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Era Paolo Rossi e la Juventus c'è stato un lungo matrimonio,
mai però d'amore. Fragile e smunto, con la faccia da
bravo ragazzo, arriva a Torino appena quindicenne su indicazione
di Allodi. Nel 1975 viene dirottato a Como ed inizia il suo
calvario fisico: tre menischi asportati. Passa quindi al Vicenza
dove ha la fortuna di imbattersi nel presidente Farina e soprattutto
nell'allenatore G.B. Fabbri e grazie alle sue reti i veneti
conquistano la promozione nella massima serie. Al termine
della stagione Farina si svena pur di assicurarsi alle buste
il giocatore, visto che la comproprietà era ancora
della Juve. Da quel momento Rossi ritorna a giocare, con una
fama poco gradita, le società in cui militiva non erano
di certo baciate dalla fortuna: infatti il Vicenza ritornò
in serie B travolto dai debiti dell'allegra gestione Farina,
Rossi venne ceduto al Perugia dove fu invischiato nel calcio-scommesse
e puntualmente gli umbri retrocedettero.
In ogni caso Boniperti decise di puntare ancora sul centravanti
toscano e terminata la squalifica di due anni, lo rimette
in campo per le battute finali del campionato 1981-'82 (esordio
con gol a Udine).
Bearzot decide di convocarlo per il mondiale spagnolo e lì
tocca dieci palloni realizzando sei gol, divenendo sia il
capocannoniere che Paolorossituttoattaccato. E tutto sommato
è in Nazionale che scrive le pagine più belle
della sua carriera.
Al ritorno con la Spagna nascono i primi contrasti in casa
Juve a causa di una richiesta di ritocco del contratto, cosa
che l'ambiente non gradisce affatto; anche sul campo nascono
le prime divergenze con Trapattoni che non esita a sostituirlo
sempre più spesso, anche con Giovanni Koetting. Rossi
si sente più che altro un "sopportato", capisce
che ha fatto il suo tempo e comincia a lusingarlo l'idea di
trasferirsi al Milan che era stato acquistato dal suo vecchio
scopritore, Giussy Farina. Chiude l'avventura bianconera dopo
la tragica partita dell'Heysel: è destino che nella
carriera di questo calciatore ci sia sempre stato qualche
avvenimento drammatico. Passa al Milan e poi chiude definitivamente
a Verona.
44 reti in 138 presenze, Pallone d'oro nel 1982, 2 scudetti,
1 Coppa Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa dei Campioni,
1 Supercoppa Europea.
Sfortunatissimo invece è stato Massimo Briaschi, una
guizzante e sgusciante ala destra prelevata dal Genoa nel
1984. La prima stagione in bianconero è un crescendo
di soddisfazioni che culminano con la conquista della Coppa
dei Campioni e tredici reti sono il prodotto personale del
vicentino. Ma un infortunio rimediato a Bordeaux nella semifinale
di Coppa Campioni si rivela più serio del previsto
e lo costringerà al definitivo abbandono nel 1987 dopo
una lunga convalescenza.
E rimanendo nel campo della sfortuna come non citare Pierluigi
Casiraghi, un autentico ariete acquistato dal Monza nel 1989
e poi ceduto alla Lazio nel 1993 e da qui al Chelsea; nella
Premier League subisce un gravissimo infortunio che ne pregiudica
il prosieguo. All'inizio l'unico numero di cui è dotato
Casiraghi è il colpo di testa, potentissimo, supportato
da una grande elevazione, poi si affina anche di piede e diventa
prezioso per le vittorie juventine di Coppa Italia e Coppa
Uefa con Zoff in panchina prima e Trapattoni seconda edizione
dopo.
Zbignew Boniek si mette in luce al mondiale di Spagna e subito
viene acquistato dalla dirigenza bianconera, anche se il feeling
con Madama era nato già nel 1979 a seguito di una partecipazione
del polacco nella rappresentativa del Resto del Mondo; poi
la scelta venne dirottata su Brady e Boniek dovette aspettare
tre anni prima di vestire la casacca a strisce, durante i
quali si prese anche il lusso di eliminare dalla Coppa Uefa
con il Widzew Loch proprio la Juventus.
I tre anni juventini sono caratterizzati da vittorie in successione:
Coppa Italia e Mundialito club nel 1983, scudetto, Coppa delle
Coppa e Supercoppa europea nel 1984, Coppa dei Campioni nel
1985.
Figlio d'arte (il padre Jozef era stopper nella serie A polacca),
per la sua generosità e per il suo talento era diventato
uno dei beniamini della curva Filadelfia; le sue galoppate
mandavano in visibilio i tifosi e creavano voragini nelle
difese avversarie sulle quali si avventavano a turno ora Rossi,
ora Platini, che del "Leone di Polonia" ne diventa
l'amico più sincero.
La critica (sempre servile verso i potenti) gli cuce addosso
una battuta confezionatagli dall'Avvocato, cioè "Bello
di notte", visto come Boniek si esalta sotto le luci
dei riflettori. Ma è un'etichetta ingiusta per il grande
campione che invece sa essere anche la domenica pomeriggio.
