| Dopo
aver cercato di riportare alla cronaca i più rappresentativi
portieri della storia juventina e, nell'occasione di scusiamo
di non aver citato Perrucchetti ed Amoretti, probabilmente ricadremo
ancora in simili omissioni, ma, nella centenaria vita bianconera
sarebbero talmente tanti i nomi da riportare che inevitabilmente
si incappa in qualche dimenticanza. Magari, dopo aver scorazzato
in lungo e in largo nell'organigramma bianconero potremmo dedicare
un numero monografico di questa rubrica ai grandi
dimenticati.
In questa seconda analisi prenderemo in considerazione i
grandi difensori, a cominciare dal trio che contribuì
alla vittoria dello scudetto del 1905: Armano, Mazzia e Goccione.
In quel calcio "d'antan" i primi due rappresentavano
i terzini, mentre Goccione sarebbe stato l'attuale stopper.
Dal fisico tarchiato Armano agiva sulla destra ed operava
in marcatura fissa, mentre il più agile Mazzia, a sinistra,
più agile e veloce aspettava l'avversario in zona.
Giovanni Goccione era il capitano della prima Juve scudettata,
di professione faceva l'assicuratore (a differenza dei suoi
compagni di reparto che erano studenti) ed era un atleta formidabile,
dotato di una falcata da mezzofondista che gli permetteva
di correre su e giù per il campo e quindi di essere
spesso utile anche in attacco. Ai suoi fianchi si muovevano
i due mediani stranieri, il tedesco Walty e lo scozzese Diment;
quest'ultimo era soprannominato il "mulo" per come
si incollava all'avversario.
Carlo Bigatto rappresenta invece la prima "bandiera"
della storia juventina, infatti gioca in prima squadra dal
1913 fino al 1930: in pratica prende in consegna la squadra
dei fondatori e l'accompagna fino all'alba del grande quinquennio,
attraverso lo scudetto del 1926! Nelle foto dell'epoca è
ritratto con il suo caratteristico copricapo, un caschetto
con due paraorecchie che, insieme a due baffoni da tricheco,
gli davano un aspetto davvero truce, utile a spaventare in
campo gli avversari. In realtà Bigatto fu un giocatore
finissimo per quanto non lesinasse l'arte dello sgambetto,
mai però mirato al danno fisico. E pensare che aveva
iniziato come centravanti, ruolo mantenuto fino al primo conflitto
mondiale, dopodiché, trasformatosi in centr'half (lo
stopper di una volta), usa il suo intuito da attaccante per
segnare numerose reti. Prezioso fu anche il suo intuito nel
segnalare alla società i fratelli Marchi e nel convincere
un giovanissimo Combi a trasformarsi da ala sinistra in portiere.
Dicono che arrivasse a fumare oltre cento sigarette al giorno,
volle sempre essere fedele al suo spirito dilettantesco e
rifiutò uno stipendio fisso anche a fine carriera,
quando già giocava con professionisti come Rosetta,
non sopportava di legare la sua passione juventina al vile
denaro. Anche per questa scelta di vita poteva permettersi
il lusso di fumare a piacimento, chi avrebbe trovato il coraggio
di multarlo?
Antonio Bruna ed Osvaldo Novo diedero il via alla tradizionale
coppia di terzini di ferro che sarebbe diventata una caratteristica
della Juventus. Il primo era uno stilista del calcio, maniaco
del perfezionismo, tanto che la sua figura fu presa a modello
per i manifesti con i quali la Juventus annnunciava sui muri
delle case l'incontro casalingo. Novo, al contrario, basava
tutto sul suo stile fisico ed impetuoso e per un abitudine
molto in voga all'epoca scendeva in campo con una retina in
testa per tenere a posto i capelli. Bruna e Novo tennero a
battesimo Giampiero Combi a difesa della porta bianconera
e rappresentarono il primo grande trio di difensori, a cui
seguì la famosa linea Combi-Rosetta-Caligaris. La linea
mediana di quegli anni Venti era formata dai fratelli Pio
e Guido Marchi, come detto scoperti da Bigatto nei cortili
polverosi dell'oratorio S.Giuseppe di Torino. Pio, il più
vecchio, era detto "velivolo" per via dei paraorecchi
che gli svolazzavano ai lati della testa durante le sue incursioni
nell'area avversaria; "biscutin" era invece il soprannome
che accompagnava il fratello Guido che, a dispetto del suo
aspetto gracile, era forte e tenace come un toro. Ai due fratelli
Marchi fu intitolato uno dei campi di allenamento adiacenti
al Comunale, dove per moltissimi anni, generazioni di bianconeri
calcarono la scena, dalla prima squadra fino ai pulcini.
