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Riprendiamo a scorrere l'elenco dei centrocampisti bianconeri
dal periodo in cui ci eravamo lasciati, cioè la prima
metà degli anni Sessanta; in quel periodo la Juve acquista
molto sul mercato sudamericano ed in particolare dal Brasile
si assiste ad un tourbillon di arrivi e partenze di calciatori
che tutto sommato non lasciano il segno fino all'arrivo di
Cinesinho.
Ricordiamo tra gli altri Dino Da Costa, un oriundo con licenza
del gol che si ferma in bianconero dal 1963 al 1966, Bruno
Siciliano dalla gran legnata ma dagli altrettanto grandi limiti
tecnici e Nenè, primo giocatore di colore alla corte
di Madama, il cui arrivo a Torino è preceduto da un
colossale equivoco.
Infatti la Juve era alla disperata ricerca di un centravanti,
visti i deludenti inserimenti di Miranda e Nicolè,
ed i dirigenti rimasero colpiti dal giovane Olinto de Carvalho
(il vero nome di Nenè che significa bambino) durante
una tournée italiana del S.Paolo nel 1963. Presero
i primi contatti e scoprirono che nel Santos Nenè era
la riserva nientemeno di O'Rey Pelè e pensarono pertanto
che fosse altrettanto prolifico sotto rete. Vinsero la ritrosia
del giovane brasiliano a lasciare il suo paese natale e riuscirono
ad acquistarlo. L'inserimento torinese di Nenè fu alquanto
laborioso; venne locato in un albergo, non conosceva una parola
d'italiano, fu soprannominato "cachumba" dal vocabolo
che pronunciava spesso (significava che aveva mal di denti!),
finché Mattrel si offrì di dividere l'appartamento
in cui viveva e come lieto fine a Torino conobbe la donna
che sarebbe poi diventata sua moglie.
In campo Nenè era agilissimo e come tutti i brasiliani
era molto dotato tecnicamente, e pur realizzando 12 reti era
tutto tranne il tanto agognato centravanti cercato; ammetterlo
sarebbe stato riconoscere il gigantesco errore in cui si era
incappati, pertanto si preferì cederlo al Cagliari
e questo fu il primo tassello di quella squadra che alcuni
anni dopo riuscì a vincere lo scudetto. Terminata la
parentesi agonistica Nenè fu comunque richiamato nei
ranghi societari e gli fu affidato un settore giovanile.
E arriviamo quindi al 1965 quando dal catania venne ingaggiato
Sidney Cunha detto Cinesinho per via dei suoi tratti somatici
orientaleggianti. Seppur tramortito dagli allenamenti di Heriberto
Herrera (nel Modena e nel Catania poteva permettersi di trotterellare
portandosi appresso i chili di troppo), in campo sciorinava
tutta la sapienza tattica di cui disponeva ed i suoi millimetrici
lanci ponevano dei palloni d'oro sui piedi delle punte Zigoni
e De Paoli. In una Juve tutta votata al "movimento",
Cinesinho rappresentava l'unica nota di classe, tutto in lui
era così piccolo ed aggraziato da risultare grande;
nel 1968 si trasferisce a Vicenza e con i biancorossi veneti
terminerà la carriera ultraquarantenne.
Come il brasiliano che lo precedette, anche Helmut Haller
quando arrivò alla Juventus presentava parecchi chili
di troppo che comunque Herrera provvide subito a fargli smaltire.
Haller è stato come Sivori quel "qualcosa in più"
che una squadra di calcio potesse concedersi, sempre che il
tedesco avesse avuto la voglia e l'ispirazione necessaria.
Seppur vessato da una moglie che gli fungeva anche da amministratore
personale, il biondo tedesco infatti metteva al primo posto
dei suoi pensieri il divertimento, era un eterno fanciullo
sempre a caccia della buona cucina, del buon bere e della
risata sopraffina, eppure quando decideva di giocare... in
campo volava, univa la forza tedesca alla classe brasiliana,
accarezzava il pallone sprigionando perfezione ad ogni tocco,
dribblava da dio e se gli andava concludeva a rete, sennò
forniva l'assist vincente al compagno meglio piazzato. Nel
frattempo il bonario Vycpalek sovente chiudeva tutti e due
gli occhi sulla vita non propriamente da professionista del
tedesco che lo ripagava alla domenica.
