| Prima
di addendrarci nello specifico del tema in oggetto chiediamo
scusa a Beniamino Vignola per non averlo incluso fra i centrocampisti
di una certa importanza, lui che fu voluto alla Juve nientemeno
che da Platini e da qui il soprannome di "Vignolì".
Curiosamente proprio in una delle rare assenze de Le Roy si
incarica di calciare e realizzare un drammatico rigore al 90'
contro la Fiorentina. Cresciuto nel Verona, sua città
natale, ed esploso poi nell'Avellino, fu un piacevole rifinitore
dal tiro anche potente che contribuì ai successi della
metà degli anni Ottanta, sua una delle reti a Basilea
contro il Porto nella finale di Coppa delle Coppe. Vincerà
anche un campionato, una Coppa dei Campioni ed una Supercoppa
europea che coronano degnamente le sue 127 presenze e 18 reti
in maglia bianconera.
Anche per quanto riguarda i "bomber" ed i loro
compagni di reparto iniziamo la carrellata dai pionieri e
non solo per questioni cronologiche. Le cronache dell'epoca
descrivono le azioni dell'attacco bianconero (anzi rosa, visto
il primo colore delle maglie) come imperniate più sulla
spinta che sulla manovra; d'altra parte non avrebbe potuto
essere altrimenti, con gente dotata di gambe solide e polmoni
d'acciaio. Ne derivava quindi un gioco un po' lezioso, con
una fitta serie di passaggi laterali a cui seguiva un'improvvisa
partenza in avanti della squadra.
In quella Juve di inizio secolo costituita da baldi ragazzotti
(età media 22 anni) con tanto fiato e tecnica approssimativa,
le due punte, Forlano e Donna, rappresentavano l'eccezione.
Luigi Forlano, forte ed irruente come un bisonte è
il bomber dei primordi, l'insostituibile attaccante della
squadra vincitrice il primo scudetto, generosissimo e dotato
già di buona tecnica, nel corso della Grande Guerra
parte con i bersaglieri e di lui non si ha più traccia.
Un cenno a parte lo merita senz'altro Domenico Donna, studente
di giurisprudenza nonché socio fondatore, forse più
"giocoliere" che giocatore rappresentava un "numero"
a sé all'interno della squadra. Abbandonerà
la carriera agonistica nel 1910 per affermarsi come avvocato,
seguiterà a diffondere l'idea Juventus fino al suo
ultimo giorno di vita.
In seguito fu la volta dei vari Ernesto Boglietti I, Silvio
Maffiotti, del mitico Carlo Bigatto che abbiamo già
conosciuto come baluardo difensivo e soprattutto di Valerio
Bona, soprannominato nientemeno che "zio bomba"
per la potenza del suo tiro. Bona regala un raro esempio di
lealtà sportiva (e non solo) durante un incontro con
l'U.S.Milanese quando rinuncia ad un rigore fischiato a suo
favore dall'arbitro Goetzloff spiegando che in realtà
si trattava di un fallo di sfondamento: si era solo all'inizio,
ma lo stile Juventus era già parte integrante nel cromosoma
dei suoi giocatori!
Si giunge quindi al primo, dei tanti, trio delle meraviglie
che ha costellato la lunga storia bianconera, cioè
quello formato da Hirzer, Pastore e Munerati.
Ferenc Hirzer è senz'ombra di dubbio il primo vero
fuoriclasse straniero giunto alla corte di Madama; ungherese
di nascita (21.11.1902), viene acquistato nel 1925 dalla squadra
cecoslovacca del Makkabi Brno e subito diventa il beniamino
del pubblico che lo battezza "gazzella" per il suo
spunto in velocità, per lo stile e la leggerezza nella
corsa. Gelosissimo dei propri riccioli biondi, giocava con
un pettine infilato nei calzettoni onde potersi rimettere
in ordine la capigliatura in caso di qualche ruzzolone! Con
le sue 35 segnature risulta fondamentale per la conquista
del secondo scudetto, poi, nel 1927, le leggi fasciste che
vietano la partecipazione di giocatori stranieri al campionato
lo costringono a ritornare in patria nell'Hungaria. Al suo
attivo 42 presenze e ben 50 reti.
Il patavino Pietro Pastore fu un vero cannoniere con la vocazione
artistica visto che nel 1928 esordisce come attore in "La
leggenda di Wally" a cui seguiranno altri film (reciterà
addirittura in "Vacanze romane" a fianco di Gregory
Peck ed Audrey Hepburn). Oggi verrebbe definito un "goleador
di razza", seppur non molto abile tecnicamente aveva
uno spiccato senso della rete ed era dotato di un tiro secco
ed improvviso oltre ad un buon colpo di testa. Gioca nella
Juve dal 1923 al 1927 realizzando 55 reti in 67 presenze,
passa poi al Milan, Lazio, Perugia e Roma.
