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PIETRO ANASTASI
di Alberto Rossetto
Anastasi il Pelè bianco: così recitava uno striscione sempre ben in vista al vecchio Comunale. L’avvento di “Petruzzu” alla Juventus fu quantomeno rocambolesco; infatti nel 1968 Anastasi giocava ancora nel Varese (dove peraltro aveva rifilato ben tre reti in campionato alla Juve in un incontro perso a Varese per 5-0!) ed era in procinto di essere acquistato dall’Inter. Anzi, aveva già indosso la casacca nerazzurra essendo in prova ai milanesi in un’amichevole estiva dove per la cronaca segnò pure due reti.

Durante l’intervallo però l’Avvocato Agnelli concluse direttamente con l’allora presidente varesino Borghi l’acquisto del centravanti sulla base di 650 milioni, cifra record per l’epoca, ed una fornitura di motori per frigoriferi all’azienda di cui lo stesso Borghi era proprietario. Anche il primo approccio con l’ambiente bianconero non fu dei più semplici, sia a livello societario, sia a livello tecnico. Il presidente Catella lo congeda invitandolo a presentarsi nuovamente in sede con un abbigliamento più congruo (era senza cravatta e con i capelli lunghi), mentre l’allenatore Heriberto Herrera, un noto “sergente di ferro”, più e più volte lo riprese in allenamento ritenendolo non capace di inserirsi negli schemi previsti. Va detto che HH2, questo era il soprannome di Heriberto, era un perfezionista all’inverosimile ed intransigente non solo verso la squadra ma verso sé stesso per primo e conseguentemente non cercava e concedeva simpatia. Comunque riuscì a vincere una Coppa Italia ed uno scudetto con una squadra di certo non eccezionale.

Invece il pubblico torinese adottò subito come proprio beniamino quel picciotto catanese dall’aria timida e spaurita, forse ben cosciente di essere entrato in un gioco ben più grande di lui. Quelli erano gli anni dei grandi flussi migratori dal sud Italia verso il triangolo industriale e quindi trovarsi in una città, ed in uno stadio, con molti emigranti, facilitò di molto il suo inserimento.
Fu un fatto molto strano questa infatuazione del pubblico torinese nei confronti di Anastasi, in quanto il tifoso juventino penso che sia il più distaccato ed esigente in assoluto: puoi segnare la più bella rete del mondo e subito sbagliare uno stop e subito piovono fischi e mugugni, e dal lato tecnico Anastasi non era certo un giocatore che primeggiava.
Ma di Anastasi affascinava quel suo modo di giocare tutto istinto, molto generoso (quanti cross per la testa di Bettega) e quel suo essere intrinsecamente e profondamente juventino.

Molti ricordi di chi scrive sono legati alle gesta di Petruzzu ed alle sue reti; due si riferiscono allo scudetto del 1974/75. Allenatore della Juventus era una vecchia bandiera bianconera, Carletto Parola, e durante quella stagione Anastasi cominciò ad avere delle altalenanze di rendimento, tanto che spesso gli era preferito il “vecchio” Josè Altafini e Anastasi patì molto la staffetta con un giocatore considerato, erroneamente, a fine carriera.
Anche la tifoseria era lacerata: troppo forte l’attaccamento ad Anastasi per accettare un suo, seppur parziale, accantonamento a scapito di una migliore armonia di gioco e di spogliatoio: anche se la giustificazione era il bene della Juventus, ricorrenti erano i cori a favore di Petruzzu e contro Parola.

Il 27 aprile del 1975, giorno del mio compleanno, al Comunale è di scena la Lazio. Segna il solito Altafini, poi la Juve amministra saldamente la partita, ma la Filadelfia è in subbuglio: vuole Anastasi in campo. A mezz’ora dalla fine Il buon Parola si vide quindi costretto a far entrare Anastasi.
Tanto tifo doveva in qualche modo essere contraccambiato ed infatti scatenò il finimondo: tre reti, un goal annullato ed una traversa nel giorno del mio compleanno!