Approfittava delle numerose trasferte per sottrarsi al rigido
controllo della consorte Waltraud; in una di queste, a Wolwerampton,
alla vigilia di una partita di coppa i dirigenti lo trascinarono
fuori da un pub a notte fonda completamente ubriaco. Per punizione
fu messo in panchina con il risultato che la Juventus venne
eliminata da una squadra inglese di second'ordine.
Lascia nel 1973 dopo aver contribuito al successo in due campionati,
116 presenze e 21 reti.
Dopo Haller è la volta di Fabio Capello prendere in
mano le redini del centrocampo juventino. Ed in effetti il
friulano, uomo dal baricentro basso, è la testa pensante
di una squadra giovane destinata ad un radioso avvenire. Cresciuto
in quella fucina di talenti che era la Spal del presidente
Mazza, comincia ad affermarsi a Roma nella fila giallorosse
dalle quali nel 1970 Boniperti lo preleva insieme alla meteora
Fausto Landini II.
Capello divenne in fretta il classico allenatore i campo,
favorito in questo anche da una spiccata personalità,
non ci stava mai a perdere e per questo non lesinava mai il
tackle; non volle mai abbassare la testa neppure nell'ambiente
bianconero e questo atteggiamento un po' altezzoso gli costò
un divorzio forzato nell'estate del 1976 allorché si
trasferì al Milan in cambio di Benetti.
Nei sei anni di militanza juventina risultò essere
comunque un gran giocatore di rendimento con la licenza di
tirare, ha messo insieme 239 presenze condite da 41 reti.
Quella più famosa, per la quale è passato alla
storia, l'ha realizzata però con l'Italia il 14 novembre
1973 quando permise agli Azzurri di espugnare per la prima
volta la mitica Wembley Arena.
Diventa poi allenatore vero ed in questo ruolo ottiene successi
a iosa anche all'estero.
"Cuccureddu, chi?" Questa fu la frase che ogni
tifoso bianconero pronunciò istintivamente quando nel
novembre del 1974 venne dato l'annuncio del trasferimento
alla Juventus dal Brescia del sardo Antonello Cuccureddu.
Quello che doveva essere un folkloristico acquisto divenne
invece un preziosissimo ed insostituibile jolly per dodici
lunghe stagioni ricche di successi che lo portarono anche
alla ribalta della Nazionale.
Cuccureddu si mise in evidenza nel settembre 1969 durante
una partita di Coppa Italia al Comunale quando in pratica
annullò con la maglia del Brescia nientemeno che Del
Sol. Nel prosieguo della stagione la Juve era malmessa in
classifica (venne allontanato Carniglia e la squadra fu affidata
al saggio Rabitti) e per porvi rimedio Boniperti si ricordò
del centrocampista bresciano. Cuccu esordì subito nella
sua terra, a Cagliari, con la Juve sotto di una rete e con
il pubblico che gridava "serie B, serie B" realizzò
a pochi minuti dal termine il pareggio. Quella rete diede
un'enorme iniezione di fiducia alla squadra che terminò
dignitosamente il campionato.
Naturalmente la rete che lo consegnerà definitivamente
alla storia bianconera fu quella realizzata all'Olimpico all'ultima
giornata del campionato 1973 e che assegnò alla Juve
un insperato scudetto ai danni del Milan sconfitto nella fatal
Verona.
Il suo eclettismo nei ruoli lo sottolineò durante la
stagione 1975-76 quando indossò ben sette maglie con
numeri differenti prima di spostarsi definitivamente in difesa.
