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GLI ATTACCANTI
PARTE PRIMA
di Alberto Rossetto
Prima di addendrarci nello specifico del tema in oggetto chiediamo scusa a Beniamino Vignola per non averlo incluso fra i centrocampisti di una certa importanza, lui che fu voluto alla Juve nientemeno che da Platini e da qui il soprannome di "Vignolì". Curiosamente proprio in una delle rare assenze de Le Roy si incarica di calciare e realizzare un drammatico rigore al 90' contro la Fiorentina. Cresciuto nel Verona, sua città natale, ed esploso poi nell'Avellino, fu un piacevole rifinitore dal tiro anche potente che contribuì ai successi della metà degli anni Ottanta, sua una delle reti a Basilea contro il Porto nella finale di Coppa delle Coppe. Vincerà anche un campionato, una Coppa dei Campioni ed una Supercoppa europea che coronano degnamente le sue 127 presenze e 18 reti in maglia bianconera.

Anche per quanto riguarda i "bomber" ed i loro compagni di reparto iniziamo la carrellata dai pionieri e non solo per questioni cronologiche. Le cronache dell'epoca descrivono le azioni dell'attacco bianconero (anzi rosa, visto il primo colore delle maglie) come imperniate più sulla spinta che sulla manovra; d'altra parte non avrebbe potuto essere altrimenti, con gente dotata di gambe solide e polmoni d'acciaio. Ne derivava quindi un gioco un po' lezioso, con una fitta serie di passaggi laterali a cui seguiva un'improvvisa partenza in avanti della squadra.

In quella Juve di inizio secolo costituita da baldi ragazzotti (età media 22 anni) con tanto fiato e tecnica approssimativa, le due punte, Forlano e Donna, rappresentavano l'eccezione.
Luigi Forlano, forte ed irruente come un bisonte è il bomber dei primordi, l'insostituibile attaccante della squadra vincitrice il primo scudetto, generosissimo e dotato già di buona tecnica, nel corso della Grande Guerra parte con i bersaglieri e di lui non si ha più traccia. Un cenno a parte lo merita senz'altro Domenico Donna, studente di giurisprudenza nonché socio fondatore, forse più "giocoliere" che giocatore rappresentava un "numero" a sé all'interno della squadra. Abbandonerà la carriera agonistica nel 1910 per affermarsi come avvocato, seguiterà a diffondere l'idea Juventus fino al suo ultimo giorno di vita.

In seguito fu la volta dei vari Ernesto Boglietti I, Silvio Maffiotti, del mitico Carlo Bigatto che abbiamo già conosciuto come baluardo difensivo e soprattutto di Valerio Bona, soprannominato nientemeno che "zio bomba" per la potenza del suo tiro. Bona regala un raro esempio di lealtà sportiva (e non solo) durante un incontro con l'U.S.Milanese quando rinuncia ad un rigore fischiato a suo favore dall'arbitro Goetzloff spiegando che in realtà si trattava di un fallo di sfondamento: si era solo all'inizio, ma lo stile Juventus era già parte integrante nel cromosoma dei suoi giocatori!

Si giunge quindi al primo, dei tanti, trio delle meraviglie che ha costellato la lunga storia bianconera, cioè quello formato da Hirzer, Pastore e Munerati.
Ferenc Hirzer è senz'ombra di dubbio il primo vero fuoriclasse straniero giunto alla corte di Madama; ungherese di nascita (21.11.1902), viene acquistato nel 1925 dalla squadra cecoslovacca del Makkabi Brno e subito diventa il beniamino del pubblico che lo battezza "gazzella" per il suo spunto in velocità, per lo stile e la leggerezza nella corsa. Gelosissimo dei propri riccioli biondi, giocava con un pettine infilato nei calzettoni onde potersi rimettere in ordine la capigliatura in caso di qualche ruzzolone! Con le sue 35 segnature risulta fondamentale per la conquista del secondo scudetto, poi, nel 1927, le leggi fasciste che vietano la partecipazione di giocatori stranieri al campionato lo costringono a ritornare in patria nell'Hungaria. Al suo attivo 42 presenze e ben 50 reti.

Il patavino Pietro Pastore fu un vero cannoniere con la vocazione artistica visto che nel 1928 esordisce come attore in "La leggenda di Wally" a cui seguiranno altri film (reciterà addirittura in "Vacanze romane" a fianco di Gregory Peck ed Audrey Hepburn). Oggi verrebbe definito un "goleador di razza", seppur non molto abile tecnicamente aveva uno spiccato senso della rete ed era dotato di un tiro secco ed improvviso oltre ad un buon colpo di testa. Gioca nella Juve dal 1923 al 1927 realizzando 55 reti in 67 presenze, passa poi al Milan, Lazio, Perugia e Roma.