Virginio Rosetta si può a ragione definirlo il primo
professionista del calcio italiano ed il suo trasferimento
alla Juventus dalla Pro Vercelli caratterizzò clamorosamente
il campionato 1923-24, mutandone completamente i risultati.
Tutto ebbe inizio nel settembre del 1923 quando la ancora
mitica, ma ahimè già in declino, Pro Vercelli
venne invitata a Torino per un amichevole per la quale non
scesero in campo né la punta Gay (passato poi al Milan),
né il fortissimo terzino Rosetta. Il fatto non passa
inosservato alla dirigenza juventina e subito uno dei responsabili,
Peccei, contatta il vercellese per un eventuale trasferimento.
L'ipotesi trova fondamento in una lettera dell'allenatore
della Pro con la quale viene data ampia facoltà ai
singoli se continuare o meno a giocare con la mitica maglia
bianca, avendo iniziato la Pro Vercelli (vincitrice di ben
sette scudetti) un lento ed inesorabile cammino lungo il viale
del tramonto. In tempi non irrigimentati da parametri, svincoli,
procuratori e quant'altro, un tale documento pareva un vero
e proprio "nulla osta" per eventuali trasferimenti.
La Juve inoltra quindi richiesta di tesseramento in Federazione,
allora presieduta da Bozino, contemporaneamente presidente
della Pro Vercelli, il quale autorizza e quindi il 25 novembre,
a campionato iniziato (cosa, per fortuna, fino ad alcuni anni
addietro, scandalosa) avviene l'esordio di Rosetta con la
maglia juventina opposto al Modena.
Un susseguirsi di ricorsi presentati da altre società
riguardo all'irrregolarità del tesseramento di Rosetta
ottengono il risultato di dare perse "a tavolino"
le partite contro Modena, Genoa e Padova, durante le quali
il vercellese era sceso in campo. Successivamente viene del
tutto annullato il passaggio di Rosetta alla Juventus, la
quale minaccia di ritirare la squadra dal campionato, un campionato
che comunque riesce a terminare con la vittoria del Genoa,
società che aveva il sopravvento in Federazione. Il
caso Rosetta si concluderà definitivamente con l'apertura
della stagione 1924-25 con l'ingaggio regolare del calciatore
a ben 50.000 annue. Viri Rosetta con i colori bianconeri andrà
a vincere ben sei scudetti e formerà, insieme a Combi
e Caligaris, una delle linee difensive più leggendarie.
Umberto Caligaris, classe 1901 da Casale Monferrato morì
sul campo nell'ottobre del 1940 accanto al suo compagno Rosetta
durante una partita di "vecchie glorie" con indosso
la maglia bianconera.
Cresciuto nelle file nerostellate del Casale raggiunge la
Juve nel 1928; un paio d'anni per intendersi alla meglio con
i compagni di reparto che coincisero con due terzi posti consecutivi,
poi, visse da protagonista il quinquennio, sia in maglia bianconera
che in azzurro, sempre al fianco di Combi e Rosetta. E con
Rosetta forma un meccanismo difensivo perfetto: uno sguardo
appena ed il momento difficile era superato.
Senza mai realizzare una rete gioca con la Juventus ben 197
partite, sempre accompagnato da un fazzoletto bianco legato
alla fronte, quindi si trasferisce al Brescia dove chiude
la carriera, per tornare alla Juve come allenatore dal 1938
al 1940, fin a quando si accascerà al suolo vestito
di bianconero.
