RUBRICHE
Juventus Club Bianconerionline
Le nostre rubriche
La moviola delle 6 sorelle
Campioni del Passato
 
La Squadra
Dal 1897 ad oggi
Invia una cartolina animata
Sondaggi
Commenti dei tifosi
Links
Pubblicazioni
 
Mailing List
Chat
 
Webmaster
Il Club
La Redazione
Diventa nostro redattore
 


Pietro Anastasi
Roberto Bettega
Giampiero Boniperti
Giuseppe Furino
Michel Platini
Gaetano Scirea
I Grandi Portieri (I)
I Grandi Portieri (II)
I Difensori (I)
I Difensori (II)
I Centrocampisti (I)
I Centrocampisti (II)
Gli Attaccanti (I)
Gli Attaccanti (II)
Gli Attaccanti (III)
Gli Allenatori (I)
Gli Allenatori (II)
I CENTROCAMPISTI
PARTE PRIMA
di Alberto Rossetto
Quello del centrocampista è un ruolo che si è evidenziato nel tempo, dopo che il calcio dei pionieri fatto di tanta buona volontà ha lasciato il passo via via ad un calcio in cui la tattica prende il sopravvento ed i ruoli in campo vanno sempre più distinguendosi.
Anche nella storia bianconera bisogna attendere una trentina d'anni per incontrare il primo centrocampista vero e proprio, almeno come inteso nel calcio moderno. Si tratta di Antonio Vojak I, il vero prototipo della mezz'ala, instancabile nel continuo lavoro di raccordo tra attacco e difesa; dotato di buon tiro con 5 reti contribuisce alla vittoria del secondo scudetto (1926). Nato a Pola, approda alla Juve nel 1925 e vi rimane fino al 1929 quando passa al Napoli e quando il puritanesimo fascista gli italianizza il cognome in Vogliani. In quell'anno valida alternativa all'istriano Vojak fu Giuseppe Grabbi, capostipite di una famiglia di calciatori che vede il nipote Corrado attualmente protagonista.
Nelle compagini juventine degli anni per la verità si poteva individuare qualche straniero "evoluto" che ricopriva alla lontana il ruolo in esame, come lo scozzese Squair, al quale le cronache dell'epoca assegnavano molti successi "galanti" . All'indomani del primo scudetto, insieme al connazionale Diment, seguì il transfuga presidente Dick e fondarono il Torino ed il suo posto fu preso da uno studente di ingegneria, Carlo Vittorio Varetti, che divenne anche presidente.
Teobaldo Depetrini giovanissimo si affaccia alla ribalta della serie A con la maglia della Pro Vercelli, la Juve lo tiene d'occhio e nel 1933 finalmente lo acquista. Nonostante esordisca con il goal giocando all'ala destra, è in mezzo al campo che si afferma tra i più grandi nel ruolo, vestendo la casacca bianconera per ben tredici anni da giocatore ed in seguito rilevò in panchina, a stagione in corso, prima Puppo e poi Brocic.
Renato Cesarini, più ancora di Orsi e Sivori, è il più matto ed estroso calciatore che abbia militato nella Juve. Nativo di Senigallia, emigrato giovanissimo in Argentina, rientra in patria quando già gode di una buona fama calcistica.
Ma il Cé adorava i locali notturni, le carte da gioco, i vestiti eleganti, lo champagne e naturalmente le donnine di classe; non era raro vederlo arrivare agli allenamenti ben oltre l'ora stabilita, buttandosi giù a capofitto da un taxi con il cappotto di cammello sopra il pigiama. Giunse addirittura ad aprire un "dancing" nella centrale piazza Castello (sopra al bar Combi) dove gli orchestrali erano vestiti da "gauchos". Ma nella Juve degli anni Trenta la disciplina veniva fatta osservare rigidamente, sotto la severa vigilanza dell'allenatore Carcano e del presidente Mazzonis. Esisteva una fitta rete di informatori formata da ragazzini reclutati dalla società, il cui compito era quello di appostarsi per ore in vicinanza delle abitazioni dei giocatori e segnalarne le mosse in sede.
Naturalmente, manco a dirlo, il più bersaglaito dalle multe era Cesarini, ma era talmente simpatico e generoso (in campo come nella vita, celebri le sue mance) che spesso qualche dirigente pagava per lui. Altre volte pagava senza batter ciglio, oppure scendeva a patti con il barone Mazzonis, in cambio di una rete nella prossima partita si giocava la rescissione della multa.
Cesarini non era solo sregolatezza, ma anche e soprattutto genio. Se nella vita privata si faceva rapare a zero per scommessa o si buttava dal trampolino in piscina senza saper nuotare, in campo era la serietà assoluta e si batteva come un leone, aveva intuizioni tattiche felici ed improvvise, il suo fisico eccezionale fece sì che non avesse paura di nessuno; capace di reti impossibili diede il nome a quella che viene ancora battezzata come "zona Cesarini". Per la verità il Cé era solito segnare sul finire della gara perché conservava ancora scatto ed imprevedibilità da vendere, ma la rete che gli valse la fama in eterno fu il 3-2 segnato a Torino il 13.12.1931 in Italia-Ungheria (allora nazione calcisticamente all'avanguardia), quando allo scadere dei novanta minuti rubò letteralmente palla al compagno di squadra Costantino, fintò un passaggio e trafisse il portiere magiaro.

