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ipartiamo da Rino "Mobilia" Ferrario, il cui soprannome
la dice già tutta circa il suo aspetto fisico. Se Monti
ha fatto parte dei "Leoni di Highbury", se Parola
divenne "Carletto l'Europeo", Ferrario in azzurro
fu il "Leone di Belfast". Questo appellativo gli
fu affibbiato nel dicembre 1957, allorché l'Italia
si recò a Belfast per una gara di qualificazione ai
Mondiali contro l'Irlanda del Nord; a causa della fitta nebbia
l'arbitro ungherese Zsolt non riuscì ad arrivare allo
stadio e la gara fu declassata a semplice amichevole, un vero
eufemismo, dato che al termine dell'incontro (2-2) la folla
inferocita invase il campo per aggredire gli azzurri ed in
particolare il nostro Ferrario che si difese da par suo, dopo
già averlo fatto sul terreno.
La carriera di Ferrario passa attraverso la solita trafila
delle squadrette di paese fino a quando si reca ad Arezzo
per il servizio militare. Qui viene notato dall'allenatore
della squadra toscana e nella cittadina toscana, e sotto le
armi, inizia la carriera calcistica di Ferrario. Nell'Arezzo
si mette via via in luce ed alcune squadre si interessano
al possente difensore; alla fine la spunterà la Lucchese
che in seguito lo cederà alla Juventus. A Torino si
trovò chiuso dal più forte centromediano del
mondo di quei tempi, Parola, ma seppe aspettare con filosofia
il suo momento, cercando anzi di apprendere più segreti
possibili dal suo maestro. Quando Parola si infortunò
alla vigilia di una partita contro il Milan, Rinone prese
il suo posto ed annullò nientemeno che Nordhal strabiliando
pubblico e critica; seguirono poi altre 143 presenze con la
maglia bianconera.
Emoli, Corradi e Garzena era il trio centrale del decimo scudetto,
quello della stella; gli ultimi due erano "puppanti",
cioè erano già nei quadri societari durante
la gestione tecnica di Sandro Puppo, un allenatore tanto competente
quanto sfortunato perché arrivato alla Juve in un momento
in cui la squadra doveva essere rifatta da capo a piedi e
si trovò a lavorare in un ambiente orribilmente depresso;
avremo modo comunque di riparlarne in seguito.
Emoli era un peperino sempre in movimento, l'uomo al quale
l'allenatore chiedeva il massimo sforzo nella zona nevralgica
del campo, non solo indomito incontrista ma anche capace di
lanci profondi; Corradi rappresentava invece l'eleganza e
lostile, con forte propensione al colpo di testa ed un grande
senso dell'anticipo e non disdegnava di spingersi all'attacco,
mentre Garzena era un difensore puro, di grande prestanza
fisica e di grande attaccamento ai colori bianconeri; completava
la linea mediana Umberto Colombo, giocatore dotato di grande
eleganza nel palleggio e per questo prediligeva il tocco preciso
all'azione potente. Oltre ad essere stato un utile supporto
per l'attacco sapeva farsi valere anche nelle retrovie soprattutto
nei palloni alti.
Gli anni Sessanta, culminati con la vittoria del tredicesimo
scudetto, vedono in difesa come terzini, Adolfo Gori e Benito
Sarti, a cui subentrerà per infortunio "settepolmoni"
Gianfranco Leoncini, molto abile anche in mediana. La linea
centrale era composta da Giancarlo Bercellino I, Ernesto Castano
e Sandro Salvadore e questi tre, nella stagione 1967-68 furono
definiti i tre difensori più forti d'Europa; solo il
Benefica del grande Eusebio riuscì, in Europa, ad avere
la meglio sui bianconeri allenati da Heriberto Herrera, nella
semifinale della Coppa dei Campioni.
Giancarlo Bercellino detto Berceroccia era un lungagnone che
in difesa non faceva certo complimenti, ma era utilissimo
anche all'attacco, dove, all'occorrenza, calciava anche i
rigori. Sua la rete di apertura nel famoso match contro la
Lazio che, grazie alla contemporanea sconfitta dell'Inter
a Mantova, diede alla Juve il tredicesimo scudetto. Uscito
malconcio da uno scontro di gioco, Bercellino fu relegato
all'ala sinistra, stava in campo quindi per onor di firma,
ma nonostante l'infortunio riuscì a saltare più
in alto di tutti e deviare in rete un calcio d'angolo. Il
fratello minore, Silvino, giocò anch'esso nella Juve
come centravanti, ma trovò le sue stagioni di gloria
con la casacca palermitana.