Luigi Bertolini rappresenta il tipico "settepolmoni"
del campo, in pratica "una vita da mediano" iniziata
a suon di reti nel Savona. Proprio quelle reti convinsero
i dirigenti dell'Alessandria ad acquistarlo che, siccome il
calcio di allora non arricchiva quasi nessuno, promisero al
giocatore anche un impiego, cosa che non si avverò
mai. Bertolini si adattò ad una vita di sacrifici,
fece lo strillone ed il riparatore di biciclette, con la conseguenza
che la sua dieta alimentare si ridusse al caffelatte, visto
che di bistecche non se parlava proprio ed in più doveva
provvedere in proprio all'attrezzatura da gioco. Finalmente
riuscì a conquistare il posto da titolare durante un'amichevole
tra Alessandria e Torino dove venne schierato mediano in seguito
ad un'emergenza e da quel ruolo non si staccò più.
I dirigenti juventini si accorsero in fretta di quel "motorino"
in mezzo al campo che recuperava palloni su palloni e non
si lasciarono scappare l'occasione di tesserarlo. All'Alessandria
venne versata la cospicua cifra di 180.000 lire: a Bertolini,
secondo regola, non andò neppure un centesimo, ma il
dirigente Mazzonis gli anticipò lo stipendio di agosto
che di norma restava fuori dal contratto (la stagione andava
da settembre a luglio) e che il giocatore, con un'autentica
"botta di vita" si spese quasi completamente con
le donnine di Alassio, finalmente a pancia piena.
Luisito Monti, ovvero il "centromediano che cammina",
altro pilastro della difesa della Juve del quinquennio. Arrivò
in Italia già trentenne, sull'onda dei fasti delle
Olimpiadi del 1928 ad Amsterdam, ma quando aveva già
interrotto l'attività agonistica e si dedicava al lavoro
di pastaio.
Gli altri due oriundi bianconeri, Orsi e Cesarini, lo convinsero
a staccare le scarpe dal chiodo e raggiungerli a Torino. Quando
arrivò alla stazione di Porta Nuova i dirigenti della
Juve rimasero allibiti, perché videro scendere dal
treno un omone di ben 92 Kg. Monti chiese tempo e fiducia
per qualche mese, durante quei giorni si allenò da
solo, dal mattino alla sera con ben tre maglioni addosso per
dimagrire e spingendo un pallone "medicinale" (quelli
pesanti) e così riuscì a presentarsi in forma
adeguata al raduno. La sua carriera italiana iniziò
quindi a trent'anni, due anni dopo fu convocato in Nazionale
con la quale conquistò anche il titolo di campione
del mondo nella finale contro la Cecoslovacchia.
Nella Juventus fu titolare fino al campionato 1938-39. Non
acquistò mai un'automobile per costringersi ad andare
a piedi agli allenamenti (per combattere la pinguedine), l'"uomo
che cammina" pareva che possedesse delle calamite al
posto dei piedi, infatti era il pallone a raggiungere lui
e non viceversa, dotato di un tiro formidabile, diffidente
dei giornalisti si può dire che fu colui che inventò
il silenzio-stampa.
Ad Higbury Park contro l'Inghilterra nel 1934 gioca per un'ora
con un dito del piede fratturato senza che nessuno se ne accorga
e contribuisce, anzi nasce da lui, alla leggenda dei "Leoni
di Highbury": dopo la sua uscita gli azzurri, in dieci,
rimontano fino al 2-3, strappando elogi a scena aperta dagli
allora maestri inglesi.
Monti è tra i grandi e non c'è vecchio juventino
che non lo ricordi con le lacrime agli occhi, per la sua classe,
per il suo senso di sacrificio, per la sua immensa dignità
di uomo e di calciatore. La morte lo colse nel 1984 ad Escobar,
periferia di Buenos Aires, ed ora gioca grande tra i grandi
nelle praterie dell'eternità, accanto a Scirea, a Caligaris
ed a tutti gli assi juventini.
