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I DIFENSORI
PARTE SECONDA
di Alberto Rossetto

ipartiamo da Rino "Mobilia" Ferrario, il cui soprannome la dice già tutta circa il suo aspetto fisico. Se Monti ha fatto parte dei "Leoni di Highbury", se Parola divenne "Carletto l'Europeo", Ferrario in azzurro fu il "Leone di Belfast". Questo appellativo gli fu affibbiato nel dicembre 1957, allorché l'Italia si recò a Belfast per una gara di qualificazione ai Mondiali contro l'Irlanda del Nord; a causa della fitta nebbia l'arbitro ungherese Zsolt non riuscì ad arrivare allo stadio e la gara fu declassata a semplice amichevole, un vero eufemismo, dato che al termine dell'incontro (2-2) la folla inferocita invase il campo per aggredire gli azzurri ed in particolare il nostro Ferrario che si difese da par suo, dopo già averlo fatto sul terreno.
La carriera di Ferrario passa attraverso la solita trafila delle squadrette di paese fino a quando si reca ad Arezzo per il servizio militare. Qui viene notato dall'allenatore della squadra toscana e nella cittadina toscana, e sotto le armi, inizia la carriera calcistica di Ferrario. Nell'Arezzo si mette via via in luce ed alcune squadre si interessano al possente difensore; alla fine la spunterà la Lucchese che in seguito lo cederà alla Juventus. A Torino si trovò chiuso dal più forte centromediano del mondo di quei tempi, Parola, ma seppe aspettare con filosofia il suo momento, cercando anzi di apprendere più segreti possibili dal suo maestro. Quando Parola si infortunò alla vigilia di una partita contro il Milan, Rinone prese il suo posto ed annullò nientemeno che Nordhal strabiliando pubblico e critica; seguirono poi altre 143 presenze con la maglia bianconera.
Emoli, Corradi e Garzena era il trio centrale del decimo scudetto, quello della stella; gli ultimi due erano "puppanti", cioè erano già nei quadri societari durante la gestione tecnica di Sandro Puppo, un allenatore tanto competente quanto sfortunato perché arrivato alla Juve in un momento in cui la squadra doveva essere rifatta da capo a piedi e si trovò a lavorare in un ambiente orribilmente depresso; avremo modo comunque di riparlarne in seguito.
Emoli era un peperino sempre in movimento, l'uomo al quale l'allenatore chiedeva il massimo sforzo nella zona nevralgica del campo, non solo indomito incontrista ma anche capace di lanci profondi; Corradi rappresentava invece l'eleganza e lostile, con forte propensione al colpo di testa ed un grande senso dell'anticipo e non disdegnava di spingersi all'attacco, mentre Garzena era un difensore puro, di grande prestanza fisica e di grande attaccamento ai colori bianconeri; completava la linea mediana Umberto Colombo, giocatore dotato di grande eleganza nel palleggio e per questo prediligeva il tocco preciso all'azione potente. Oltre ad essere stato un utile supporto per l'attacco sapeva farsi valere anche nelle retrovie soprattutto nei palloni alti.
Gli anni Sessanta, culminati con la vittoria del tredicesimo scudetto, vedono in difesa come terzini, Adolfo Gori e Benito Sarti, a cui subentrerà per infortunio "settepolmoni" Gianfranco Leoncini, molto abile anche in mediana. La linea centrale era composta da Giancarlo Bercellino I, Ernesto Castano e Sandro Salvadore e questi tre, nella stagione 1967-68 furono definiti i tre difensori più forti d'Europa; solo il Benefica del grande Eusebio riuscì, in Europa, ad avere la meglio sui bianconeri allenati da Heriberto Herrera, nella semifinale della Coppa dei Campioni.
Giancarlo Bercellino detto Berceroccia era un lungagnone che in difesa non faceva certo complimenti, ma era utilissimo anche all'attacco, dove, all'occorrenza, calciava anche i rigori. Sua la rete di apertura nel famoso match contro la Lazio che, grazie alla contemporanea sconfitta dell'Inter a Mantova, diede alla Juve il tredicesimo scudetto. Uscito malconcio da uno scontro di gioco, Bercellino fu relegato all'ala sinistra, stava in campo quindi per onor di firma, ma nonostante l'infortunio riuscì a saltare più in alto di tutti e deviare in rete un calcio d'angolo. Il fratello minore, Silvino, giocò anch'esso nella Juve come centravanti, ma trovò le sue stagioni di gloria con la casacca palermitana.