Nel 1985 viene contattato dalla Roma e non potendogli offrire
quanto il club giallorosso, la Juventus lo lascia partire,
preferendogli il più giovane Michael Laudrup.
Vale a dire "il più forte giocatore del mondo...
in allenamento", come l'aveva definito Platini. Infatti
Laudrup possedva un bagaglio tecnico di prima categoria che
sciorinava completamente durante le partitelle al "Combi"
(per la delizia degli appassionati), ma spesso e volentieri
se ne scordava negli incontri ufficiali, rimanendo a lungo
abulico ed estraneo alla manovra. Per fortuna non accadde
a Tokyo dove con una splendida rete permise ai bianconeri
di giungere ai supplementari contro l'Argentinos Jrs. per
poi assicurarsi l'Intercontinentale ai rigori.
Non a caso Laudrup venne acquistato su consiglio di John
Hansen e per la sua giovane età venne "parcheggiato"
alla Lazio. A Roma divenne "Michelino", ma rimase
coinvolto suo malgrado nella crisi tecnico-societaria della
squadra capitolina; dopo due anni di purgatorio calcistico
nella capitale viene inserito nei ranghi bianconeri dove all'inizio
illude tutti con degli spunti da fuoriclasse che, purtroppo,
nel corso del tempo, diventano sempre più rari. Dopo
aver collezionato 151 presenze e 35 reti si trasferisce nel
1989 al Barcellona.
Massimo Mauro era il tornante della squadra che nel 1985-'86,
doveva essere sperimentale ed invece incamerò, seppur
con qualche affanno di troppo, il ventiduesimo scudetto. Diligente,
ma dal passo un po' troppo cadenzato, Mauro si vanta giustamente
di aver giocato a fianco dei tre più grandi assi del
pallone degli anni Novanta, vale a dire Platini nella Juventus,
Maradona nel Napoli e Zico nell'Udinese. Nella Juve segna
solo 7 reti a fronte di 149 presenze.
Chi invece ha avuto un impressionante media gol/partite giocate
è stato Aldo Serena, centravanti giramondo di Montebelluna,
36 centri in 71 incontri. Inter, Como, Bari, Inter, Milan,
ancora Inter, Torino prima di approdare alla Juve dove si
ferma dal 1985 al 1987, di nuovo Inter e Milan dopo.
Nella Juve di Platini è il terminale vincente nel gioco
aereo, la sua specialità, dove si fa valere con determinazione,
a dispetto della faccia da bravo ragazzo che si porta a spasso.
Vince un campionato ed una Coppa Intercontinentale.
E venne il turno del protagonista delle notti magiche (?!)
di Italia 90, Salvatore Schillaci. Acquistato dal Messina
per far coppia con Casiraghi, Totò sogna di ripetere
le gesta del conterraneo Anastasi, al quale lo paragonano
per i rapidi ed imprevedibili guizzi sotto rete. In definitiva
brilla una sola estate, quella appunto del mondiale italiano,
segna sei reti da favola ed ogni volta sgrana quegli occhi
sbarrati simili a fari puntati nella notte. L'avventura mundial
sarà il culmine del sogno, la Juve, condizionata dai
successi del Milan olandese, ha fretta di tornare grande e
non ha tempo di aspettare un ragazzo trovatosi impreparato
e smarrito davanti a tanta popolarità. Schillaci passa
all'Inter e neanche in nerazzurro ritrova con regolarità
la via del gol, poi va a cercar gloria nella giapponese Jubilo
Iwata.
Di scuola tedesca, ma con giocate alla brasiliana, si muove
Andreas Möller che per potenza e classe ricorda il predecessore
Haller e come lui non è supportato da un carattere...
teutonico. Nella sua permanenza bianconera, dal 1992 al 1994,
gioca 78 volte, segna 30 reti e contribuisce decisamente alla
conquista della Coppa Uefa del 1993.
Angelo Di Livio, infaticabile "soldatino" presidia
con puntiglio la corsia esterna, è un infaticabile
combattente di fascia, si evidenzia per le doti di serietà,
diligenza e caparbietà, oltre ad una lucida e puntuale
visione di gioco. Cresciuto nella Roma, sua città natale,
si mette in luce nel Padova, da cui la Juve lo acquista nel
1993.
Segna poco, solo 6 reti a fronte di ben 255 presenze, ma si
perderebbe il conto di quelle fatte segnare ai compagni, naturale
quindi le numerose convocazioni in maglia azzurra.
Con la Juventus si aggiudica 3 campionati, 2 Supercoppe italiane,
1 Coppa Italia, 1 Coppa dei campioni, 1 Supercoppa europea,
1 Coppa Intercontinentale.
Nel 1999 si trasferisce a Firenze dove viene apprezzato per
le sue indubbie qualità, nonostante il suo passato
juventino, facendo così intuire ai tifosi viola che
i successi bianconeri poggiano da sempre su solide basi e
non vengono mai per caso.