Monti, Varglien II, Del Sol, Furino, Bovini, Davids, la storia
continua
..
Già, Nini Varglien II, 358 partite in bianconero dicono
già tutto di questo mediano dall'aspetto sgraziato
ma dal carattere coriaceo ed indomito frutto della terra istriana,
un'avventura cominciata nel settembre del 1930 contro la Pro
Patria nel mitico campo di corso Marsiglia, con il fratello
Mario formò un'accoppiata formidabile. Seppure considerato
il meno dotato tecnicamente fu proprio Varglien I a debuttare
per primo da titolare, proveniente dalla Pro Patria, da dove
si portò appresso la famiglia ed il fratello Giovanni,
detto Nini; due fratelli, due giocatori, completamente diversi
nel fisico e nel carattere, Mario più squadrato nel
fisico, Nini con un caratterino niente male.
Varglien II diventò il jolly della difesa, per 16 anni,
dal 1930 al 1946, ricoprì tutti i ruoli arretrati,
chiuse a 36 anni giocando terzino in una formazione che tenne
a battesimo, insieme a Sentimenti IV ed a Parola l'astro nascente
Giampiero Boniperti.
Se Varglien II fu schierato in tutte le posizioni difensive,
Piero Magni indossò tutti, ma proprio tutti, i numeri
di maglia; potrebbe quindi essere nominato in qualunque ruolo,
noi lo ricordiamo come difensore perché buona parte
delle 106 presenze toccate con la maglia della Juve le ebbe
a giocare con il reparto arretrato. Anzi, una volta a Trieste,
causa l'indisponibilità contemporanea di Sentimenti
IV e di Peruchetti giocò addirittura in porta e l'incontro
terminò 1-1.
Magni, proveniente dal Liguria, giocò nella Juventus
a cavallo della seconda guerra mondiale e pur senza assurgere
alla celebrità come altri compagni, rappresenta certamente
un caso più unico che raro in materia di duttilità.
Vestì tutte le maglie della formazione, eccezione fatta
per il 5 che in quegli anni apparteneva a Parola, l'en plain
gli riuscì quando si fu trasferito al Genoa, in un
incontro guarda caso contro la Juventus.
Tornando indietro di qualche anno ecco Alfredo Foni che da
rincalzo di Rosetta divenne campione del mondo ed a sua volta
formò un altro celebre trio insieme a Combi e Rava.
Foni venne acquistato dal Padova appunto come rincalzo di
Rosetta e Caligaris e spesso quindi fece coppia prima con
uno poi con l'altro, fino a divenire titolare e stabilire
due eccellenti primati: 229 partite consecutive, dal 2 giugno
1935 al 31 gennaio 1943, (superato solo dal suo conterraneo
Zoff) e nessuna espulsione a carico. Calciatore dallo stile
molto compassato e temporeggiatore, ebbe, a modo suo, la sfortuna
di arrivare alla Juve negli anni grigi che seguirono il famoso
quinquennio; dopo lo scudetto del 1935 le uniche vittorie
vennero dalla Coppa Italia. In compenso con la Nazionale vinse
un'Olimpiade ed un Campionato del Mondo. Come concluse l'attività
di calciatore Foni si cimentò come allenatore, vinse
due scudetti con l'Inter ed arrivò anche a sedersi
sulla panchina azzurra. Si è spento a Lugano, dove
risiedeva, nel 1985.
Piero Rava era il figlio del capostazione di Porta Susa,
la seconda stazione torinese, ed abitava proprio a ridosso
dello stadio di corso Marsiglia, per cui diventare tifoso
juventino fu quasi una conseguenza. Giocando sul campo del
Dopolavoro Ferroviario venne notato dal dirigente Maccagno
che si occupava delle squadre minori; colpiva molto anche
la foga con cui Rava partecipava al gioco, foga che, dopo
poche battute di gioco conferiva al viso di Pierone un colore
infuocato.
