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Ho visto un ragazzino tutto pepe, un romagnolo che gioca
già con la maglia bianconera, ma è quella della
Biellese. Quello è un piccolo grande giocatore, vedrete
che roba!" Così si espresse Piero Dusio, industriale
torinese, presidente dal 1941 al 1947, uno che il calcio lo
capiva avendolo praticato proprio nelle fila della Juve.
Dusio si riferiva ad Ermes Muccinelli, eterno e minuscolo
ribelle alle norme convenzionali e programmatiche della tattica
di gioco; il suo stile di gioco era la rivincita della libertà
individuale, dell'istinto e dell'estro sulla disciplina collettiva
che il calcio dell'epoca esaltava.
Questo istinto ribelle lo accompagnava anche fori dal campo,
Muccinelli amava la bella vita, non di rado trascorreva le
nottate al tavolo verde posto nel retro del bar di proprietà
acquistato non a caso davanti al Comunale per arrivare in
tempo agli allenamenti, e forse questa passione smisurata
per la sregolatezza ne costituisce l'unico limite.
Sul rettangolo di gioco "Mucci" era un trottolino,
abile a smarcarsi senza palla ed invitare pertanto i compagni
al lancio, si spostava continuamente tra l'attacco e la difesa.
Aveva uno scatto poderoso unito ad una pari velocità
e ad un controllo di palla quasi perfetto che mandavano in
crisi qualsiasi difensore. Per questo suo modo di giocare
Muccinelli era spesso la vittima designata dei difensori avversari,
ma solo in due circostanze, entrambe a Genova, dovette uscire
dal campo in barella.
Anche in Nazionale Muccinelli fece la sua parte fin dall'esordio
avvenuto in Belgio nel 1950, quando rifilò due reti
ai padroni di casa ed in seguito aggiunse ancora altre dieci
presenze con la maglia azzurra.
Nella Juventus, dove va a rinforzare una linea stellare composta
da Boniperti, Martino, Praest e J.Hansen, colleziona invece
244 presenze nelle quali realizza 69 reti, tutte in campionato.
Si laurea campione d'Italia nel 1950 e 1952, passa, guarda
caso, alla Lazio nel 1955, grazie anche alla solida e sincera
amicizia con Boniperti torna a Torino per concludere la carriera
nel campionato 1858-'59.
Detto delle fugaci apparizioni dei vari Carpallese, Ricagni,
e soprattutto dello svedese Hamrin, ceduto al Padova solo
per far posto alla coppia Charles-Sivori, della promessa mancata
rappresentata da Bruno Nicolè, è ora di celebrare
il mitico "King John", alias "Gigante Buono",
al secolo John William Charles.
Pur di averlo dal Leeds Umberto Agnelli dovette affrontare
un esborso economico non indefferente, ma lo sforzo è
stato ampiamente ricompensato. Charles era immane. Dal 1957
al 1962 l'ariete gallese (è originario di Swansea)
contribuisce in maniera speciale, cioè a suon di reti,
ai trionfi bianconeri. È una autentica forza della
natura, un'onda d'urto che si rovescia verso la porta avversaria,
abile non solo di testa, ma anche di piede e se non bastasse
dotato di una grande progressione in corsa, riesce anche ad
essere in copertura, ma è soprattutto con Sivori che
va a formare la perfetta anomala coppia dentro e fuori dal
campo.
Giocatore generoso e leale, Charles riuscì a farsi
amara da tutti, avversari compresi. A differenza del gemello
Sivori sapeva gestire e controllare la propria forza ed anzi,
il più delle volte, era proprio il gallese a dover
calmare il focoso temperamento dell'argentino. Charles era
un timido, parlava poco l'inglese ed ancor meno l'italiano,
Sivori si divertiva a stuzzicarlo, a vederlo arrossire, ma
intanto la loro amicizia si cementava sempre più. Solo
una volta si invertirono le parti e fu "El cabezon"
a calmare "King John": al rientro negli spogliatoi
alla fine di un derby Charles mostrò la spalla nuda
sulla quale c'erano segni di denti, lo stopper avversario
lo aveva morsicato, per fermarlo in qualche modo. Riuscì
a ridere anche di quell'episodio, ma Sivori affermò
che se Charles avesse mai messo in moto una reazione il dentuto
sarebbe senz'altro morto.