Ernesto Castano dalle fragili ginocchia fu già dato
per finito dai medici alla verde età di ventidue anni.
Debuttò nella Juve giovanissimo, appena diciannovenne,
assaporò appena la fama, sia con la maglia bianconera
che con quella azzurra, e fu subito tradito da un primo menisco.
Una volta per un calciatore il menisco era una vera iattura;
oggi nel giro di una settimana ti operano e sei già
in campo, allora tra operazione e rieducazione passava una
stagione. Comunque sia Castano rientrò, più
deciso e forte di prima, ma dovette fermarsi per la seconda
volta. Poco anche il terzo menisco fece crak e per giunta
dovette subire una nuova operazione in Francia in quanto la
prima non era perfettamente riuscita. I medici dissero che
la sua carriera era finita, ma Castano con tenacia ed abnegazione
tornò ad allenarsi; la Juve non lo abbandonò,
anzi seguì quasi maternamente i progressi che il difensore
mostrava in allenamento ed alla fine, Castano e la Juve ebbero
ragione.
Giocò fino al 1970, collezionando ben 265 presenze
con la maglia bianconera, una maglia che indossò la
prima volta accanto a Emoli e Fuin e per l'ultima tra Morini
e Cuccureddu: una grande lezione di vita impartita da un ragazzo
che a ventidue anni aveva visto spegnersi la luce intorno
a lui.
Capitan Billy, al secolo Sandro Salvadore, terzino controvoglia
per necessità, libero per vocazione, burbero, irruento,
deciso sul campo come nella vita, ma grande, grande classe
e soprattutto una grande abnegazione verso i colori bianconeri.
Arrivò a Torino dal Milan in cambio di Noletti e la
maglia zebrata gli si stampò sulla pelle; molto spesso
era solito portarsi in avanti e sovente realizzava anche reti
importanti, in campo era un vero trascinatore e quando la
Juve si trovava "sotto" la sua grinta contagiava
tutta la squadra che spesso riusciva a capovolgere il risultato.
Superbo interprete del ruolo di libero, non scordiamoci che
a Salvadore fu affidato un timido ragazzino proveniente dall'Atalanta,
tal Gaetano Scirea, che "capitan Billy" prese sotto
le sue cure e gli trasmise molto del suo sapere calcistico.
Luis Del Sol, spagnolo antesignano del panormita Furino, arrivò
alla Juve in modo quasi casuale, proveniente nientemeno che
dal Real Madrid. Infatti la Juve, su suggerimento del tecnico
Amaral, aveva ingaggiato tal Barbosa che ben presto fu rispedito
in Brasile, essendo rimasto un oggetto oscuro. Rimasta scoperta
in una zona nevralgica del campo, i dirigenti bianconeri si
diedero da fare nel coprire il ruolo che oggi si definisce
mediano di spinta. Fu pertanto acquistato dal Real Del Sol
e già dalle prime apparizioni con la maglia bianconera
la critica allibita si chiedeva il perché le "merengues"
si fossero private di un mastino del genere. Descrivere lo
stile dello spagnolo è semplice: corse e rincorse a
perdifiato, dribbling reiterato, finte, controfinte, tocchi
e lanci misurati, un estro ed una fantasia secondi a nessuno.
Sivigliano torvo e taciturno, come non si sacrificava sul
campo, così non lo faceva a tavola, giocò con
la maglia bianconera 228 partite prima di concludere la carriera
a Roma e prima, soprattutto, di aver passato il testimone
ad un altro grande, enorme, faticatore del centrocampo: Beppe
Furino.
Quando qualche giornalista sportivo si degnerà di pubblicare
una biografia di "capitan Furia" sarà sempre
troppo tardi per celebrare a dovere un piccolo grande uomo
di centrocampo, sarà sempre troppo tardi per celebrare
un piccolo grande uomo che detiene il record dei record, quello
del maggior numero di scudetti vinti : 8, a pari merito con
Giovanni Ferrari, ma Furino li ha conquistati tutti con la
stessa maglia, quella della Juve. In realtà Caminiti
scrisse in tempi non sospetti un libro su Furino, ma sarebbe
utile riscriverne la carriera a posteriori.
Al termine dell'ultima giornata di un campionato vinto dalla
Juve, nello spogliatoi bianconero regna l'ebbrezza assoluta,
mentre i compagni festeggiano a champagne, Furino, in disparte,
viene avvicinato da un incauto cronista che gli chiede quale
scudetto tra quelli vinti fosse stato il più bello,
e Beppe, abbozzando un minimo movimento del viso, rispose:
"il prossimo". Ecco chi era Beppe Furino!