Ernesto Castano dalle fragili ginocchia fu già dato per finito dai medici alla verde età di ventidue anni. Debuttò nella Juve giovanissimo, appena diciannovenne, assaporò appena la fama, sia con la maglia bianconera che con quella azzurra, e fu subito tradito da un primo menisco. Una volta per un calciatore il menisco era una vera iattura; oggi nel giro di una settimana ti operano e sei già in campo, allora tra operazione e rieducazione passava una stagione. Comunque sia Castano rientrò, più deciso e forte di prima, ma dovette fermarsi per la seconda volta. Poco anche il terzo menisco fece crak e per giunta dovette subire una nuova operazione in Francia in quanto la prima non era perfettamente riuscita. I medici dissero che la sua carriera era finita, ma Castano con tenacia ed abnegazione tornò ad allenarsi; la Juve non lo abbandonò, anzi seguì quasi maternamente i progressi che il difensore mostrava in allenamento ed alla fine, Castano e la Juve ebbero ragione.
Giocò fino al 1970, collezionando ben 265 presenze con la maglia bianconera, una maglia che indossò la prima volta accanto a Emoli e Fuin e per l'ultima tra Morini e Cuccureddu: una grande lezione di vita impartita da un ragazzo che a ventidue anni aveva visto spegnersi la luce intorno a lui.
Capitan Billy, al secolo Sandro Salvadore, terzino controvoglia per necessità, libero per vocazione, burbero, irruento, deciso sul campo come nella vita, ma grande, grande classe e soprattutto una grande abnegazione verso i colori bianconeri. Arrivò a Torino dal Milan in cambio di Noletti e la maglia zebrata gli si stampò sulla pelle; molto spesso era solito portarsi in avanti e sovente realizzava anche reti importanti, in campo era un vero trascinatore e quando la Juve si trovava "sotto" la sua grinta contagiava tutta la squadra che spesso riusciva a capovolgere il risultato. Superbo interprete del ruolo di libero, non scordiamoci che a Salvadore fu affidato un timido ragazzino proveniente dall'Atalanta, tal Gaetano Scirea, che "capitan Billy" prese sotto le sue cure e gli trasmise molto del suo sapere calcistico.
Luis Del Sol, spagnolo antesignano del panormita Furino, arrivò alla Juve in modo quasi casuale, proveniente nientemeno che dal Real Madrid. Infatti la Juve, su suggerimento del tecnico Amaral, aveva ingaggiato tal Barbosa che ben presto fu rispedito in Brasile, essendo rimasto un oggetto oscuro. Rimasta scoperta in una zona nevralgica del campo, i dirigenti bianconeri si diedero da fare nel coprire il ruolo che oggi si definisce mediano di spinta. Fu pertanto acquistato dal Real Del Sol e già dalle prime apparizioni con la maglia bianconera la critica allibita si chiedeva il perché le "merengues" si fossero private di un mastino del genere. Descrivere lo stile dello spagnolo è semplice: corse e rincorse a perdifiato, dribbling reiterato, finte, controfinte, tocchi e lanci misurati, un estro ed una fantasia secondi a nessuno.
Sivigliano torvo e taciturno, come non si sacrificava sul campo, così non lo faceva a tavola, giocò con la maglia bianconera 228 partite prima di concludere la carriera a Roma e prima, soprattutto, di aver passato il testimone ad un altro grande, enorme, faticatore del centrocampo: Beppe Furino.
Quando qualche giornalista sportivo si degnerà di pubblicare una biografia di "capitan Furia" sarà sempre troppo tardi per celebrare a dovere un piccolo grande uomo di centrocampo, sarà sempre troppo tardi per celebrare un piccolo grande uomo che detiene il record dei record, quello del maggior numero di scudetti vinti : 8, a pari merito con Giovanni Ferrari, ma Furino li ha conquistati tutti con la stessa maglia, quella della Juve. In realtà Caminiti scrisse in tempi non sospetti un libro su Furino, ma sarebbe utile riscriverne la carriera a posteriori.
Al termine dell'ultima giornata di un campionato vinto dalla Juve, nello spogliatoi bianconero regna l'ebbrezza assoluta, mentre i compagni festeggiano a champagne, Furino, in disparte, viene avvicinato da un incauto cronista che gli chiede quale scudetto tra quelli vinti fosse stato il più bello, e Beppe, abbozzando un minimo movimento del viso, rispose: "il prossimo". Ecco chi era Beppe Furino!