Fornito di un tiro al fulmicotone, durante le sue 434 presenze
ha realizzato 39 reti, ha vinto 6 scudetti, 1 Coppa Italia
ed una Uefa ed ha impreziosita la sua lunga carriera (terminata
nel Novara via Firenze) collezionando sedici presenze in Nazionale.
L'uomo dall'urlo mondiale, fisico apparentemente fragile
ma in realtà sorretto da una enorme carica nervosa
(non riusciva a dormire prima degli incontri importanti),
aggressivo, trascinatore, pronto al tiro: stiamo cercando
di descrivere Marco Tardelli.
Un campione che nessun tifoso juventino potrà mai dimenticare,
fu soprannonimato Schizzo dal compagno Damiani per quel suo
modo unico di recuperare palloni e ripartire fulmineamente.
Tardelli è l'ennesimo giocatore "soffiato"
ai nerazzurri milanesi, era già in procinto di passare
all'Inter con la cui maglia era già stato fotografato
accanto al presidente Fraizzoli, quando la settimana successiva
la Juve si aggiudica il giocatore versando in contanti nelle
casse del Como ben 950 milioni. Così Boniperti mise
a segno uno dei più clamorosi colpi di calcio-mercato
degli anni Settanta.
In bianconero debutta come terzino fluidificante (così
come in Nazionale contro il Portogallo a Torino), ma quasi
subito Trapattoni ha l'intuito di schierarlo centrocampista
cursore, a fianco del metodico Benetti e del roccioso Furino:
insieme, i tre, costituiranno una delle linee mediane più
forti della storia del calcio.
Originario di Capanne di Careggine, Tardelli si mette in
mostra nel Pisa da dove il general manager Beltrami lo porta
con sé a Como. In riva al lago nel giro di un anno
diventa uno dei calciatori più contesi dai grandi clubs
e nel 1975 avviene il trasferimento alla Juve nel modo e nei
tempi sopra descritti. Il primo dei dieci anni di milizia
juventina coincide con la delusione dello scudetto granata
dopo che i bianconeri sperperarono un patrimonio di cinque
punti, poi ebbe inizio una straordinaria stagione di successi
in cui Tardelli vinse tutto il possibile, in campo e fuori,
dove era un noto tombeur de femmes.
Il suo eccezionale palmares vanta cinque campionati, due Coppe
Italia ed una di tutti i tipi di Coppa europea, Supercoppa
compresa, oltre allo storico Mondiale di Spagna caratterizzato
dalla sua rete che segna il momentaneo 2-0 sulla Germania.
Dopo dieci anni, 375 presenze e 51 reti, al termine della
stagione 1985 passa all'Inter dove avrà modo di ritornarvi
come allenatore, ma soprattutto dove avrà modo di realizzare
una rete all'"odiato" Real Madrid.
Raccoglierà gli ultimi spiccioli di gloria in Svizzera
col S.Gallo, quindi intraprenderà la carriera di allenatore
e dalla panchina porterà gli azzurrini dell'Under 21
ad un successo europeo per essere poi sostituito da un suo
ex compagno juventino, Claudio Gentile.
Detto degli impalpabili passaggi di Gianluigi Savoldi II
e Bob Vieri (il padre di Bobo), due veri fuoriclasse, ma totalmente
privi di senno, torniamo al sostituto di Capello, quel Romeo
Benetti che nel 1976 fa il suo ritorno in bianconero dopo
una fugace apparizione nella stagione 1968-69.
"Picchia Romeo" è lo slogan che conia per
lui la curva Filadelfia ed in effetti il biondo veronese in
campo non lesina le entrate robuste. Quando torna alla Juve
i critici storcono il naso, in troppi lo danno già
per finito o perlomeno già troppo in là con
gli anni, invece a Furino e Tardelli forma una diga di centrocampo
insuperabile ed in quella formazione trapattoniana vive la
sua seconda giovinezza.