Nel 1935, chiusa la magica epopea del quinquennio e con all'attivo 50 reti su 147 presenze totali, i allenatore e con queste mansioni rientra nella famiglia juventina in due distinti periodo: 1946-48 e 1959-61, conseguendo la doppietta scudetto e Coppa Italia.
Mezzala sinistra, portato alla Juve dall'Alessandria dall'allenatore Carcano, Giovanni Ferrari fu un uomo di raccordo dalle qualità eccezionali e con una straordinaria propensione al gol. Celebrato asso della Nazionale, vinse due campionati del mondo, dopo aver vinto i cinque scudetti consecutivi con la Juve, passa all'Ambrosiana-Inter dove si aggiudica altri due titoli ed infine al Bologna dove vince, nel 1941, l'ottavo titolo italiano.
Rientra, per chiudere la carriera come allenatore-giocatore, dove fa in tempo ad aggiudicarsi la Coppa Italia, tanto per non smentire la fama che lo vuole uomo vincente.
In quello stesso 1941 arrivò alla Juve, proveniente dall'Ambrosiana, Ugo Locatelli, un geometra del centrocampo dallo stile impeccapile. Con la Juventus vinse soltanto la Coppa Italia del 1942, a fronte dei due scudetti vinti a Milano, perché in quegli anni di guerra la compagine bianconera non disponeva di attaccanti di alto livello, nonostante vantasse una ricca rosa negli altri reparti.
Ad eccezione del campionato di guerra del 1944 disputato con la maglia del Brescia (società che lo aveva lanciato nel grande calcio), Locatelli rimase in bianconero fino al 1949, quando si ritirò dall'attività agonistica a seguito di un elettrocardiogramma non proprio perfetto; ma la società juventina non volle privarsi di un uomo tanto prezioso quanto talentuoso e gli conferì l'incarico di responsabile del settore tecnico giovanile nonché di osservatore.
Vittorio Sentimenti III, detto Ciccio, diventa tra i protagonisti più amati dal pubblico juventino tra il periodo buio della guerra e l'immediato dopoguerra. Terzo di cinque fratelli tutti consegnati al calcio (il più famoso fu il IV, portierone bianconero), fu un abile ed originale ambidestro, dotato di una notevole "legnata" e di una non comune capacità di dribblare gli avversari, illuminava il gioco in modo lineare e continuo, non risparmiandosi mai su nessun pallone. Grazie a queste caratteristiche rappresentò una delle figure più interessanti di tutto il calcio italiano degli anni Quaranta.
Una menzione la merita anche Cestmir Vycpalek, una vita in bianconero e non solo da calciatore. Cesto arrivò a Torino nell'autunno del 1946 insieme al connazionale Julius Korostolev; erano gli ultimi rappresentanti di quella scuola cecoslovacca che tra gli altri aveva "sfornato" Planicka, Jada, Svodoba e Jelinek.
Con alle spalle una militanza nello Slavia Praga e l'internamento nel lager nazista di Dachau, Vycpalek ha sempre elargito grande umanità, qualità che lo ha premiato anni dopo, quando dal campo è passato alla panchina. Le cronache riferiscono che il boemo era il classico calciatore a testa alta, preciso ed implacabile, seppur non dotato di grande velocità, secondo gli stilemi del calcio danubiano. La consacrazione come calciatore avvenne in Sicilia, dove, con la maglia del Palermo, divenne l'idolo dell'isola e dove nacque il figlio Cestino, poi tragicamente perito nell'incidente di Punta Raisi. Quando Boniperti assunse la presidenza si ricordò di lui e gli affidò dapprima il settore giovanile della Juventus e dopo la scomparsa di Picchi addirittura la prima squadra che condusse alla conquista di due memorabili scudetti. E' mancato nel giorno del ventiseiesimo scudetto, così simile a quello vinto a Roma nel 1973 con lui in panchina.