Fu Boniperti ad intuire le enormi doti di faticatore e di organizzatore di quel piccolo gigante dalle gambe storte e Furino incarnò a meraviglia lo spirito bonipertiano e trapattoniano di quella Juve. Una Juve che aveva giocatori molto più celebrati e più dotati tecnicamente, per questo fu sempre un po' snobbato dalla critica e considerato un giocatore…provinciale. Ma Furino ha dimostrato che si può essere campioni anche senza essere "belli": quando occorreva sacrificarsi, quando occorreva rischiare, quando occorreva spronare a gran voce i compagni, quando si tratta di essere una furia umana, tocca a lui salire alla ribalta: chiedere agli habituèes di S.Siro che ancora oggi al solo sentire nominare Furino sono ancora presi dagli incubi!
Giampietro Marchetti arrivò dall'Atalanta nell'estate del 1969 per farvi ritorno nel 1974 dopo aver vinto con la Juve due scudetti. Inizialmente viene impiegato a centrocampo, ma non ha il passo ed il carattere necessario, è invece abilissimo a trasformarsi in un moderno terzino fluidificante che spesso trova anche la via della rete. E' talmente bravo che in Nazionale, con sole 5 presenze, riesce a scalzare un mostro sacro quale Facchetti. Nella finale di Belgrado contro l'Ajax è sostituito da Silvio Longobucco, un tenace terzino calabrese che tenta, invano, di opporsi al possente fisico di Jonnhy Rep.
Luciano Spinosi fu prelevato dalla Roma in concomitanza della "prima rivoluzione bonipertiana" e nonostante la giovane età, vent'anni, seppe subito guadagnarsi la fiducia dell'ambiente. Marcatore tenace e grintoso, ma con gran classe, raramente eccedeva in interventi rudi. Fu titolare inamovibile fino al 1974, quando fu bloccato da un grave infortunio; la sua classe unita ad una buona intelligenza calcistica gli permisero di giocare indifferentemente sia nel ruolo di marcatore che im quello di libero, ruolo nel quale si esaltò a fine carriera, soprattutto nella Roma di Liedholm.
Ricco è il suo palmares: cinque scudetti ed una Coppa Uefa con la Juve, a cui si aggiungono due Coppe Italia con la Roma e 19 presenze in Nazionale, oltre alle 241 con la maglia bianconera. Spinosi ha disputato tutti i derbies metropolitani, avendo militato nelle fila della Juve, della Roma e del Milan.
Francesco Morini al contrario di Spinosi, non sfoggiava uno stile propriamente da Juve, ma era uno stopper dalla marcatura ferrea, capace di soffrire fino in fondo. Toscano di S.Giuliano Terme, arrivò alla Juve nell'estate del 1969 proveniente dalla Sampdoria insieme a Bob Vieri (il padre di Christian per intenderci), migliorando, come il buon vino, anno dopo anno. Lasciò la Juve e l'Italia dieci anni dopo all'età di 35 anni e con alle spalle cinque scudetti, una Coppa Uefa ed una Coppa Italia. Spese gli ultimi spiccioli agonistici in Canada, nel Toronto Blazzers, squadra nel cui consiglio di amministrazione c'era Boniperti, ed al suo ritorno in Italia si iscrisse al corso per dirigenti sportivi di Coverciano al termine del quale la Juve gli offrì l'incarico di tem manager.
Roberto Beccantini dalle pagine di Tuttosport lo ribattezza "Morgan" come il celebre pirata, perché da pirata era il suo modo di depredare l'avversario del pallone.
Claudio Gentile viene acquistato dal Varese nell'estate del 1973 per dare un'alternativa a Furino. "Gento" si adatta a giocare in un ruolo non suo pur di comparire in prima squadra, essendo chiuso in marcatura da uomini quali Spinosi, Marchetti, Morini e Longobucco. L'anno successivo, causa il grave infortunio che colpisce Spinosi, si inserisce come marcatore ed inizierà un'escalation che culminerà nel Mundial spagnolo dove fermerà, uno dopo l'altro, fenomeni del calibro di Zico e Maratona. Con Zoff e Cabrini andrà a formare un altro celebre trio di difensori, come da tradizione.