Quando travolgeva un avversari Charles lo tirava subito in
piedi chiedendogli scusa; una volta venne a Torino l'Arsenal
per giocare un'amichevole e lo stopper era suo fratello: se
ne dettero di santa ragione per novanta minuti, un bel western
di famiglia senza mai una cattiveria venne definito quel duello.
È passato alla leggenda l'episodio del palo; durante
una partita finì di corsa contro un palo e rimbalzò
inanimato mentre il legno vibrava. Mentre tutti pensavano
alla tragedia, Charles si rialzò quasi subito scrollando
la testa, mentre il palo continuò a muoversi ad ogni
sollecitazione perché l'urto gli aveva tolto la guaina
stretta del terreno.
Era (è) buono di bontà assoluta e qualcuno ne
ha sempre approfittato, in campo come nella vita, ma la società
Juventus gli è sempre stata vicina economicamente,
anche dopo il suo ritiro, come la Juventus è ancora
nel cuore di questo gigante dai capelli brizzolati.
Incise un disco, era la storia di un minatore, Charles aveva
avuto esperienza anche in miniera e questo gli era servito
per fargli vedere ancora più bello il mondo "di
sopra".
Nella Juventus segna 105 reti in 178 presenze, vince tre scudetti
e due Coppa Italia, ritornato al Leeds, dopo alcuni mesi accetta
l'ingaggio della Roma con cui disputa la parte finale della
stagione 1962-63. Trasferitosi definitivamente in Gran Bretagna
gioca fin oltre i quarant'anni, prima col Cardiff City e poi
nell'Hilford United.
Accanto al trio Boniperti-Charles-Sivori, alle ali erano
schierati da una parte Muccinelli ed alla mancina Giorgio
Stivanello, un veneziano maestro della galoppata lungolinea
che si concludeva con il cross preciso per la testa di Charles
o il tocco di Sivori. Ingaggiato dal Padova nel 1956, si trasferisce
sei anni dopo al Venezia, non prima di aver messo insieme
con la maglia bianconera 93 presenze impreziosite da 23 reti.
Dopo i fallimenti di Bercellino II, Traspedini e Dell'Omodarme,
Virginio De Paoli passa alla storia per essere stato il centravanti
titolare della Juventus tutta "movimiento" allenata
da Heriberto Herrera e vincitrice di un rocambolesco ed inaspettato
tricolore nel 1967. Il suo numero migliore è la gran
legnata che gli consente 21 realizzazioni a fronte di 58 presenze.
In quella Juventus operaia presieduta da Vittore Catella
militavano anche Giampaolo Menichelli e Gianfranco Zigoni.
Il primo venne acquistato dalla Roma nel 1963, veloce e battagliero,
puntuale nel cross dalla sinistra, fu uno dei punti di forza
della Juve heribertiana e giocò anche in Nazionale;
nella Juve ben 194 presenze e 59 gol.
Zigo-gol, invece, non a caso viene ribattezzato "Cavallo
pazzo" per il suo carattere anarcoide che poco si presta
alla disciplina ed agli schemi tattici. Croce e delizia di
allenatori e tifosi, Zigoni inanella 118 presenze e 32 reti,
prima di girovagare per l'Italia in cerca di pace e gloria.
La corsia destra era percorsa in lungo e in largo dal cremonese
Erminio Favalli che ebbe anche il grande merito di realizzare
la rete della vittoria, lui così avaro di realizzazioni,
contro l'Inter il 7 maggio 1967 che permise di ridurre lo
svantaggio in classifica ed iniziare la rimonta sui nerazzurri.
L'anno precedente il tredicesimo scudetto se ne era appena
andato via, al Cesena, Gino Stacchini, ala sinistra tascabile,
famoso anche per un celebre flirt con Raffaella Carrà.
Dribbling secco e guizzante, Stacchini si forma nelle giovanili
bianconere e debutta in prima squadra nel 1955, ai tempi dei
"Puppanti".
Dopo il necessario rodaggio diventa titolare al fianco di
Boniperti, Sivori e compagnia bella; fioccano gli scudetti,
alla fine saranno quattro tre invece le Coppa Italia vinte,
e lui se li merita tutti, così come le 6 convocazioni
in azzurro ed i suoi 3 gol.
Romagnolo di S.Mauro Pascoli, come detto lascia la Juve nel
167 per chiudere la carriera nella sua terra con alle spalle
279 presenze e 55 reti.