Un anno solo in Italia con la maglia bianconera, eppure Rinaldo Martino è rimasto nel cuore di tutti i tifosi e di tutti i critici calcistici. Un vero artista del pallone, un autentico fuoriclasse dal tiro preciso e potente, viene subito ribattezzato "Zampa di velluto". Acquistato dal S.Lorenzo de Almagro nel 1949, uomo timido e schivo, sbarca a Torino portandosi dietro le scarpette bullonate personali; nonostante i ricchi premi personali elargiti dall'Avvocato in persona, viene vinto dalla nostalgia ed al termine del vittorioso torneo del 1950 rifà le valigie e per la gioia della propria consorte rientra in Argentina. Lascia dietro di sé uno scudetto ed una marea di rimpianti.
Arriviamo così alla Juve dei danesi, vale a dire di Praest (parleremo di lui in occasione degli attaccanti), di Karl Age Hansen e soprattutto di John Hansen. Insieme a Ploeger (l'unico rivelatosi deludente) scesero in Italia sulla scia del successo ottenuto dalla rivelazione Danimarca alle Olimpiadi di Londra del 1948 che vinse la medaglia di bronzo.
Karl Hansen giunge alla Juve per sostituire il "dimissionario" Martino e lo fa alla sua maniera, cioè con sostanza e versatilità. E' considerato l'antesignano dei cosiddetti "universali", abile sia nel gioco di difesa, sia di costruzione, sia di realizzazione, tanto è vero che si congeda dalla Juve con un bottino di 37 reti, molte delle quali segnate direttamente su punizione.
Il nome di John Hansen cominciò a circolare in Italia quando il danese rifilò una quaterna alla squadra azzurra nella menzionata Olimpiade londinese, ma il suo trasferimento alla Juventus si deve ad una curiosa circostanza. Infatti il presidente del suo club di origine, il Frem Copenaghen, era il direttore di una industria vinicola e per lavoro si trovava nell'Astigiano quando fu contattato da un dirigente del Torino allo scopo di segnalare una mezzala. Successivamente nella trattativa si inserì la Juventus tramite la Nordisk Fiat di Copenaghen e, dato che i calciatori danesi erano dilettanti puri e quindi potevano decidere autonomamente la propria sorte senza alcun vincolo societario, John Hansen scelse i colori bianconeri. Al suo arrivo a Torino, onde evitare uno scambio di persona, l'Avvocato Agnelli chiamò il c.t. azzurro Pozzo a riconoscere il danese!
Domenica 21 novembre 1948 contro il Bari, John Hansen compì un triplice esordio, con la maglia della Juve, nel campionato italiano e nel mondo professionistico. Non fu comunque una stagione facile quella, frutto di allenamenti sbagliati e di incomprensioni con i il bizzarro tecnico Chalmers e con i compagni di squadra, alcuni dei quali non altezza delle giocate di "John il lungo". Infatti J.Hansen dava la sensazione di essere un uomo costantemente al di sopra di tutti e non solo per la sua statura; per lui compagni ed avversari sono delle semplici pedine tutte già disposte nel suo schema mentale di gioco. Per inclinazione è dunque tendenzialmente un tattico, non lo tenta l'azione personale ma la manovra collettiva, può essere la gemma più preziosa della collana ma sempre nella collana resta. Non era un estroso, non era un eccentrico, nel suo gioco non vi era nulla di oscuro, ma si trovava sempre nel momento giusto nella zona di campo giusta.
Quando al suo fianco entrano in azione i vari Boniperti, Praest e Muccinelli sono dolori per qualunque difesa, l'azione di pivot centrale del danese è straordinaria; in fondo il segreto di quella fantastica Juve degli anni Cinquanta era semplice, il difficile per gli avversari era rompere quella rete di collegamenti che Hansen cuciva, azione su azione, attimo dopo attimo.
Oltre ad essere un fine distributore di gioco, John Hansen si specializzò anche come goleador e nel 1952 vinse la classica capocannieri realizzando 30 centri in 36 incontri. Dopo 187 presenze coronate da 124 reti e due scudetti nel 1954 passa alla Lazio, lasciando dietro di sé il ricordo di un atleta e di uomo straordinariamente grande nella sua semplice serietà e sicuramente John Hansen rimane tuttora il più grande centrocampista classico che la Juventus abbia mai avuto.