Se il Mondiale del 1982 hanno rappresentato il suo fiore all'occhiello, sono stati gli undici anni di militanza bianconera (con 283 presenze) che hanno affermato, partita dopo partita, le qualità di grande combattente di Claudio Gentile. Facendo leva sulla grinta e sulla determinazione ha costruito la sua carriera nella Juventus con la quale ha vinto tutto ad eccezione della Coppa dei Campioni.
Una curiosità svelata dallo stesso Gentile: non aveva timore a marcare (e fermare) i migliori e più celebrati attaccanti del pianeta, ma quando incrociava la punta vicentina Galluppi erano dolori, non c'era verso di riuscire a fermarlo. Buon per Gentile e per la Juve che Galluppi non abbia avuto una grande carriera!
Proveniente dall'Atalanta raggiunge Torino nell'estate del 1976 e nella fase conclusiva della stagione diventa determinante per la conquista di un campionato giocato punto a punto con il Torino. Viene utilizzato part-time anche l'anno successivo, tuttavia i suoi affondo sulla fascia sinistra risultano sempre più decisivi per scardinare le difese avversarie e nella seconda parte della stagione trova stabilmente il posto in prima squadra e Bearzot non esita a convocarlo in azzurro. Stiamo parlando di Antonio Cabrini da Cremona, uno dei più grandi terzini di fascia di tutti i tempi. Di famiglia agiata pratica una vita senza vizi (eccetto uno, al femminile….), con la Juve vince tutto quello che c'è da vincere, è l'ultimo, con Scirea, a resistere al dopo Trapattoni, tentando di dare una mano a Marchesi a ricostruire una squadra decente, poi, non riconoscendosi più in quella Juve, emigra a Bologna dove non fatica a diventare un idolo dei felsinei.
Per il grande Gaetano Scirea rimandiamo alla scheda monografica contenuta in questa rubrica.
Sergio Brio è stato l'erede di Morini, calandosi perfettamente nella parte che vuole lo stopper badare più all'efficacia che allo stile. A differenza del suo predecessore, da vero stopper all'inglese, amava però portarsi all'attacco per sfruttare i calci da fermo. Ha superato una serie di infortuni da Guinness dei primati, opponendo alla sfortuna una tenacia fuori dal comune. Tre infortuni gravissimi non sono bastati a fermarlo ed in questo, oltre alla sua determinazione, molto ha contribuito una società come la Juventus. Trapattoni e Boniperti hanno sempre creduto in lui, aiutandolo sempre a guarire nel migliore dei modi. A fine carriera infatti andrà alla corte del Trap come "secondo"; 192 cm. di altezza per 84 Kg., nelle otto stagioni in bianconero vince tutto e realizza ben 14 reti.
Massimo Bonini viene prelevato dal Cesena nell'estate del 1981 in cambio di Verza e la comproprietà di Storgato. Sebbene sia taciturno e schivo a Torino non patisce alcuna crisi di ambientamento e viene preso sotto le cure di Furino che lo nomina ben presto suo erede. Si mette subito in luce e già al termine anno vince il premio dell'Uefa quale per il miglior giovane in campo europeo. Si rivela fondamentale per il suo dinamismo e per la diligenza tattica che mette a disposizione dei compagni; il primo a beneficiarne è Platini: tanto correva Bonini e tanti lanci calibrava Michel, tanti palloni recuperava Bonini e tanti palloni in rete scagliava il francese.
Bonini si inserisce di diritto nella galleria dei grandi incontristi di metà campo che hanno vestito la maglia bianconera in compagnia di celebrati campioni. Varglien, Depetrini, Monti, Del Sol, Furino.
Non ha mai voluto rinunciare alla nazionalità sanmarinese, scelta che gli ha chiuso le porte dell'Azzurro, ma si è rifatto abbondantemente con i colori bianconeri, vincendo tutto e ovunque, eccezion fatta per la Coppa Uefa.
Luciano Favero ha avuto il non invidiabile peso di non dover far rimpiangere Gentile, lui con alle spalle tortuoso peregrinare tra le piazze del sud: Messina, Siracusa, Salerno, Avellino. Dal capoluogo irpino parte alla volte di Torino nell'estate del 1983; il suo inserimento è tutt'altro che facile, nonostante un aspetto fisico arcigno patisce i continui paragoni con Gentile. Nella partita con il Napoli la svolta, annulla Maradona e il bruco diventa farfalla; Favero prende fiducia in sé stesso ed ottiene la fiducia dei compagni, pian piano anche lo stile si affina e pur non raggiungendo mai i livelli del suo predecessore dimostra anche una certa duttilità quando deve rimpiazzare Scirea nel ruolo di libero dopo l'infortunio patito da quest'ultimo nella finale di Tokyo.