Lo spezzino Federico Munerati, "Mune" per i tifosi,
gloria del calcio bianconero milita in Juventus ben undici
anni prima di lasciare il posto a Sernagiotto. E furono undici
stagioni caratterizzate da potenti scatti e micidiali realizzazioni
che contribuirono alla vincita di quattro scudetti.
Fu l'allenatore ungherese Karoly, profondo conoscitore di
calcio e di uomini, a valorizzare appieno Munerati collocandolo
definitivamente all'ala destra, dopo un primo inizio come
mezzala nelle cui vesti comunque l'eclettico "Mune"
non aveva certo sfigurato.
Dopo aver abbandonato il calcio agonistico, nella Juve 225
presenze totali con 113 reti, intraprende la carriera di allenatore,
dapprima nel settore giovanile juventino e, dal 1940 al 1942,
guidando la prima squadra alla conquista di una Coppa Italia.
Gli inizi degli anni Trenta coincidono con l'inizio del mito:
i cinque scudetti consecutivi fanno sì che la Juve
diventi la "fidanzata d'Italia" ed alla guida dell'attacco
di quello squadrone troviamo due tra i più grandi e
celebri bianconeri di tutti i tempi: Felice Placido Borel
II e Raimundo Orsi.
Ma prima facciamo un piccolo passo indietro, giusto per celebrare
la presenza in bianconero di Luigi Cevenini III, per tutti
"Zizì". Arriva alla Juve nel 1927 ormai trentaduenne
dopo i fasti con l'Ambrosiana-Inter per sostituire Hirzer
e si ferma fino al 1930 non senza aver scritto alcune pagine
importanti.
Dopo il dovuto omaggio ad uno dei campioni del calcio italiano,
torniamo ad occuparci di quel Felice Borel che a detta dei
critici è stato giudicato il più forte centravanti
bianconero di tutti i tempi. Figlio e fratello d'arte, il
padre Ernesto ed il fratello Aldo militarono anch'essi nella
Juve, iniziò la carriera nelle giovanili del Torino,
i cosiddetti "Balon-boys", dove sotto l'egida dell'austriaco
Sturmer Borel ebbe modo di completare al meglio la sua formazione
calcistica.
Venne quindi notato dal barone Mazzonis (braccio destro del
senatore Agnelli e da questi delegato a seguire la squadra)
ed indotto a trasferirsi nella Juventus, per continuare la
tradizione di famiglia.
Esile come un giunco ma forte come una quercia, venne gettato
nella mischia nel 1932 in sostituzione di Giovanni Vecchina,
altro centravanti di gran valore che si aggiudica i primi
tre titoli del quinquennio, ma che è tradito da un
ginocchio ballerino, Borel II venne soprannominato "Farfallino",
forse per quel suo personalissimo modo di correre a passo
di danza oppure perché il granata Vezzosi aveva visto
in lui una somiglianza con un medico della sua città,
Modena.
In realtà gli inizi non furono facili: subito un'inaspettata
sconfitta ad Alessandria, poi le staffette con Vecchina ed
infine l'esplosione finale tanto attesa, tanto che terminò
quella prima stagione realizzando 29 reti in 28 incontri disputati!
Quando la squadra ingranava meno del solito, Borel si aggirava
come svagato nella metà campo avversaria, ma al primo
contropiede con quattro falcate era già nell'area di
rigore pronto al gol.
A quello che fu il terzo dei cinque scudetti consecutivi,
seguirono gli altri due con Borel II al centro dell'attacco
bianconero; nel 1933-34 realizzò 32 reti a fronte di
34 presenze, mentre la stagione successiva mise a segno "solo"
13 reti a causa di numerose assenze dovute alle innumerevoli
operazioni al ginocchio che gli fecero saltare anche buona
parte del campionato 1935-36. La stagione successiva tuttavia
tornò a pieno servizio per giocare da interno in coppia
con Guglielmo Gabetto, realizzando 18 reti; nel 1941 viene
ceduto per una svista della dirigenza al Torino, insieme a
Bodoira ed a Gabetto, ma subito nel 1942 ritorna alla Juve
con l'incarico di allenatore-giocatore (e fa coppia nientemeno
che con Peppino Meazza), incarico che tiene fino al 1946 quando
si trasferisce a Napoli per concludere la carriera. Infine
nei panni di giornalista dirigerà negli anni Sessanta
la rinata "Hurrà Juventus".
Seppur con tre sole presenze Borel II lascerà il segno
anche in Nazionale, realizzando la rete della vittoria a Budapest
contro l'Ungheria, in una squadra azzurra che schierava ben
nove juventini, per tacere del Mondiale del 1934.