Particolare curioso, nel 1967 viene assoldato lo svedese Roger
Magnusson, il quale può essere impiegato solo in Coppa
dei Campioni; se la cava piuttosto bene, realizzando 2 reti
in 6 incontri e giustamente chiede spazio, per cui l'anno
dopo verrà ceduto.
Con l'inizio degli anni Settanta la Juventus subisce un radicale
rinnovamento; al vertice Catella viene richiamato a nuovi
incarichi in Fiat ed inizia l'era Boniperti, inizialmente
affiancato da un altro profondo conoscitore di calcio e di
mercato quale Italo Allodi. Anche i quadri tecnici vengono
particolarmente ringiovaniti, affidando la panchina allo sfortunato
Armando Picchi ed acquistando una nidiata di giovani promesse,
alcune delle quali si perderanno per strada mentre altre si
risplenderanno nel firmamento del calcio italiano.
In particolare nel reparto avanzato transitano i vari Fausto
Landini II, Roberto Montorsi, Giuliano Musiello e quell'Adriano
Novellini che tutto sommato se la cava egregiamente quando
viene chiamato in causa all'indomani dell'infortunio di Bettega.
Sono gli anni in cui comincia a mettersi il trio Causio-Anastasi-Bettega.
Per gli ultimi due si rimanda alle rispettive schede monografiche,
Franco Causio ha interpretato il ruolo di tornante come di
rado si è visto.
Soprannomimato "Barone" per l'ostentata eleganza
fuori campo unita ad una buona dose di presunzione e "Brazil"
per la classe sopraffina che invece sciorinava sul terreno
di gioco, giunge alla Juve via Lecce (sua città d'origine)
e Sambenedettese; debutta a Mantova nel 1967, poi viene dirottato
alla Reggina ed al Palermo. Rientra nel 1970 e per undici
consecutivi anni delizia la platea juventina con spunti di
alta classe e talvolta con reti di rara fattura.
Gli inizi sono duri per il giovane leccese conscio della propria
classe e convinto che sia la Juve a dare qualcosa a lui e
non viceversa; ecco spiegati gli anni passati in prestito
in provincia con la speranza di farlo maturare caratterialmente;
piano piano Causio si adegua alla nuova realtà ed al
nuovo stile bonipertiano: è il primo a presentarsi
all'allenamento, capisce che deve sacrificarsi professionalmente,
"studia" i dribbling virtuosi di Haller e li perfezionerà
arricchendoli della tipica fantasia meridionale che si porta
dentro, spesso ha degli atteggiamenti scorbutici ed arroganti,
ma quando arriva la domenica è da lui che parte il
lancio vincente ora per Bettega, ora per Anastasi.
Non esitava anche a concludere personalmente (celebre una
tripletta all'Inter) ed era l'indiscusso padrone dei calci
piazzati.
E Causio diventa una pedina fondamentale per vincere gli
scudetti numero 17 e 18 (alla fine saranno sei quelli vinti
dal "Barone") e di conseguenza gli si spalancano
anche le porte della Nazionale. Disputa uno strepitoso mondiale
argentino, per un debito di riconoscenza il saggio "vecio"
Bearzot lo porta anche in Spagna per fargli disputare un solo
minuto della finalissima, quanto basta per iscrivere negli
almanacchi anche il suo nome tra quelli campioni del mondo.
Tra il 1980 ed il 1981 non accetta che il giovane Marocchino
cerchi di offuscare la sua stella e soprattutto non accetta
certe sostituzioni operate nei suoi confronti dal "Trap"
e quando l'allenatore lo sostituisce per l'ennesima volta
a Catanzaro la lite divampa apertamente.
Nell'estate del 1981 viene trasferito all'Udinese dove a formare
una coppia funambolica con Zico, in seguito giocherà
ancora con Inter e Lecce.
447 presenze e 72 reti, 6 scudetti, 1 Coppa Italia e 1 Coppa
Uefa il suo palmares juventino, 63 presenze e 6 reti quello
azzurro.
In mezzo a tanta gioventù vi è anche un "vecchietto"
miracoloso ingaggiato da Boniperti per fare la riserva di
lusso. Parliamo naturalmente di Josè Altafini, già
gloria della nazionale carioca, del Milan e del Napoli, scanzonato
giramondo con la vocazione del gol.