Luigi De Agostini eredita idealmente la maglia di Cabrini ed ai cui livelli tecnici si avvicina molto. Cresciuto nell'Udinese, squadra della sua città e nella quale comincia a mettersi in luce, passa per un anno al Verona per trasferirsi alla corte juventina. Serio professionista può giocare indifferentemente sia sulla fascia che in marcatura, sia in mediana che come mezzala; giocatore dai classici "piedi buoni" diventa anche il rigorista della squadra. Ha la sfortuna di arrivare in una Juventus in fase di ristrutturazione, troppo impegnata ad inseguire Napoli e Milan e vi rimane solo per cinque stagioni ed il suo trasferimento all'Inter viene rimpianto non poco negli anni a venire. La cessione del friulano è stata forse una inconcepibile leggerezza dello staff bianconero che probabilmente ha pensato che il jolly De Agostini avesse già espresso il meglio di sè; passa all'Inter dove rimane una sola stagione, in seguito vive una seconda giovinezza alla Reggiana; colleziona anche 36 presenza in Nazionale.
Massimo Carrera è stato recentemente definito da Lippi un fuoriclasse. Sul giudizio dell'allenatore viareggino pesa molto, a nostro avviso, l'impronta che Carrera ha lasciato nel primo anno della gestione Lippi. La Juve aveva puntato per il ruolo di libero su Luca Fusi e si era già accordata con l'Atalanta per il passaggio in nerazzurro di Carrera. Questi rifiuta il trasferimento e mai diniego fu così propizio; Fusi denuncia delle gravi incertezza e Lippi butta nella mischia il già esperto difensore lombardo. Carrera entra stabilmente in squadra e comanda la difesa da vero leader, contribuendo all'esaltante stagione culminata nell'accoppiata campionato-Coppa Italia.
Il trasferimento all'Atalanta è solo differito di un paio d'anni, raggiunge Bergamo al termine della stagione 1995-96 ed ancora oggi è un pilastro della squadra orobica.
Jürgen Kohler è un tedesco atipico dal carattere mediterraneo e ben presto diventa uno degli idoli della curva. Gioca, appunto, un calcio mediterraneo, poco calcolo e molto istinto che lo porterà molte volte a vedersi sventolare cartellini bicolori da parte degli arbitri, ma è il classico giocatore che quando esce dal campo non gli si può rimproverare nulla; memorabili i suoi duelli con Van Basten, che si ripetono anche in campo internazionale quando si affrontano i bianchi tedeschi e gli arancioni olandesi.
Kohler arriva alla Juve come stopper titolare della Germania campione del mondo di Italia90, nella prima stagione forma con Julio Cesar la coppia centrale più anomale dell'intero campionato, tanto è concreto lui quanto "svolazzante" il brasiliano.
Si impegna, lotta, mette la gamba in ogni tackle e non disdegna di portarsi in attacco: nelle 145 presenze con la maglia bianconera realizza anche 13 reti. La Juve gli entra nel cuore, fa in tempo a vincere il primo scudetto dell'era Lippi e quando capisce che non rientra più nei piani societari preferisce fare ritorno in Germania nonostante le numerose richieste in Italia ed ha già annunciato che nel prossimo maggio disputerà la partita d'addio al calcio proprio a Torino.
Chiudiamo questa seconda dedicata ai difensori, con una favola.
C'era una volta un ragazzo brianzolo che lavora in un mobilificio e che per passione gioca nella Caratese, serie D. Nell'estate del 1992 disputa un'amichevole contro la Juve e gioca talmente bene da impressionare Trapattoni. I dirigenti juventini gli propongono un mese di ritiro con la squadra ed in quel frangente, complice anche un reparto difensivo quasi per intero in infermeria, guadagna definitivamente la fiducia del Trap. Sarà l'inizio di una storia esemplare: sei anni da titolare, la convocazione in Azzurro, tre scudetti, la Coppa Uefa, la Coppa Italia, la Coppa dei Campioni, l'Intercontintale e le Supercoppe d'Italie e d'Europa.
Nel 1998 si trasferisce nell'odiata Firenze dove, con il suo impegno e la sua generosità, dimostra che i successi bianconeri non avvengono per caso. Il nome del protagonista? Moreno Torricelli.

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