In totale 306 presenze per 161 reti, di cui 137 in campionato
che lo colloca al secondo posto dietro Boniperti tra i goleador
bianconeri di tutti i tempi.
Raimundo "Mumo" Orsi, per molti la più grande
ala sinistra di tutti i tempi, fu l'uomo che inventò
un particolare modo di giocare al calcio, trasformandolo in
uno spettacolo di pirotecnica. E chissà che non fosse
stato anche un ipnotizzatore visto come riusciva ad immobilizzare
gli avversari
Mumo si afferma all'Olimpiade di Amsterdam del 1928 quando
con la nazionale argentina vinse la medaglia d'argento dietro
l'Uruguay e la stella di Amsterdam venne subito acquistata
a peso d'oro dall'Independiente: la dirigenza bianconera aveva
fretta di ricostruire una compagine vincente. Però
a quei tempi i giornali di allora raramente pubblicavano fotografie
(men che meno dei calciatori) e non esistendo nulla di simile
alla televisione vi era una grande attesa (non solo a Torino)
di vedere dal vivo tale prodigio. Tutti si aspettavano un
marcantonio grande e grosso, invece quando arrivò con
la nave a Genova si vide tutto il contrario, un piccoletto
smilzo con due occhietti da gran furbone. Per di più
indossava un soprabito troppo corto che più tardi si
seppe che aveva preso in prestito dal fratello minore e quando
venne fuori che suonava il violino nei tabarin e faceva le
ore piccole suonando strazianti tanghi per soffocare la nostalgia,
i tifosi juventini cominciarono a sentirsi presi in giro.
Già, perché oltretutto i tifosi dovettero attendere
ancora un anno per vedere all'opera Orsi in quanto il regolamento
vietava il tesseramento di giocatori stranieri anche se "oriundi".
Orsi fu comunque messo sotto contratto dalla Juve con lo stratosferico
ingaggio di ottomila lire al mese più un'auto Fiat
509 e tutto ciò solo per assistere dalla tribuna al
campionato 1928-29.
Ma le attese non furono vane, finito l'anno di purgatorio
giocò 194 partite in prima squadra, fu 35 volte azzurro
(Mondiale del 1934) e segnò, segnò tanto ed
in tutti i modi. Segnò di destro, di sinistro, con
il ginocchio, di testa (poco in verità, per non rovinare
l'acconciatura
), dopo una galoppata solitaria o in mischia,
segnò anche con il
sedere, voltando le spalle
alla porta su passaggio di Giovanni Ferrari con il quale si
intendeva ad occhi chiusi. Segnò anche su rigore perché
contrariamente alla voga dell'epoca in cui il penalty veniva
calciato dai terzini, era lui il rigorista designato, quell'Orsi
che scendeva in campo con una carta da gioco (un asso per
la precisione) infilata nei calzettoni come portafortuna.
Le cronache riportano che lo stadio piombava in un silenzio
irreale quando Orsi entrava in possesso di palla, poi muoveva
appena l'anca, il terzino abboccava e finiva a terra, Mumo
era già lontano. Il grido ritmato OR-SI OR-SI fu il
primo del genere sentito in uno stadio di calcio.
Se ne andò dalla Juve nella primavera del 1935, ai
primi sentori della guerra in Etiopia, per far ritorno in
Sudamerica: Independiente, Penarol, Flamengo e dappertutto
continua a stupire ancora.
Nella Juve del quinquennio milita anche ricordato Pietro
Sernagiotto, ala italo-brasiliana prelevato nel 1932 dal Palestra
Italia di S.Paolo per sostituire Munerati ed a cui farà
ritorno nel 1934 dopo 60 presenze e 16 reti in bianconero
dove venne soprannominato la "Freccia d'oro".
Dopo l'abbuffata di successi del quinquennio sopravviene un
fisiologico calo che coincide anche con i successi dell'altra
compagine torinese a cui la Juve aveva ceduto Gugliemo Gabetto,
un centaravanti dotato di grande opportunismo che prima di
affermarsi nel Torino fece in tempo a giocare con la maglia
bianconera 191 partite, segnare 103 reti, vincere uno scudetto
ed una Coppa Italia.
La parabola discendente post quinquennio è abbastanza
rapida ed a nulla valgono le reti di Riza Lushta se non a
vincere la Coppa Italia del 1942. Centravanti albanese proveniente
dal Bari da cui è acquistato nel 1940, dopo una stagione
in comune è preferito a Gabetto e trova la rete con
buona continuità come testimoniano le 55 reti realizzate
in 95 presenze.