Trapattoni non si lasciò condizionare né dai
critici, né dai ricordi di quei tifosi che ancora avevano
negli occhi lo svogliato ed isolato Benetti prima maniera
ed affidò al baffo biondo veronese il compito di chiudere
il lucchetto del centrocampo. Nella sua prima "seconda"
stagione, quando la Juve era chiamata a lavare l'onta dell'anno
precedente (scudetto regalato al Torino) diventò il
protagonista assoluto di alcune partite, come a Milano dove
trascinò i compagni ad un'insperata rimonta (da 0-2
a 3-2) realizzando una rete di prepotenza o come a Firenze
quando segnò il gol dell'anno con un tiro al volo da
quaranta metri.
Fece ancora meglio la stagione successiva dove si meritò
la chiamata di Bearzot per i mondiali di Argentina e dove
fu giudicato tra i migliori della rassegna iridata.
Al termine dell'anno successivo ci fu il secondo divorzio,
ma stavolta in modo contestuale, destinazione Roma. Giocò
l'ultima partita in maglia bianconera a Napoli, il 21 giugno
1979, dove la Juve si aggiudicò la Coppa Italia ai
danni del Palermo. Il bilancio totale di Benetti nella Juventus
parla di 159 presenze e 23 reti, mentre in Azzurro assomma
55 apparizioni e 2 reti.
In quegli anni dobbiamo ricordare due preziosissimi rincalzi
dai piedi buoni, Claudio Prandelli e Vinicio Verza, che ebbero
la sola sfortuna di capitare in una Juventus zeppa di fuoriclasse.
Pur se chiusi da tanti campioni, le 139 presenze del primo
e le 60 (11 reti) del secondo, fanno capire quanto fossero
tenuti in considerazione.
Altro nome illustre è quello rappresentato da Liam
Brady, irlandese di nascita ma londinese di professione, dato
che si realizza nell'Arsenal e proprio dai "Gunners"
viene acquistato nel 1980 nell'ultimo giorno utile per tesserare
giocatori stranieri, per l'esattezza il 31 luglio.
Due stagioni a Torino ed altrettanti scudetti, va via, alla
Sampdoria, solo perché le norme federali non consentono
di tesserare più di due stranieri e la società
aveva deciso di puntare su Boniek e Platini.
Con l'arrivo di Brady ricompare il regista classico, ruolo
che nella Juventus non era stato più ricoperto dai
tempi di Capello; la squadra si sta rinnovando (si stanno
affermando i Fanna, i Marocchino, i Galderisi, i Cabrini ed
i Brio) ed il sinistro teleguidato dell'irlandese contribuisce
a darle sicurezza.
Di Liam Brady non si può non ricordare l'ultimo incontro
in maglia bianconera, a Catanzaro, il 16 maggio 1982. All'ultima
giornata la Juve è appaiata in testa alla classifica
con la Fiorentina, ma mentre i viola pareggiano a Cagliari,
ai bianconeri viene assegnato il rigore decisivo per un fallo
di mano sulla linea di porta da parte di un difensore calabrese,
Boscolo. Pur sapendo di dover lasciare la Juve, Brady, con
un grande esempio di eccellente professionalità, da
rigorista designato qual'è, senza un tentennamento
si incarica di trasformare il penalty che consentirà
ai bianconeri di aggiudicarsi l'ennesimo titolo.
Terminata l'epopea trapattoniana ed il quinquennio di Platini,
la Juve attraversa un inevitabile momento di riorganizzazione
ed i risultati sono tutt'altro che lusinghieri, complice anche
una serie di campagne-acquisti di secondo piano. Dal divino
francese si passa a Marino Magrin che non può reggere
al peso di simile eredità, al Lionello Manfredonia
schierato a centrocampo per motivi contingenti (nel secondo
anno di Marchesi sulla panchina bianconera si traveste anche
da goleador tanto erano insipienti gli schemi), al deludente
e spaesato Zavarov, all'onesto ma affidabile Aleinikov (i
due saranno comunque i primi russi a vincere una competizione
europea con una squadra non del loro Paese) al piccolo e funambolico
Rui Barros che brilla una stagione soltanto per finire ad
un incompreso David Platt che avrebbe meritato sicuramente
miglior sorte nelle fila juventine, come era successo precedentemente
a Gabriele Pin, altro fine tessitore di gioco che raccoglierà
gloria ed onori con le maglie di Parma e Lazio.
