Quello
del centrocampista è un ruolo che si è evidenziato
nel tempo, dopo che il calcio dei pionieri fatto di tanta buona
volontà ha lasciato il passo via via ad un calcio in
cui la tattica prende il sopravvento ed i ruoli in campo vanno
sempre più distinguendosi.
Anche nella storia bianconera bisogna attendere una trentina
d'anni per incontrare il primo centrocampista vero e proprio,
almeno come inteso nel calcio moderno. Si tratta di Antonio
Vojak I, il vero prototipo della mezz'ala, instancabile nel
continuo lavoro di raccordo tra attacco e difesa; dotato di
buon tiro con 5 reti contribuisce alla vittoria del secondo
scudetto (1926). Nato a Pola, approda alla Juve nel 1925 e vi
rimane fino al 1929 quando passa al Napoli e quando il puritanesimo
fascista gli italianizza il cognome in Vogliani. In quell'anno
valida alternativa all'istriano Vojak fu Giuseppe Grabbi, capostipite
di una famiglia di calciatori che vede il nipote Corrado attualmente
protagonista.
Nelle compagini juventine degli anni per la verità si
poteva individuare qualche straniero "evoluto" che
ricopriva alla lontana il ruolo in esame, come lo scozzese Squair,
al quale le cronache dell'epoca assegnavano molti successi "galanti"
. All'indomani del primo scudetto, insieme al connazionale Diment,
seguì il transfuga presidente Dick e fondarono il Torino
ed il suo posto fu preso da uno studente di ingegneria, Carlo
Vittorio Varetti, che divenne anche presidente.
Teobaldo Depetrini giovanissimo si affaccia alla ribalta della
serie A con la maglia della Pro Vercelli, la Juve lo tiene d'occhio
e nel 1933 finalmente lo acquista. Nonostante esordisca con
il goal giocando all'ala destra, è in mezzo al campo
che si afferma tra i più grandi nel ruolo, vestendo la
casacca bianconera per ben tredici anni da giocatore ed in seguito
rilevò in panchina, a stagione in corso, prima Puppo
e poi Brocic.
Renato Cesarini, più ancora di Orsi e Sivori, è
il più matto ed estroso calciatore che abbia militato
nella Juve. Nativo di Senigallia, emigrato giovanissimo in Argentina,
rientra in patria quando già gode di una buona fama calcistica.
Ma il Cé adorava i locali notturni, le carte da gioco,
i vestiti eleganti, lo champagne e naturalmente le donnine di
classe; non era raro vederlo arrivare agli allenamenti ben oltre
l'ora stabilita, buttandosi giù a capofitto da un taxi
con il cappotto di cammello sopra il pigiama. Giunse addirittura
ad aprire un "dancing" nella centrale piazza Castello
(sopra al bar Combi) dove gli orchestrali erano vestiti da "gauchos".
Ma nella Juve degli anni Trenta la disciplina veniva fatta osservare
rigidamente, sotto la severa vigilanza dell'allenatore Carcano
e del presidente Mazzonis. Esisteva una fitta rete di informatori
formata da ragazzini reclutati dalla società, il cui
compito era quello di appostarsi per ore in vicinanza delle
abitazioni dei giocatori e segnalarne le mosse in sede.
Naturalmente, manco a dirlo, il più bersaglaito dalle
multe era Cesarini, ma era talmente simpatico e generoso (in
campo come nella vita, celebri le sue mance) che spesso qualche
dirigente pagava per lui. Altre volte pagava senza batter ciglio,
oppure scendeva a patti con il barone Mazzonis, in cambio di
una rete nella prossima partita si giocava la rescissione della
multa.
Cesarini non era solo sregolatezza, ma anche e soprattutto genio.
Se nella vita privata si faceva rapare a zero per scommessa
o si buttava dal trampolino in piscina senza saper nuotare,
in campo era la serietà assoluta e si batteva come un
leone, aveva intuizioni tattiche felici ed improvvise, il suo
fisico eccezionale fece sì che non avesse paura di nessuno;
capace di reti impossibili diede il nome a quella che viene
ancora battezzata come "zona Cesarini". Per la verità
il Cé era solito segnare sul finire della gara perché
conservava ancora scatto ed imprevedibilità da vendere,
ma la rete che gli valse la fama in eterno fu il 3-2 segnato
a Torino il 13.12.1931 in Italia-Ungheria (allora nazione calcisticamente
all'avanguardia), quando allo scadere dei novanta minuti rubò
letteralmente palla al compagno di squadra Costantino, fintò
un passaggio e trafisse il portiere magiaro.