Si è alla vigilia della seconda guerra mondiale e con
il tragico incalzare delle devastazioni e dei lutti anche
i campionati si fermano. I giocatori delle grandi squadre
vagano in formazioni minori, si impegnano in tornei di nessuna
importanza sportiva, ma di grande importanza
gastronomica,
in quanto i premi non sono coppe e trofei, ma salsicce e farina.
Succede così che la Juventus metta sotto contratto
due monumenti del calcio nostrano, ma che erano altrettante
"bandiere" avversarie.
Stiamo parlando nientemeno che di Giuseppe Meazza e di Silvio
Piola. Il "Balilla" Meazza disputò il campionato
del 1943, un campionato che tra bollettini di guerra ed allarmi
aerei non si sapeva se fosse mai arrivato alla fine. Firmò
il contratto sdraiandosi, per scrivere meglio, sull'erba del
Comunale, dopo aver interrotto l'allenamento già con
la casacca bianconera; esordì in un disastroso derby
e concluse con un altrettanto disastroso 2-6 con il Vicenza,
un incontro a cui nessuno diede attenzione vista la guerra.
In mezzo 27 presenze e 10 reti con la dignità del vecchio
campione che sta per uscire di scena.
Andò meglio al vercellese Silvio Piola, altra gloria
storica del calcio italiano; dopo i successi con la mitica
maglia della Pro Vercelli e della nazionale, si trasferisce
alla Lazio per poi rientrare in Piemonte nel periodo più
buio del conflitto mondiale. Il suo passaggio alla Juve nacque
da un disaccordo sul contratto: la Lazio voleva pagarlo a
percentuale agli incassi e Piola preferì lo stipendio
sicuro di Madama.
Come Meazza esordì in un derby e proprio lui segnò
il punto vincente allo squadrone granata ed in quell'anno
la Juve, trascinata proprio da Piola, accarezzò fino
all'ultima giornata il sogno tricolore che sfumò per
un pareggio a Napoli. Piola rimase juventino per un altro
anno che coincise con un altro buon campionato, dove realizzò,
da mezzala, altre dieci reti. L'ultima a Venezia, a raddoppiare
il vantaggio ottenuto da un certo Boniperti.
Chiudiamo questa prima parte dedicata ai grandi attaccanti
con un altro fuoriclasse danese che rispondeva al nome di
Karl Aage Praest. Giunto a Torino nel 1949 sulla scia dei
connazionali e compagni di club nel Fram Copenaghen, accetta
di giocare all'ala sinistra pur essendo un centravanti, ma
soprattutto non ha mai cambiato maglia e residenza (come spesso
accadeva in quegli anni concluderà la carriera alla
Lazio per guadagnare gli spiccioli, ma gioherà solo
7 partite). Un altro esempio di come nella storia juventina
non sia insolito vedere che i vincoli contrattuali acquistino
anche la solidità di un vincolo morale; si dice che
abbia battezzato la sua residenza danese come "Villa
Juventus".
In campo Praest era un vero artista, le sue azioni dovrebbero
essere riportate quasi interamente in un ideale manuale del
calcio sotto il nome "tecnica Praest" talmente erano
varie ed improvvise, sapeva, indipendentemente, suggerire
o concludere di persona in maniera vincente; come le memorabili
reti rifilate all'Inter o alla Roma su azione personale, oppure
come una volta contro l'Atalanta, quando sembrò divertirsi
a fare dei traversoni eccezionalmente precisi: finì
7-1, segnarono tutti tranne lui.
Sapeva adattare perfettamente l'azione che aveva in mente
di svolgere con la situazione in campo, a volte dava l'impressione
di estraniarsi dal gioco, ma era solo un modo di ingannare
gli avversari, per partire poi in maniera inarrestabile. L'importante,
sosteneva, "era sapere come si deve toccare il pallone"
e chi meglio di Praest poteva permettersi un simile motto.
Alcune sue reti sono tutt'oggi conservate nella cineteca di
Coverciano, comprese le quattro fatte segnare al compagno
di nazionale John Hansen alle Olimpiadi di Londra del 1948,
quando con un pirotecnico 5-3 la Danimarca estromise l'Italia
di Vittorio Pozzo, ma già l'anno prima a Glasgow Praest
guidava l'attacco del Resto d'Europa contro i maestri inglesi.
Fu l'ultimo dei danesi da leggenda ad andarsene, ebbe ancora
la forza di giocare accanto ai ragazzini di Puppo ed anonimi
compagni di reparto come Colella e Bronèe.
Colleziona 232 gettoni di presenza nei quali mette a segno
51 reti, tutte in campionato; campione d'Italia nel 1950 e
1952, a fine carriera fu considerato la più grande
ala sinistra dopo Orsi: e pensare che per iniziare a giocare
a calcio si iscrisse ad un club di Copenhaghen versando una
quota di circa duecento lire!
16 nov. 2002
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