Fu Boniperti ad intuire le enormi doti di faticatore e di
organizzatore di quel piccolo gigante dalle gambe storte e
Furino incarnò a meraviglia lo spirito bonipertiano
e trapattoniano di quella Juve. Una Juve che aveva giocatori
molto più celebrati e più dotati tecnicamente,
per questo fu sempre un po' snobbato dalla critica e considerato
un giocatore
provinciale. Ma Furino ha dimostrato che
si può essere campioni anche senza essere "belli":
quando occorreva sacrificarsi, quando occorreva rischiare,
quando occorreva spronare a gran voce i compagni, quando si
tratta di essere una furia umana, tocca a lui salire alla
ribalta: chiedere agli habituèes di S.Siro che ancora
oggi al solo sentire nominare Furino sono ancora presi dagli
incubi!
Giampietro Marchetti arrivò dall'Atalanta nell'estate
del 1969 per farvi ritorno nel 1974 dopo aver vinto con la
Juve due scudetti. Inizialmente viene impiegato a centrocampo,
ma non ha il passo ed il carattere necessario, è invece
abilissimo a trasformarsi in un moderno terzino fluidificante
che spesso trova anche la via della rete. E' talmente bravo
che in Nazionale, con sole 5 presenze, riesce a scalzare un
mostro sacro quale Facchetti. Nella finale di Belgrado contro
l'Ajax è sostituito da Silvio Longobucco, un tenace
terzino calabrese che tenta, invano, di opporsi al possente
fisico di Jonnhy Rep.
Luciano Spinosi fu prelevato dalla Roma in concomitanza della
"prima rivoluzione bonipertiana" e nonostante la
giovane età, vent'anni, seppe subito guadagnarsi la
fiducia dell'ambiente. Marcatore tenace e grintoso, ma con
gran classe, raramente eccedeva in interventi rudi. Fu titolare
inamovibile fino al 1974, quando fu bloccato da un grave infortunio;
la sua classe unita ad una buona intelligenza calcistica gli
permisero di giocare indifferentemente sia nel ruolo di marcatore
che im quello di libero, ruolo nel quale si esaltò
a fine carriera, soprattutto nella Roma di Liedholm.
Ricco è il suo palmares: cinque scudetti ed una Coppa
Uefa con la Juve, a cui si aggiungono due Coppe Italia con
la Roma e 19 presenze in Nazionale, oltre alle 241 con la
maglia bianconera. Spinosi ha disputato tutti i derbies metropolitani,
avendo militato nelle fila della Juve, della Roma e del Milan.
Francesco Morini al contrario di Spinosi, non sfoggiava uno
stile propriamente da Juve, ma era uno stopper dalla marcatura
ferrea, capace di soffrire fino in fondo. Toscano di S.Giuliano
Terme, arrivò alla Juve nell'estate del 1969 proveniente
dalla Sampdoria insieme a Bob Vieri (il padre di Christian
per intenderci), migliorando, come il buon vino, anno dopo
anno. Lasciò la Juve e l'Italia dieci anni dopo all'età
di 35 anni e con alle spalle cinque scudetti, una Coppa Uefa
ed una Coppa Italia. Spese gli ultimi spiccioli agonistici
in Canada, nel Toronto Blazzers, squadra nel cui consiglio
di amministrazione c'era Boniperti, ed al suo ritorno in Italia
si iscrisse al corso per dirigenti sportivi di Coverciano
al termine del quale la Juve gli offrì l'incarico di
tem manager.
Roberto Beccantini dalle pagine di Tuttosport lo ribattezza
"Morgan" come il celebre pirata, perché da
pirata era il suo modo di depredare l'avversario del pallone.
Claudio Gentile viene acquistato dal Varese nell'estate del
1973 per dare un'alternativa a Furino. "Gento" si
adatta a giocare in un ruolo non suo pur di comparire in prima
squadra, essendo chiuso in marcatura da uomini quali Spinosi,
Marchetti, Morini e Longobucco. L'anno successivo, causa il
grave infortunio che colpisce Spinosi, si inserisce come marcatore
ed inizierà un'escalation che culminerà nel
Mundial spagnolo dove fermerà, uno dopo l'altro, fenomeni
del calibro di Zico e Maratona. Con Zoff e Cabrini andrà
a formare un altro celebre trio di difensori, come da tradizione.
