamente impreparato ad affrontare una semplice crisi
di risultati. Lo spogliatoio si spacca, la critica-avvoltoio
non aspetta altro che avventarsi sulla preda e dopo una sconfitta
con il Parma, Lippi rassegna le dimissioni. Ma cosa sarebbe
successo se Fonseca non avesse fallito la facile occasione
del 2-1?
Dopo due anni e mezzo di purgatorio con uno scudetto buttato
letteralmente alle ortiche dopo aver avuto nove punti di vantaggio,
società e tecnico capiscono l'errore di irruenza compiuto
e le strade di Lippi e Juventus si ricongiungono. Per ripercorrere
un cammino di successi.
18 aprile 2003
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