Omar Enrique Sivori venne segnalato da Cesarini (di cui sarà sempre il pupillo), quando giocava nel River Plate. E' da quella squadra che Umberto Agnelli lo preleva nel 1957, ha appena 21 anni eppure ha già conquistato per ben tre volte lo scudetto argentino e con la Nazionale è diventato campione sudamericano.
Insieme a a Maschio ed Angelillo forma il trio degli "angeli dalla faccia sporca", Sivori prima è il Cabezon, poi lo Zingaro per via dei capelli lunghi e lo sguardo strafottente. Ha un duplice problema, quello di essere il più forte giocatore del mondo della sua epoca e quello di volerlo fare sapere in giro, basti pensare che diceva di sé stesso di essere il calcio.
Gioca con i calzettoni abbassati, è un assatanato del dribbling, non è contento fin quando non arriva ad umiliare l'avversario con una serie di tunnel uno dietro l'altro, ha un caratteraccio che lo porta a collezionare una serie impressionante di cartellini rossi, ma incanta con il suo straordinario sinistro.
Insieme alla sobrietà di Boniperti ed alla potenza di Charles strega una generazione di tifosi, tanto che l'Avvocato agnelli soleva dire "Sivori è un vizio".
Per Sivori ogni cosa fatta in campo era un gioco da ragazzi, il suo calcio cinico era la sopraffazione gioiosa dell'avversario, a volte dava l'impressione di ritardare un gol per prolungare la sofferenza altrui, spesso festeggiando una sua rete il suo ridere si trasformava in un ghigno beffardo rivolto al marcatore di turno. Quel marcatore che magari non aveva dormito tutta la settimana nell'attesa di affrontarlo alla domenica; e immaginiamoci Sivori all'ingresso in campo con la barba di un paio di giorni e dopo aver appena vomitato per allentare la tensione (lo faceva volontariamente prima di ogni partita): doveva fare veramente paura. Solo il gol lo placava e se questo tardava ad arrivare cresceva la rabbia.
Sivori è stato anche e soprattutto un grande istrione con un gran senso della folla; già in allenamento sfoderava una passerella degna del miglior artista: compiva qualche giro di campo palleggiando, poi sfidava il compagno Stacchini a chi realizzava più reti calciando dalla bandierina, poi, quando il pubblico era ormai sulla soglia dell'orgasmo, si posizionava dietro la porta, dava al pallone un effetto magico, gli faceva superare la traversa e lo depositava in fondo al sacco. Personalmente ho ancora assistito ad alcuni racconti sulle gesta dell'argentino da parte di anziani tifosi con le lacrime agli occhi….
Per contrasti caratteriali con Heriberto Herrera "il sergente di ferro " il cui motto era "Coramini o Sivori, qui sono tutti uguali" lascia la Juve nel 1965, lui primadonna assoluta non può sopportare un simile paragone, anche se in realtà HH2 cercherà in tutti i modi solo di proteggerlo dal suo stesso carattere. Ma Heriberto Herrera è un uomo tutto d'un pezzo, un fachiro della fatica, pretende che i giocatori più rappresentativi diano il buon esempio; le incomprensioni si acuiscono, degenerano ed alla fine ne risente tutta la squadra. La Società interviene a difesa del tecnico e questa volta tocca al Cabezon arrendersi, si trasferisce con la morte nel cuore sotto al Vesuvio per far coppia con Altafini, ma lui stesso si definirà uno juventino che gioca a Napoli.
Vince tre campionati e tre Coppa Italia, nel 1960 è stato capocannoniere con 27 reti, mentre l'anno successivo vinse il Pallone d'oro; in qualità di oriundo ha disputato 9 incontri con la Nazionale italiana realizzando otto reti.

06 maggio 2002

SITO NON UFFICIALE
I marchi JUVENTUS, JUVE, JUVENTUS e scudetto, sono di esclusiva proprieta della Juventus F.C. SpA - www.juventus.it