Lo spezzino Federico Munerati, "Mune" per i tifosi, gloria del calcio bianconero milita in Juventus ben undici anni prima di lasciare il posto a Sernagiotto. E furono undici stagioni caratterizzate da potenti scatti e micidiali realizzazioni che contribuirono alla vincita di quattro scudetti.
Fu l'allenatore ungherese Karoly, profondo conoscitore di calcio e di uomini, a valorizzare appieno Munerati collocandolo definitivamente all'ala destra, dopo un primo inizio come mezzala nelle cui vesti comunque l'eclettico "Mune" non aveva certo sfigurato.
Dopo aver abbandonato il calcio agonistico, nella Juve 225 presenze totali con 113 reti, intraprende la carriera di allenatore, dapprima nel settore giovanile juventino e, dal 1940 al 1942, guidando la prima squadra alla conquista di una Coppa Italia.

Gli inizi degli anni Trenta coincidono con l'inizio del mito: i cinque scudetti consecutivi fanno sì che la Juve diventi la "fidanzata d'Italia" ed alla guida dell'attacco di quello squadrone troviamo due tra i più grandi e celebri bianconeri di tutti i tempi: Felice Placido Borel II e Raimundo Orsi.
Ma prima facciamo un piccolo passo indietro, giusto per celebrare la presenza in bianconero di Luigi Cevenini III, per tutti "Zizì". Arriva alla Juve nel 1927 ormai trentaduenne dopo i fasti con l'Ambrosiana-Inter per sostituire Hirzer e si ferma fino al 1930 non senza aver scritto alcune pagine importanti.

Dopo il dovuto omaggio ad uno dei campioni del calcio italiano, torniamo ad occuparci di quel Felice Borel che a detta dei critici è stato giudicato il più forte centravanti bianconero di tutti i tempi. Figlio e fratello d'arte, il padre Ernesto ed il fratello Aldo militarono anch'essi nella Juve, iniziò la carriera nelle giovanili del Torino, i cosiddetti "Balon-boys", dove sotto l'egida dell'austriaco Sturmer Borel ebbe modo di completare al meglio la sua formazione calcistica.
Venne quindi notato dal barone Mazzonis (braccio destro del senatore Agnelli e da questi delegato a seguire la squadra) ed indotto a trasferirsi nella Juventus, per continuare la tradizione di famiglia.
Esile come un giunco ma forte come una quercia, venne gettato nella mischia nel 1932 in sostituzione di Giovanni Vecchina, altro centravanti di gran valore che si aggiudica i primi tre titoli del quinquennio, ma che è tradito da un ginocchio ballerino, Borel II venne soprannominato "Farfallino", forse per quel suo personalissimo modo di correre a passo di danza oppure perché il granata Vezzosi aveva visto in lui una somiglianza con un medico della sua città, Modena.
In realtà gli inizi non furono facili: subito un'inaspettata sconfitta ad Alessandria, poi le staffette con Vecchina ed infine l'esplosione finale tanto attesa, tanto che terminò quella prima stagione realizzando 29 reti in 28 incontri disputati!
Quando la squadra ingranava meno del solito, Borel si aggirava come svagato nella metà campo avversaria, ma al primo contropiede con quattro falcate era già nell'area di rigore pronto al gol.

A quello che fu il terzo dei cinque scudetti consecutivi, seguirono gli altri due con Borel II al centro dell'attacco bianconero; nel 1933-34 realizzò 32 reti a fronte di 34 presenze, mentre la stagione successiva mise a segno "solo" 13 reti a causa di numerose assenze dovute alle innumerevoli operazioni al ginocchio che gli fecero saltare anche buona parte del campionato 1935-36. La stagione successiva tuttavia tornò a pieno servizio per giocare da interno in coppia con Guglielmo Gabetto, realizzando 18 reti; nel 1941 viene ceduto per una svista della dirigenza al Torino, insieme a Bodoira ed a Gabetto, ma subito nel 1942 ritorna alla Juve con l'incarico di allenatore-giocatore (e fa coppia nientemeno che con Peppino Meazza), incarico che tiene fino al 1946 quando si trasferisce a Napoli per concludere la carriera. Infine nei panni di giornalista dirigerà negli anni Sessanta la rinata "Hurrà Juventus".
Seppur con tre sole presenze Borel II lascerà il segno anche in Nazionale, realizzando la rete della vittoria a Budapest contro l'Ungheria, in una squadra azzurra che schierava ben nove juventini, per tacere del Mondiale del 1934.
In totale 306 presenze per 161 reti, di cui 137 in campionato che lo colloca al secondo posto dietro Boniperti tra i goleador bianconeri di tutti i tempi.