L'uomo che rappresenta la continuità tra gli anni
Ottanta ed il recente passato, alternandosi in formazioni
talora da polvere, talaltra da altare, è Giancarlo
Marocchi, un "settepolmoni" dai piedi buoni che
dal 1988 al 1996 sposa con serietà e professionalità
la causa bianconera, prima di far ritorno al Bologna per concludere
una brillante e pregevole carriera.
Forte caratterialmente ma mai incline alla polemica, molto
impegnato nel sociale, caparbio, tecnico e duttile (termina
come terzino), offre un elevato rendimento che gli vale anche
11 convocazioni azzurre, mentre nella Juve annovera 319 presenze
e 24 reti, coronate da uno scudetto, due Coppa Italia, due
Coppa Uefa ed una Coppa dei Campioni.
E passiamo ora a parlare di un calciatore che, malgrado la
classe cristallina, sembra destinato a dividere in eterno
pubblico e critica. Ci riferiamo al "divin codino"
Roberto Baggio, forse il più grande talento contemporaneo,
al quale molti tifosi bianconeri non hanno mai perdonato quel
suo rifiuto a tirare il rigore contro la "sua" Fiorentina.
Eppure con la casacca bianconera ha realizzato 112 reti in
200 presenze, ha conquistato quasi da solo la Coppa Uefa del
1993, anno in cui ha conquistato anche il Pallone d'Oro.
Fantasista per istinto è la risposta al tatticismo
esasperato degli anni Novanta, ma, come detto, non sempre
ottiene unanimi consensi. Platini lo definisce un 9 e ½,
per l'Avvocato è "coniglio bagnato", eppure
la sua fede buddista gli fornisce una enorme forza interiore
che gli fa superare tremendi infortuni.
Entusiasmanti i suoi slalom che spesso si concludono con un
tocco vellutato in rete, sapienti le punizioni liftate, improvvise
le invenzioni illuminanti. Si mette in luce nel Vicenza, passa
poi alla Fiorentina dove diventa l'idolo di un'intera città
che viene messa a ferro e fuoco per fermare il suo trasferimento
alla Juve. Siamo alla vigilia delle "notti magiche"
del 1990 che poi tanto magiche non furono, visto che l'Italia
dovette accontentarsi del terzo posto in un Mondiale disputato
da paese organizzatore.
Al primo anno di Juve deve far fronte all'incapacità
di Maifredi, quindi, l'anno successivo all'ostracismo di Boniperti
nel frattempo richiamato d'urgenza insieme a Trapattoni per
porre rimedio al fallimento del "calcio champagne",
per ultimo il progetto lippiano che disegna una Juve che non
sia Baggio-dipendente.
Quando ormai ha metabolizzato completamente il suo rapporto
con la Juventus, nel passaggio del 1995 fra vecchia e nuova
gestione viene ceduto al Milan e tutto il resto è storia
recente.
Si congeda vincendo l'accoppiata campionato-Coppa Italia che
si aggiunge alla citata Coppa Uefa.
Omonimo del più famoso Roberto, fu invece Dino Baggio,
che nel 1992 lascia la maglia nerazzurra dell'Inter per indossare
quella juventina. Giocatore dotato di un fisico possente,
si rivela non solo determinato e tenace, ma anche abile stoccatore
soprattutto nel gioco aereo.
Nei due anni in bianconero, verrà poi ceduto al Parma,
contribuisce alla conquista della Coppa Uefa del 1993, colleziona
in totale 73 presenze impreziosite da 9 reti.
Nell'estate del 1994 avviene l'ennesima rifondazione juventina;
insieme al nuovo allenatore Lippi arrivano, tra gli altri,
i due nuovi perni del centrocampo: Paulo Sousa e Didier Deschamps.