Nel 1935, chiusa
la magica epopea del quinquennio e con all'attivo 50 reti
su 147 presenze totali, i allenatore e con queste mansioni
rientra nella famiglia juventina in due distinti periodo:
1946-48 e 1959-61, conseguendo la doppietta scudetto e Coppa
Italia.
Mezzala sinistra, portato alla Juve dall'Alessandria dall'allenatore
Carcano, Giovanni Ferrari fu un uomo di raccordo dalle qualità
eccezionali e con una straordinaria propensione al gol. Celebrato
asso della Nazionale, vinse due campionati del mondo, dopo
aver vinto i cinque scudetti consecutivi con la Juve, passa
all'Ambrosiana-Inter dove si aggiudica altri due titoli ed
infine al Bologna dove vince, nel 1941, l'ottavo titolo italiano.
Rientra, per chiudere la carriera come allenatore-giocatore,
dove fa in tempo ad aggiudicarsi la Coppa Italia, tanto per
non smentire la fama che lo vuole uomo vincente.
In quello stesso 1941 arrivò alla Juve, proveniente
dall'Ambrosiana, Ugo Locatelli, un geometra del centrocampo
dallo stile impeccapile. Con la Juventus vinse soltanto la
Coppa Italia del 1942, a fronte dei due scudetti vinti a Milano,
perché in quegli anni di guerra la compagine bianconera
non disponeva di attaccanti di alto livello, nonostante vantasse
una ricca rosa negli altri reparti.
Ad eccezione del campionato di guerra del 1944 disputato con
la maglia del Brescia (società che lo aveva lanciato
nel grande calcio), Locatelli rimase in bianconero fino al
1949, quando si ritirò dall'attività agonistica
a seguito di un elettrocardiogramma non proprio perfetto;
ma la società juventina non volle privarsi di un uomo
tanto prezioso quanto talentuoso e gli conferì l'incarico
di responsabile del settore tecnico giovanile nonché
di osservatore.
Vittorio Sentimenti III, detto Ciccio, diventa tra i protagonisti
più amati dal pubblico juventino tra il periodo buio
della guerra e l'immediato dopoguerra. Terzo di cinque fratelli
tutti consegnati al calcio (il più famoso fu il IV,
portierone bianconero), fu un abile ed originale ambidestro,
dotato di una notevole "legnata" e di una non comune
capacità di dribblare gli avversari, illuminava il
gioco in modo lineare e continuo, non risparmiandosi mai su
nessun pallone. Grazie a queste caratteristiche rappresentò
una delle figure più interessanti di tutto il calcio
italiano degli anni Quaranta.
Una menzione la merita anche Cestmir Vycpalek, una vita in
bianconero e non solo da calciatore. Cesto arrivò a
Torino nell'autunno del 1946 insieme al connazionale Julius
Korostolev; erano gli ultimi rappresentanti di quella scuola
cecoslovacca che tra gli altri aveva "sfornato"
Planicka, Jada, Svodoba e Jelinek.
Con alle spalle una militanza nello Slavia Praga e l'internamento
nel lager nazista di Dachau, Vycpalek ha sempre elargito grande
umanità, qualità che lo ha premiato anni dopo,
quando dal campo è passato alla panchina. Le cronache
riferiscono che il boemo era il classico calciatore a testa
alta, preciso ed implacabile, seppur non dotato di grande
velocità, secondo gli stilemi del calcio danubiano.
La consacrazione come calciatore avvenne in Sicilia, dove,
con la maglia del Palermo, divenne l'idolo dell'isola e dove
nacque il figlio Cestino, poi tragicamente perito nell'incidente
di Punta Raisi. Quando Boniperti assunse la presidenza si
ricordò di lui e gli affidò dapprima il settore
giovanile della Juventus e dopo la scomparsa di Picchi addirittura
la prima squadra che condusse alla conquista di due memorabili
scudetti. E' mancato nel giorno del ventiseiesimo scudetto,
così simile a quello vinto a Roma nel 1973 con lui
in panchina.