Se il Mondiale del 1982 hanno rappresentato il suo fiore all'occhiello,
sono stati gli undici anni di militanza bianconera (con 283
presenze) che hanno affermato, partita dopo partita, le qualità
di grande combattente di Claudio Gentile. Facendo leva sulla
grinta e sulla determinazione ha costruito la sua carriera
nella Juventus con la quale ha vinto tutto ad eccezione della
Coppa dei Campioni.
Una curiosità svelata dallo stesso Gentile: non aveva
timore a marcare (e fermare) i migliori e più celebrati
attaccanti del pianeta, ma quando incrociava la punta vicentina
Galluppi erano dolori, non c'era verso di riuscire a fermarlo.
Buon per Gentile e per la Juve che Galluppi non abbia avuto
una grande carriera!
Proveniente dall'Atalanta raggiunge Torino nell'estate del
1976 e nella fase conclusiva della stagione diventa determinante
per la conquista di un campionato giocato punto a punto con
il Torino. Viene utilizzato part-time anche l'anno successivo,
tuttavia i suoi affondo sulla fascia sinistra risultano sempre
più decisivi per scardinare le difese avversarie e
nella seconda parte della stagione trova stabilmente il posto
in prima squadra e Bearzot non esita a convocarlo in azzurro.
Stiamo parlando di Antonio Cabrini da Cremona, uno dei più
grandi terzini di fascia di tutti i tempi. Di famiglia agiata
pratica una vita senza vizi (eccetto uno, al femminile
.),
con la Juve vince tutto quello che c'è da vincere,
è l'ultimo, con Scirea, a resistere al dopo Trapattoni,
tentando di dare una mano a Marchesi a ricostruire una squadra
decente, poi, non riconoscendosi più in quella Juve,
emigra a Bologna dove non fatica a diventare un idolo dei
felsinei.
Per il grande Gaetano Scirea rimandiamo alla scheda monografica
contenuta in questa rubrica.
Sergio Brio è stato l'erede di Morini, calandosi perfettamente
nella parte che vuole lo stopper badare più all'efficacia
che allo stile. A differenza del suo predecessore, da vero
stopper all'inglese, amava però portarsi all'attacco
per sfruttare i calci da fermo. Ha superato una serie di infortuni
da Guinness dei primati, opponendo alla sfortuna una tenacia
fuori dal comune. Tre infortuni gravissimi non sono bastati
a fermarlo ed in questo, oltre alla sua determinazione, molto
ha contribuito una società come la Juventus. Trapattoni
e Boniperti hanno sempre creduto in lui, aiutandolo sempre
a guarire nel migliore dei modi. A fine carriera infatti andrà
alla corte del Trap come "secondo"; 192 cm. di altezza
per 84 Kg., nelle otto stagioni in bianconero vince tutto
e realizza ben 14 reti.
Massimo Bonini viene prelevato dal Cesena nell'estate del
1981 in cambio di Verza e la comproprietà di Storgato.
Sebbene sia taciturno e schivo a Torino non patisce alcuna
crisi di ambientamento e viene preso sotto le cure di Furino
che lo nomina ben presto suo erede. Si mette subito in luce
e già al termine anno vince il premio dell'Uefa quale
per il miglior giovane in campo europeo. Si rivela fondamentale
per il suo dinamismo e per la diligenza tattica che mette
a disposizione dei compagni; il primo a beneficiarne è
Platini: tanto correva Bonini e tanti lanci calibrava Michel,
tanti palloni recuperava Bonini e tanti palloni in rete scagliava
il francese.
Bonini si inserisce di diritto nella galleria dei grandi incontristi
di metà campo che hanno vestito la maglia bianconera
in compagnia di celebrati campioni. Varglien, Depetrini, Monti,
Del Sol, Furino.
Non ha mai voluto rinunciare alla nazionalità sanmarinese,
scelta che gli ha chiuso le porte dell'Azzurro, ma si è
rifatto abbondantemente con i colori bianconeri, vincendo
tutto e ovunque, eccezion fatta per la Coppa Uefa.
Luciano Favero ha avuto il non invidiabile peso di non dover
far rimpiangere Gentile, lui con alle spalle tortuoso peregrinare
tra le piazze del sud: Messina, Siracusa, Salerno, Avellino.
Dal capoluogo irpino parte alla volte di Torino nell'estate
del 1983; il suo inserimento è tutt'altro che facile,
nonostante un aspetto fisico arcigno patisce i continui paragoni
con Gentile. Nella partita con il Napoli la svolta, annulla
Maradona e il bruco diventa farfalla; Favero prende fiducia
in sé stesso ed ottiene la fiducia dei compagni, pian
piano anche lo stile si affina e pur non raggiungendo mai
i livelli del suo predecessore dimostra anche una certa duttilità
quando deve rimpiazzare Scirea nel ruolo di libero dopo l'infortunio
patito da quest'ultimo nella finale di Tokyo.