Raimundo "Mumo" Orsi, per molti la più grande ala sinistra di tutti i tempi, fu l'uomo che inventò un particolare modo di giocare al calcio, trasformandolo in uno spettacolo di pirotecnica. E chissà che non fosse stato anche un ipnotizzatore visto come riusciva ad immobilizzare gli avversari…
Mumo si afferma all'Olimpiade di Amsterdam del 1928 quando con la nazionale argentina vinse la medaglia d'argento dietro l'Uruguay e la stella di Amsterdam venne subito acquistata a peso d'oro dall'Independiente: la dirigenza bianconera aveva fretta di ricostruire una compagine vincente. Però a quei tempi i giornali di allora raramente pubblicavano fotografie (men che meno dei calciatori) e non esistendo nulla di simile alla televisione vi era una grande attesa (non solo a Torino) di vedere dal vivo tale prodigio. Tutti si aspettavano un marcantonio grande e grosso, invece quando arrivò con la nave a Genova si vide tutto il contrario, un piccoletto smilzo con due occhietti da gran furbone. Per di più indossava un soprabito troppo corto che più tardi si seppe che aveva preso in prestito dal fratello minore e quando venne fuori che suonava il violino nei tabarin e faceva le ore piccole suonando strazianti tanghi per soffocare la nostalgia, i tifosi juventini cominciarono a sentirsi presi in giro. Già, perché oltretutto i tifosi dovettero attendere ancora un anno per vedere all'opera Orsi in quanto il regolamento vietava il tesseramento di giocatori stranieri anche se "oriundi". Orsi fu comunque messo sotto contratto dalla Juve con lo stratosferico ingaggio di ottomila lire al mese più un'auto Fiat 509 e tutto ciò solo per assistere dalla tribuna al campionato 1928-29.

Ma le attese non furono vane, finito l'anno di purgatorio giocò 194 partite in prima squadra, fu 35 volte azzurro (Mondiale del 1934) e segnò, segnò tanto ed in tutti i modi. Segnò di destro, di sinistro, con il ginocchio, di testa (poco in verità, per non rovinare l'acconciatura…), dopo una galoppata solitaria o in mischia, segnò anche con il… sedere, voltando le spalle alla porta su passaggio di Giovanni Ferrari con il quale si intendeva ad occhi chiusi. Segnò anche su rigore perché contrariamente alla voga dell'epoca in cui il penalty veniva calciato dai terzini, era lui il rigorista designato, quell'Orsi che scendeva in campo con una carta da gioco (un asso per la precisione) infilata nei calzettoni come portafortuna.
Le cronache riportano che lo stadio piombava in un silenzio irreale quando Orsi entrava in possesso di palla, poi muoveva appena l'anca, il terzino abboccava e finiva a terra, Mumo era già lontano. Il grido ritmato OR-SI OR-SI fu il primo del genere sentito in uno stadio di calcio.
Se ne andò dalla Juve nella primavera del 1935, ai primi sentori della guerra in Etiopia, per far ritorno in Sudamerica: Independiente, Penarol, Flamengo e dappertutto continua a stupire ancora.

Nella Juve del quinquennio milita anche ricordato Pietro Sernagiotto, ala italo-brasiliana prelevato nel 1932 dal Palestra Italia di S.Paolo per sostituire Munerati ed a cui farà ritorno nel 1934 dopo 60 presenze e 16 reti in bianconero dove venne soprannominato la "Freccia d'oro".
Dopo l'abbuffata di successi del quinquennio sopravviene un fisiologico calo che coincide anche con i successi dell'altra compagine torinese a cui la Juve aveva ceduto Gugliemo Gabetto, un centaravanti dotato di grande opportunismo che prima di affermarsi nel Torino fece in tempo a giocare con la maglia bianconera 191 partite, segnare 103 reti, vincere uno scudetto ed una Coppa Italia.

La parabola discendente post quinquennio è abbastanza rapida ed a nulla valgono le reti di Riza Lushta se non a vincere la Coppa Italia del 1942. Centravanti albanese proveniente dal Bari da cui è acquistato nel 1940, dopo una stagione in comune è preferito a Gabetto e trova la rete con buona continuità come testimoniano le 55 reti realizzate in 95 presenze.
Si è alla vigilia della seconda guerra mondiale e con il tragico incalzare delle devastazioni e dei lutti anche i campionati si fermano. I giocatori delle grandi squadre vagano in formazioni minori, si impegnano in tornei di nessuna importanza sportiva, ma di grande importanza… gastronomica, in quanto i premi non sono coppe e trofei, ma salsicce e farina. Succede così che la Juventus metta sotto contratto due monumenti del calcio nostrano, ma che erano altrettante "bandiere" avversarie.