Un anno solo in Italia con la maglia bianconera, eppure Rinaldo
Martino è rimasto nel cuore di tutti i tifosi e di
tutti i critici calcistici. Un vero artista del pallone, un
autentico fuoriclasse dal tiro preciso e potente, viene subito
ribattezzato "Zampa di velluto". Acquistato dal
S.Lorenzo de Almagro nel 1949, uomo timido e schivo, sbarca
a Torino portandosi dietro le scarpette bullonate personali;
nonostante i ricchi premi personali elargiti dall'Avvocato
in persona, viene vinto dalla nostalgia ed al termine del
vittorioso torneo del 1950 rifà le valigie e per la
gioia della propria consorte rientra in Argentina. Lascia
dietro di sé uno scudetto ed una marea di rimpianti.
Arriviamo così alla Juve dei danesi, vale a dire di
Praest (parleremo di lui in occasione degli attaccanti), di
Karl Age Hansen e soprattutto di John Hansen. Insieme a Ploeger
(l'unico rivelatosi deludente) scesero in Italia sulla scia
del successo ottenuto dalla rivelazione Danimarca alle Olimpiadi
di Londra del 1948 che vinse la medaglia di bronzo.
Karl Hansen giunge alla Juve per sostituire il "dimissionario"
Martino e lo fa alla sua maniera, cioè con sostanza
e versatilità. E' considerato l'antesignano dei cosiddetti
"universali", abile sia nel gioco di difesa, sia
di costruzione, sia di realizzazione, tanto è vero
che si congeda dalla Juve con un bottino di 37 reti, molte
delle quali segnate direttamente su punizione.
Il nome di John Hansen cominciò a circolare in Italia
quando il danese rifilò una quaterna alla squadra azzurra
nella menzionata Olimpiade londinese, ma il suo trasferimento
alla Juventus si deve ad una curiosa circostanza. Infatti
il presidente del suo club di origine, il Frem Copenaghen,
era il direttore di una industria vinicola e per lavoro si
trovava nell'Astigiano quando fu contattato da un dirigente
del Torino allo scopo di segnalare una mezzala. Successivamente
nella trattativa si inserì la Juventus tramite la Nordisk
Fiat di Copenaghen e, dato che i calciatori danesi erano dilettanti
puri e quindi potevano decidere autonomamente la propria sorte
senza alcun vincolo societario, John Hansen scelse i colori
bianconeri. Al suo arrivo a Torino, onde evitare uno scambio
di persona, l'Avvocato Agnelli chiamò il c.t. azzurro
Pozzo a riconoscere il danese!
Domenica 21 novembre 1948 contro il Bari, John Hansen compì
un triplice esordio, con la maglia della Juve, nel campionato
italiano e nel mondo professionistico. Non fu comunque una
stagione facile quella, frutto di allenamenti sbagliati e
di incomprensioni con i il bizzarro tecnico Chalmers e con
i compagni di squadra, alcuni dei quali non altezza delle
giocate di "John il lungo". Infatti J.Hansen dava
la sensazione di essere un uomo costantemente al di sopra
di tutti e non solo per la sua statura; per lui compagni ed
avversari sono delle semplici pedine tutte già disposte
nel suo schema mentale di gioco. Per inclinazione è
dunque tendenzialmente un tattico, non lo tenta l'azione personale
ma la manovra collettiva, può essere la gemma più
preziosa della collana ma sempre nella collana resta. Non
era un estroso, non era un eccentrico, nel suo gioco non vi
era nulla di oscuro, ma si trovava sempre nel momento giusto
nella zona di campo giusta.
Quando al suo fianco entrano in azione i vari Boniperti, Praest
e Muccinelli sono dolori per qualunque difesa, l'azione di
pivot centrale del danese è straordinaria; in fondo
il segreto di quella fantastica Juve degli anni Cinquanta
era semplice, il difficile per gli avversari era rompere quella
rete di collegamenti che Hansen cuciva, azione su azione,
attimo dopo attimo.
Oltre ad essere un fine distributore di gioco, John Hansen
si specializzò anche come goleador e nel 1952 vinse
la classica capocannieri realizzando 30 centri in 36 incontri.