Altafini è stato un esempio di longevità sportiva,
grazie ad una sua caratteristica tutta particolare: sapeva
risparmiarsi, levava il piede dai tackles dolorosi, ma sapeva
metterlo nel momento della finalizzazione. Nei quattordici
anni precedenti segna reti a go-go, quando giunge alla Juve,
nel 1972, ha già 34 primavere alle spalle e naturalmente
arriva accompagnato dallo scetticismo generale. Ma ancora
una volta stupisce. Leggendaria la sua rete allo scadere segnata
al Napoli, per i partenopei diverrà "core 'ngrato"
che in pratica sancisce il sedicesimo scudetto, dopo che con
altre incornate e zampate aveva contribuito anche alla conquista
del quindicesimo.
Smette trentottenne a Chiasso, in Svizzera per poi dedicarsi
ad una divertente carriera di commentatore sportivo, in linea
con il personaggio.
Altro grande bomber del calcio italico che visse una seconda
giovinezza con i colori bianconeri fu "Bonimba",
ovvero Roberto Bonisegna.
All'indomani della sciagurata stagione 1975-'76 Boniperti
intraprende una vera e propria epurazione di coloro che giudica
responsabili dello scellerato finale di campionato; sull'asse
Torino-Milano si realizza il doppio scambio Capello-Benetti
col Milan e Boninsegna-Anastasi con l'Inter.
Tutti credono che stavolta Boniperti sia davvero impazzito,
vista l'età dei nuovi arrivati, invece ancora una volta
il presidentissimo aveva visto giusto ed i due nuovi arrivati
si rivelarono decisivi per l'accoppiata scudetto-Coppa Uefa
del 1977.
Bonimba, vecchia bandiera nerazzurra ed ormai trentatreenne,
vuole subito dimostrare di non aver accettato il passaggio
al "nemico" solo per strappare un ultimo ingaggio.
E lo dimostra con estrema professionalità a modo suo,
cioè a suon di reti, compresa la doppietta segnata
nel primo incontro giocato contro l'amata Inter.
Nel meccanismo quasi perfetto che era quella Juve prima versione
trapattoniana Boninsegna si integra a meraviglia, grazie al
suo sviluppato senso tattico, alla potenza del tiro ed alla
tenacia combattiva. Il bilancio conclusivo dei tre anni è
lusinghiero: due scudetti, una Coppa Uefa, 93 presenze e 35
reti.
Anni dopo, nel 1988, viene ritentata la stessa operazione
con Alessandro Altobelli, ma "Spillo" non ricalcherà
le orme di Boninsegna, pur segnando la rete vincente di un
derby giocato il pomeriggio del 31 dicembre ed a fine stagione
lascerà Torino per Brescia. Al suo fianco giostrava
il funambolico Rui Barros, un peperino alto appena un metro
sessanta che nella sua prima stagione in Italia fa ammattire
le difese, ma l'anno dopo, complice anche un infortunio, non
riuscirà ad emulare le proprie gesta.
Giuseppe "Oscar" Damiani (Flipper per i tifosi,
da come venne chiamato da Spinosi) prima e Sergio Gori in
seguito furono due valenti rincalzi che, quando chiamati in
causa, non lesinarono di dare ottime risposte.
In previsione dell'inevitabile declino agonistico di Baron
Causio, la Juve ingaggia due promettenti giovani: il friulano
Pietro Fanna ed il vercellese Domenico Marocchino.
Il primo fallisce completamente sul piano caratteriale e troverà
onori e gloria in provincia, nel Verona di Bagnoli, il secondo
era una talentuosa e virtuosa ala destra, ma per nulla votata
al sacrificio professionale.
Ricco di famiglia Marocchino probabilmente ha, forse inconsciamente,
interpretato il ruolo di calciatore come un hobby e non come
una professione vera e propria, fin dai tempi della militanza
nello Juniorcasale. Cresciuto nelle giovanili juventine, dopo
i prestiti a Casale, Cremona e Bergamo, viene richiamato nel
1979 e con le sue 137 presenze e 12 reti concorre pienamente
ai successi del 1981 e del 1982 e Coppa Italia 1983, riuscendo
anche a vestire in un'occasione la maglia azzurra.
Un altro prodotto del vivaio è stato Giuseppe Galderisi,
detto "Nanu" per la piccola statura. A fronte delle
sue 32 presenze e 7 reti, tre delle quali inflitte tutte insieme
al Milan, contribuisce alla vittoria di due scudetti ed una
Coppa Italia, prima di accasarsi al Verona dove è tra
gli artefici dello scudetto del 1983.
21 dic. 2002
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