Stiamo parlando nientemeno che di Giuseppe Meazza e di Silvio Piola. Il "Balilla" Meazza disputò il campionato del 1943, un campionato che tra bollettini di guerra ed allarmi aerei non si sapeva se fosse mai arrivato alla fine. Firmò il contratto sdraiandosi, per scrivere meglio, sull'erba del Comunale, dopo aver interrotto l'allenamento già con la casacca bianconera; esordì in un disastroso derby e concluse con un altrettanto disastroso 2-6 con il Vicenza, un incontro a cui nessuno diede attenzione vista la guerra. In mezzo 27 presenze e 10 reti con la dignità del vecchio campione che sta per uscire di scena.

Andò meglio al vercellese Silvio Piola, altra gloria storica del calcio italiano; dopo i successi con la mitica maglia della Pro Vercelli e della nazionale, si trasferisce alla Lazio per poi rientrare in Piemonte nel periodo più buio del conflitto mondiale. Il suo passaggio alla Juve nacque da un disaccordo sul contratto: la Lazio voleva pagarlo a percentuale agli incassi e Piola preferì lo stipendio sicuro di Madama.
Come Meazza esordì in un derby e proprio lui segnò il punto vincente allo squadrone granata ed in quell'anno la Juve, trascinata proprio da Piola, accarezzò fino all'ultima giornata il sogno tricolore che sfumò per un pareggio a Napoli. Piola rimase juventino per un altro anno che coincise con un altro buon campionato, dove realizzò, da mezzala, altre dieci reti. L'ultima a Venezia, a raddoppiare il vantaggio ottenuto da un certo Boniperti.

Chiudiamo questa prima parte dedicata ai grandi attaccanti con un altro fuoriclasse danese che rispondeva al nome di Karl Aage Praest. Giunto a Torino nel 1949 sulla scia dei connazionali e compagni di club nel Fram Copenaghen, accetta di giocare all'ala sinistra pur essendo un centravanti, ma soprattutto non ha mai cambiato maglia e residenza (come spesso accadeva in quegli anni concluderà la carriera alla Lazio per guadagnare gli spiccioli, ma gioherà solo 7 partite). Un altro esempio di come nella storia juventina non sia insolito vedere che i vincoli contrattuali acquistino anche la solidità di un vincolo morale; si dice che abbia battezzato la sua residenza danese come "Villa Juventus".
In campo Praest era un vero artista, le sue azioni dovrebbero essere riportate quasi interamente in un ideale manuale del calcio sotto il nome "tecnica Praest" talmente erano varie ed improvvise, sapeva, indipendentemente, suggerire o concludere di persona in maniera vincente; come le memorabili reti rifilate all'Inter o alla Roma su azione personale, oppure come una volta contro l'Atalanta, quando sembrò divertirsi a fare dei traversoni eccezionalmente precisi: finì 7-1, segnarono tutti tranne lui.
Sapeva adattare perfettamente l'azione che aveva in mente di svolgere con la situazione in campo, a volte dava l'impressione di estraniarsi dal gioco, ma era solo un modo di ingannare gli avversari, per partire poi in maniera inarrestabile. L'importante, sosteneva, "era sapere come si deve toccare il pallone" e chi meglio di Praest poteva permettersi un simile motto. Alcune sue reti sono tutt'oggi conservate nella cineteca di Coverciano, comprese le quattro fatte segnare al compagno di nazionale John Hansen alle Olimpiadi di Londra del 1948, quando con un pirotecnico 5-3 la Danimarca estromise l'Italia di Vittorio Pozzo, ma già l'anno prima a Glasgow Praest guidava l'attacco del Resto d'Europa contro i maestri inglesi.
Fu l'ultimo dei danesi da leggenda ad andarsene, ebbe ancora la forza di giocare accanto ai ragazzini di Puppo ed anonimi compagni di reparto come Colella e Bronèe.
Colleziona 232 gettoni di presenza nei quali mette a segno 51 reti, tutte in campionato; campione d'Italia nel 1950 e 1952, a fine carriera fu considerato la più grande ala sinistra dopo Orsi: e pensare che per iniziare a giocare a calcio si iscrisse ad un club di Copenhaghen versando una quota di circa duecento lire!

16 nov. 2002

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