Dopo 187 presenze coronate da 124 reti e due scudetti nel
1954 passa alla Lazio, lasciando dietro di sé il ricordo
di un atleta e di uomo straordinariamente grande nella sua
semplice serietà e sicuramente John Hansen rimane tuttora
il più grande centrocampista classico che la Juventus
abbia mai avuto.
Omar Enrique Sivori venne segnalato da Cesarini (di cui sarà
sempre il pupillo), quando giocava nel River Plate. E' da
quella squadra che Umberto Agnelli lo preleva nel 1957, ha
appena 21 anni eppure ha già conquistato per ben tre
volte lo scudetto argentino e con la Nazionale è diventato
campione sudamericano.
Insieme a a Maschio ed Angelillo forma il trio degli "angeli
dalla faccia sporca", Sivori prima è il Cabezon,
poi lo Zingaro per via dei capelli lunghi e lo sguardo strafottente.
Ha un duplice problema, quello di essere il più forte
giocatore del mondo della sua epoca e quello di volerlo fare
sapere in giro, basti pensare che diceva di sé stesso
di essere il calcio.
Gioca con i calzettoni abbassati, è un assatanato del
dribbling, non è contento fin quando non arriva ad
umiliare l'avversario con una serie di tunnel uno dietro l'altro,
ha un caratteraccio che lo porta a collezionare una serie
impressionante di cartellini rossi, ma incanta con il suo
straordinario sinistro.
Insieme alla sobrietà di Boniperti ed alla potenza
di Charles strega una generazione di tifosi, tanto che l'Avvocato
agnelli soleva dire "Sivori è un vizio".
Per Sivori ogni cosa fatta in campo era un gioco da ragazzi,
il suo calcio cinico era la sopraffazione gioiosa dell'avversario,
a volte dava l'impressione di ritardare un gol per prolungare
la sofferenza altrui, spesso festeggiando una sua rete il
suo ridere si trasformava in un ghigno beffardo rivolto al
marcatore di turno. Quel marcatore che magari non aveva dormito
tutta la settimana nell'attesa di affrontarlo alla domenica;
e immaginiamoci Sivori all'ingresso in campo con la barba
di un paio di giorni e dopo aver appena vomitato per allentare
la tensione (lo faceva volontariamente prima di ogni partita):
doveva fare veramente paura. Solo il gol lo placava e se questo
tardava ad arrivare cresceva la rabbia.
Sivori è stato anche e soprattutto un grande istrione
con un gran senso della folla; già in allenamento sfoderava
una passerella degna del miglior artista: compiva qualche
giro di campo palleggiando, poi sfidava il compagno Stacchini
a chi realizzava più reti calciando dalla bandierina,
poi, quando il pubblico era ormai sulla soglia dell'orgasmo,
si posizionava dietro la porta, dava al pallone un effetto
magico, gli faceva superare la traversa e lo depositava in
fondo al sacco. Personalmente ho ancora assistito ad alcuni
racconti sulle gesta dell'argentino da parte di anziani tifosi
con le lacrime agli occhi
.
Per contrasti caratteriali con Heriberto Herrera "il
sergente di ferro " il cui motto era "Coramini o
Sivori, qui sono tutti uguali" lascia la Juve nel 1965,
lui primadonna assoluta non può sopportare un simile
paragone, anche se in realtà HH2 cercherà in
tutti i modi solo di proteggerlo dal suo stesso carattere.
Ma Heriberto Herrera è un uomo tutto d'un pezzo, un
fachiro della fatica, pretende che i giocatori più
rappresentativi diano il buon esempio; le incomprensioni si
acuiscono, degenerano ed alla fine ne risente tutta la squadra.
La Società interviene a difesa del tecnico e questa
volta tocca al Cabezon arrendersi, si trasferisce con la morte
nel cuore sotto al Vesuvio per far coppia con Altafini, ma
lui stesso si definirà uno juventino che gioca a Napoli.
Vince tre campionati e tre Coppa Italia, nel 1960 è
stato capocannoniere con 27 reti, mentre l'anno successivo
vinse il Pallone d'oro; in qualità di oriundo ha disputato
9 incontri con la Nazionale italiana realizzando otto reti.
06 maggio 2002
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