Luigi De Agostini eredita idealmente la maglia di Cabrini
ed ai cui livelli tecnici si avvicina molto. Cresciuto nell'Udinese,
squadra della sua città e nella quale comincia a mettersi
in luce, passa per un anno al Verona per trasferirsi alla
corte juventina. Serio professionista può giocare indifferentemente
sia sulla fascia che in marcatura, sia in mediana che come
mezzala; giocatore dai classici "piedi buoni" diventa
anche il rigorista della squadra. Ha la sfortuna di arrivare
in una Juventus in fase di ristrutturazione, troppo impegnata
ad inseguire Napoli e Milan e vi rimane solo per cinque stagioni
ed il suo trasferimento all'Inter viene rimpianto non poco
negli anni a venire. La cessione del friulano è stata
forse una inconcepibile leggerezza dello staff bianconero
che probabilmente ha pensato che il jolly De Agostini avesse
già espresso il meglio di sè; passa all'Inter
dove rimane una sola stagione, in seguito vive una seconda
giovinezza alla Reggiana; colleziona anche 36 presenza in
Nazionale.
Massimo Carrera è stato recentemente definito da Lippi
un fuoriclasse. Sul giudizio dell'allenatore viareggino pesa
molto, a nostro avviso, l'impronta che Carrera ha lasciato
nel primo anno della gestione Lippi. La Juve aveva puntato
per il ruolo di libero su Luca Fusi e si era già accordata
con l'Atalanta per il passaggio in nerazzurro di Carrera.
Questi rifiuta il trasferimento e mai diniego fu così
propizio; Fusi denuncia delle gravi incertezza e Lippi butta
nella mischia il già esperto difensore lombardo. Carrera
entra stabilmente in squadra e comanda la difesa da vero leader,
contribuendo all'esaltante stagione culminata nell'accoppiata
campionato-Coppa Italia.
Il trasferimento all'Atalanta è solo differito di un
paio d'anni, raggiunge Bergamo al termine della stagione 1995-96
ed ancora oggi è un pilastro della squadra orobica.
Jürgen Kohler è un tedesco atipico dal carattere
mediterraneo e ben presto diventa uno degli idoli della curva.
Gioca, appunto, un calcio mediterraneo, poco calcolo e molto
istinto che lo porterà molte volte a vedersi sventolare
cartellini bicolori da parte degli arbitri, ma è il
classico giocatore che quando esce dal campo non gli si può
rimproverare nulla; memorabili i suoi duelli con Van Basten,
che si ripetono anche in campo internazionale quando si affrontano
i bianchi tedeschi e gli arancioni olandesi.
Kohler arriva alla Juve come stopper titolare della Germania
campione del mondo di Italia90, nella prima stagione forma
con Julio Cesar la coppia centrale più anomale dell'intero
campionato, tanto è concreto lui quanto "svolazzante"
il brasiliano.
Si impegna, lotta, mette la gamba in ogni tackle e non disdegna
di portarsi in attacco: nelle 145 presenze con la maglia bianconera
realizza anche 13 reti. La Juve gli entra nel cuore, fa in
tempo a vincere il primo scudetto dell'era Lippi e quando
capisce che non rientra più nei piani societari preferisce
fare ritorno in Germania nonostante le numerose richieste
in Italia ed ha già annunciato che nel prossimo maggio
disputerà la partita d'addio al calcio proprio a Torino.
Chiudiamo questa seconda dedicata ai difensori, con una favola.
C'era una volta un ragazzo brianzolo che lavora in un mobilificio
e che per passione gioca nella Caratese, serie D. Nell'estate
del 1992 disputa un'amichevole contro la Juve e gioca talmente
bene da impressionare Trapattoni. I dirigenti juventini gli
propongono un mese di ritiro con la squadra ed in quel frangente,
complice anche un reparto difensivo quasi per intero in infermeria,
guadagna definitivamente la fiducia del Trap. Sarà
l'inizio di una storia esemplare: sei anni da titolare, la
convocazione in Azzurro, tre scudetti, la Coppa Uefa, la Coppa
Italia, la Coppa dei Campioni, l'Intercontintale e le Supercoppe
d'Italie e d'Europa.
Nel 1998 si trasferisce nell'odiata Firenze dove, con il suo
impegno e la sua generosità, dimostra che i successi
bianconeri non avvengono per caso. Il nome del protagonista?
Moreno Torricelli.
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