Appena diciannovenne, nella stagione 1935-36, esordì
in serie A contro la Fiorentina e quella fu anche l'unica
presenza di quell'anno. Era una Juventus composta ancora da
campioni pluriscudettati quali Rosetta, i fratelli Varglien,
Monti, Bertolini, Borel II e Foni. L'anno successivo fu quello
della completa consacrazione in coincidenza con la convocazione
di Vittorio Pozzo per la Nazionale Olimpica che trionfò
a Berlino, due anni prima del trionfo mondiale. Proprio la
vittoria al Mondiale convinse Rava ad avanzare alcune pretese
economiche in società, cosa che fece inorridire non
solo la critica, ma anche il padre, che minacciò di
diseredarlo se avesse perdurato nella sua idea . Iniziò
una specie di sciopero bianco, non giocando all'altezza della
sua classe e la Juventus si ritrovò costretta a metterlo
fuori rosa per alcune partite. Ne faceva una questione d'onore,
valore per lui molto sentito, tanto da spingerlo volontario
in guerra per raggiungere gli amici, quando avrebbe tranquillamente
potuto approfittare del suo status di atleta. Rava, ormai
ottantenne, ha da poco pubblicato un libro di memorie dal
titolo "Giocavamo senza numero. La Juventus che eravamo
noi" dove cita alcuni aneddoti della sua vita in bianconero,
sia da tifoso che da calciatore.
Carlo Parola approdò al calcio dopo un buon passato
giovanile nel ciclismo, ma quando si cita Parola automaticamente
lo si associa alla rovesciata divenuta famosa in tutto il
mondo, gesto che anche la Panini immortalò nelle famose
bustine di "figu". Successe durante un Italia-Austria
a S.Siro, Parola, vistosi superare dal centravanti Epp, si
alzò in volo e lanciò le gambe al cielo rinviando
al volo la sfera.
Esordì nella Juventus allenata da Caligaris, al quale
successe, dopo la tragica morte, Borel II. Al contrario che
con "Caliga" i rapporti con "Farfallino"
non furono subito idilliaci perché Parola era un convinto
assertore del "metodo", mentre l'allenatore predicava
il "sistema", ma alla fine la classe e l'intelligenza
del giocatore fecero sì che Parola si adattasse benissimo
a qualunque modulo tattico.
Dopo un incontro tra l'Inghilterra ed il Resto d'Europa, Parola
ebbe consensi unanimi dalla critica sportiva che lo appellò
"Carletto l'Europeo". Il Chelsea gli offrì
un contratto di ben 40 milioni che Parola rifiutò per
restare alla Juve: quando nel calcio esitevano ancora le bandiere!
L'arco agonistico iniziò nel 1939 per terminare nel
1954, come giocatore vinse solo due titoli italiani bissati
da altrettanti titoli come allenatore: ebbe la sfortuna di
incappare nel ciclo del grande Torino prima e dei campionati
di guerra dopo, mentre da allenatore viene ricordato più
che per le vittorie per lo scudetto perso nel 1976, quando
una Juve dilaniata da divisioni di spogliatoio consegna uno
scudetto già vinto al Torino. Questo fatto minerà
fortemente nel morale Parola, mai avrebbe subito l'onta di
consegnare agli odiati "cugini" un successo già
in tasca. Dopo una vita consacrata ai colori bianconeri è
mancato poco tempo fa, colpito da un male incurabile.
Sergio Manente da Udine ha rappresentato forse il primo terzino
moderno, alla Cabrini per intenderci, capace non solo di difendere,
ma anche di offendere, cosa che dagli allenatori di allora
non era ben vista perché volevano solo terzini marcatori.
Comunque sia rimane alla Juve ben sette anni, anzi nell'ultima
stagione si esalta, segnando ben dieci reti e contribuendo
agli scudetti del 1950 e del 1952 e dove per anni in ritiro
divide la stanza con Boniperti divenendone intimo amico.
Chiuderà poi al Vicenza dove ritroverà Sentimenti
IV, lasciandosi alle spalle 231 presenze in bianconero.
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