Il 1994 rappresenta per la Juventus l'anno di un'ennesima
svolta che coincide con l'apertura di un ennesimo ciclo vincente.
Cambiano i vertici societari e di conseguenza vengono rivoluzionati
i quadri tecnici, la Juve da nove anni non vince uno scudetto:
se si eccettua il periodo tra il primo e secondo scudetto,
non era mai passato così tanto tempo!
La panchina bianconera viene affidata all'emergente Marcello
Lippi che, attraverso un lavoro puntiglioso, centra subito
l'obiettivo. Lippi compie anche l'opera di recuperare pienamente
Gianluca Vialli, facendolo diventare il leader indiscusso
della squadra, in campo e fuori. Sì perché l'ex
doriano alla Juve già da due anni, non si è
ancora ambientato. I motivi sono molteplici: non trova più
il clima scanzonato dei tempi genovesi, subisce dei fastidiosi
infortuni, smarrisce il fiuto del gol e Trapattoni tenta addirittura
di trasformarlo in regista arretrato. Vialli è l'ombra
del goleador di razza che ha dimostrato di essere con le maglie
di Cremonese e Sampdoria, appare sempre più sfiduciato,
ma la società decide, nonostante tutto, di puntare
ancora su di lui. Con Lippi in panchina e Fabrizio Ravanelli
a fianco, Vialli decolla fino a trascinare la Juve sul tetto
d'Europa nel 1996, attraverso uno scudetto, 1 Coppa Italia,
1 Supercoppa italiana e 1 Coppa Uefa.
Lascia nel 1996 per trasferirsi in Inghilterra dove il calcio
viene vissuto con meno stress e dopo aver segnato in maglia
bianconera 52 reti in 145 presenze.
L'alter ego di Vialli è stato Fabrizio Ravanelli,
differente estrazione sociale, differente bagaglio tecnico,
ma tanta, tanta forza di volontà. La Juve lo preleva
dalla Reggiana nel 1992, è già un attaccante
di grande stazza fisica, ma altrettanto grezzo. La sua voglia
di emergere lo porta ad affermarsi sia in bianconero che in
Nazionale. Tra le altre segna la rete del provvisorio vantaggio
a Roma nella finale con l'Ajax che spiana la strada al successo
finale. Saranno in tutto 67 realizzazioni in 159 partite,
realizza anche una quaterna contro il CSKA Sofia.
Arriva a giocare anche in Nazionale e mette a segno 8 reti
in 22 comparsate.
All'improvviso nell'estate del 1996 viene ceduto al Middlesbrough,
quindi va in Francia al Marsiglia, rientra in Italia alla
Lazio e poi di nuovo in Inghilterra questa volta al Derby
County, ma la sua cessione un po' troppo affrettata è
sempre rimasta un rimpianto per molti tifosi juventini.
Proveniva dal calcio dilettantistico torinese e da una lunga
gavetta in società minori, la Juve lo aveva acquistato
nel 1995 come punta di rincalzo, invece Michele Padovano,
quando chiamato in causa, ha sempre saputo farsi trovare pronto
e realizzare anche reti "pesanti". Efficace e pungente,
dunque partecipa a pieno titolo ai successi in campionato
e coppa fino al 1997 quando si trasferisce al Crystal Palace.
Terminiamo con Filippo Inzaghi, un vero "animale da
gol", secondo la definizione datagli da Lippi. Intelligente
e furbo come pochi si trova sempre nel posto giusto al momento
giusto per spingere il pallone in rete. Gioca sempre sul filo
del fuorigioco ed ingaggia una guerra di nervi con la terna
arbitrale ed i difensori.
È il classico centravanti che divide pubblico e critica,
chi lo incensa per il suo opportunismo, chi lo denigra per
una tecnica eccelsa; Inzaghi non se ne cura, "chi critica
me critica il calcio" dichiarerà, continuando
a segnare.
Egoista fino all'eccesso, vive in funzione del gol che, pare,
riveda anche in videocassetta tra le comode mura di casa esultando
come sul campo. Piacentino classe 1973, giunge alla Juve,
via Atalanta, nel 1997-'98 e subito diventa parte attiva nella
conquista dello scudetto e della Supercoppa. Ribattezzato
"Superpippo" entra di prepotenza nel giro della
nazionale, mentre nello spogliatoio juventino si inimica gran
parte del gruppo a causa dell'eccessivo egoismo e di un accentuato
narcisismo; Montero si riferisce a lui chiamandolo solo con
il numero di maglia, "el nueve", tristemente famosa
la polemica tra lui e Del Piero a Venezia.
Fra tanti presunti difetti, ha il merito di tenere a galla
la Juve nel biennio che precede il ritorno di Lippi.
Conseguenziale ad un clima così degenerato è
la sua cessione al Milan nel 2001, ma in bianconero ha realizzato
qualcosa come 88 reti in 163 partite.
15 gen. 2003
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