Tra i due il più quotato era senz'altro il portoghese
che stava vivendo l'apice della propria carriera, mentre il
basco francese era stato accolto con un certo scetticismo;
alla lunga le parti si sarebbero invertite e Deschamps è
risultato essere tra i due quello più redditizio.
Paulo Sousa comunque nelle giornate buone era il re del centrocampo
e la prima stagione in maglia bianconera è stata straordinaria,
poi una serie di infortuni ne ha limitato l'azione e le presenze.
Quando nel 1996 passa al Borussia Dortmund (proveniva dallo
Sporting Lisbona), ha totalizzato 79 presenze e 2 reti ed
vinto scudetto, Coppa Italia, Supercoppa Italiana e Coppa
dei Campioni.
Didier Deschamps ripercorre il filo rosso che unisce i grandi
centrocampisti di quantità della storia bianconera.
Il numero di palloni che tocca ed i chilometri che percorre
nell'arco di una partita sono impressionanti, mentre, come
per il portoghese, quando gli capita di segnare è un
vero avvenimento.
La continuità è la sua caratteristica principale,
diventa così un punto fermo della trionafale Juve lippiana;
tuttavia nel 1998 entra in rotta di collisione con il tecnico
viareggino, arrivando anche alle mani nello spogliatoio, ed
è il fautore principale del suo allontanamento. L'anno
successivo sarà lui a lasciare la Juve per accasarsi
al Chelsea; attualmente allena in Francia il Monaco, dove
per ironia della sorte, ha avuto quegli scontri caratteriali
con i propri giocatori che lui stesso aveva avuto nel periodo
torinese.
4 reti su 178 presenze, 3 campionati, 1 Coppa Italia, 2 Supercoppe
Italiane, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa dei Campioni ed 1
Coppa Intercontinentale costituiscono il suo invidioso bottino.
Zinedine Zidane, al pari del "divin codino" è
stato un altro numero 10 destinato a dividere i tifosi; trequartista
dotato di una tecnica fuori dal comune, nasce a Marsiglia
(da famiglia di origine algerina) il 23 giugno 1972. Giunge
a Torino nel 1996 proveniente dal Bordeaux poratndosi appresso
il gravoso fardello di erede di Platini, solo che Michel segnava
gol a grappoli, mentre Zizou possiede affatto il senso della
rete e forse l'aver iniziato la carriera come libero, nel
Cannes, può averlo condizionato in tal senso.
Gli anni in bianconero si sono rivelati tali, cioè
tra luci ed ombre, anche se nel 1998 (complice la vittoria
ai Mondiali di Francia) conquista il Pallone d'Oro. Non riesce
comunque a divenire un leader e probabilmente neanche gli
interessa farlo e nei momenti di difficoltà raramente
lo si è visto assumersi la responsabilità di
"caricarsi" la squadra sulle spalle per ribaltare
l'andamento del campo, pur avendo tutte le qualità
per farlo. Anzi a volte complica ancora di più le cose
ai suoi compagni con improvvise reazioni davvero fuori luogo
che gli valgono il cartellino rosso.
Fuori campo è succube della moglie che essendo di origine
iberica cerca in tutti i modi di ottenere un trasferimento
in Spagna adducendo una presunta tristezza torinese dovuta
all'assenza del mare. Finalmente nell'estate del 2001 la coppia
Zidane ottiene l'agognato trasferimento a Madrid (da dove
peraltro il mare dista parecchi chilometri!) a fronte di una
favolosa contropartita in danaro e così viene posta
la parola fine ad una "telenovela" che andava avanti
già da un paio d'anni.
Nonostante un avvio stentato, Zidane si è comunque
rivelato una delle pedine essenziali dell'era Lippi come dimostra
anche il suo palmares: 210 presenze e 31 reti, 2 campionati,
1 Supercoppa italiana ed una Europea e la Coppa Intercontinentale,
mentre con la nazionale francese si aggiudica il Mondiale
1998 e l'Europeo 2000.
30 agosto 2002
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