Quel campionato fu a lungo conteso con il Napoli (il famoso goal di “core ingrato” Altafini) ed il 18 maggio si giocava l’ultima giornata. La Juve proveniva da una sonora sconfitta a Firenze per 4-1 e tuttavia conservava due punti di vantaggio sui partenopei, perdipiù affrontava un già retrocesso Lanerossi Vicenza, quindi era già virtualmente Campione d’Italia.
I bianconeri liquidarono la pratica veneta nei primi minuti con una rete di Cuccureddu ed una di Damiani, ma in curva cresceva spasmodicamente l’attesa per una rete di Anastasi, sennò che festa sarebbe stata?
Verso la metà del primo tempo il terzino vicentino Longoni allungò un pallone a metà campo, un boato accolse l’intercettazione di Anastasi, un boato come dopo una segnatura, che avvenne dopo
pochi secondi. Fu un episodio da far accapponare la pelle, quella rete fu un punto collettivo, voluto e segnato da 65.001 persone: il centravanti che materialmente la realizzò e gli spettatori che spinsero letteralmente in porta il pallone.

L’anno successivo le lacerazioni interne allo spogliatoio divennero insanabili, Parola non era più in grado di gestire la situazione e la Juve buttò alle ortiche uno scudetto già vinto. La contestazione era in crescendo ogni domenica, soprattutto dopo l’eliminazione dalla Coppa ad opera del Mönchengladbach, ed arrivò al culmine durante il derby di ritorno. I bianconeri avevano già perso due dei cinque punti di vantaggio la domenica prima a Cesena, sconfitti per 2-1 dopo essere stati in vantaggio. Le squadre fanno il rientro negli spogliatoi con il punteggio di due reti a zero per i granata, quando dalla curva Filadelfia parte un petardo all’indirizzo di Parola che invece colpisce il portiere granata Castellini; partita persa a tavola e prossima partita interna in campo neutro, a Bergamo, contro l’Ascoli, ma nel mezzo, a S.Siro contro l’Inter si consuma il dramma: sconfitta per uno a zero e sorpasso del Torino.

A fine anno ci fu la tremenda epurazione bonipertiana che riguardò, tra gli altri, Capello, Parola e Anastasi. Non tutti i mali vengono per nuocere; infatti quello fu l’inizio del binomio Boniperti-Trapattoni destinato ad aprire un ciclo vincente durato quindici meravigliosi anni.
Anastasi passò all’Inter in cambio di Boninsegna, ma il suo cuore rimase juventino, tanto che correva voce che appena tornato negli spogliatoi chiedeva subito il risultato della Juve; in tutta sincerità penso che sia vero perché la prima volta che affrontò la sua ex squadra sbagliò due reti madornali.

In seguito Anastasi terminò la carriera italiana nell’Ascoli (ci fu ancora una parentesi in Svizzera); la vigilia dell’ultimo dell’anno del 1979 i marchigiani giocavano a Torino in una stagione che fin da subito si intuì che sarebbe stata negativa ed infatti si concluse con la vittoria finale dell’Inter di Bersellini (ma Bettega vinse il titolo di capocannoniere). Ormai il cordone ombelicale con la Juventus era stato decisamente reciso, ma, sia per il giocatore che per i tifosi era pur sempre un appuntamento particolare. L’Ascoli, clamorosamente, si impose per 3-2, ma credo che nessuna sconfitta fu così ben accettata dal popolo juventino. La prima marcatura fu opera di Pietro Anastasi, tutto lo stadio, compresi i giocatori juventini, applaudì quella rete che, oltretutto, era la centesima in serie A. Un lungo, spontaneo, caldo ed affettuoso applauso ad un calciatore che, in preda alla commozione, festeggiava un importante traguardo della sua carriera nel suo stadio, tra la sua gente, molta della quale aveva gli occhi lucidi.

 

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