Con questa nuova serie di "Ricordi di Juve" dedicata
non più a monografie singole, ma di settore, pensiamo
di fare cosa grata agli appassionati juventini che regolarmente
visitano questo sito. Si è pensato infatti di dedicare
l'angolo dei ricordi ai grandi di tutti i tempi divisi per ruolo,
allenatori e presidenti compresi, così da avere un quadro
generale che tocchi tutta la secolare vita della Juventus e
non solo gli ultimi anni. Probabilmente molti lettori conosceranno
già i nomi e le gesta di molti e nel caso ci auguriamo
di rinverdirne i ricordi, per altri potrebbe essere la prima
volta che vengano a conoscenza di campioni del passato ed in
questo caso ci auguriamo che questa rubrica sia il primo passo
per un loro personale successivo approfondimento.
A tutti è rivolto l'invito di segnalare nuovi argomenti,
richieste e perché no, errori ed omissioni.
Il primo nome a cui far riferimento non può essere
che quello di Durante, il goalkeeper (agli albori del calcio
i termini inglesi erano frequentissimi) del primo scudetto,
targato 1905. Scovato dai pionieri fondatori del club, vale
a dire gli alunni del liceo torinese "D'Azeglio",
Durante di professione faceva il pittore e trasportò
la sua inclinazione artistica anche tra i pali della porta
juventina. Infatti era un autentico personaggio estremamente
stravagante, un tracagnotto baffuto che ce l'aveva sempre
con gli arbitri, tanto che quando non gli andava una loro
decisione (all'epoca i referee erano spesso dei dirigenti
o ex calciatori) si girava verso il pubblico e, sventolando
il berretto, urlava: "Mi appello al pubblico!".
In quel calcio pionieristico e goliardico di inizio Novecento,
Durante rappresentava quasi un invincibile baluardo e comandò
a lungo la difesa bianconera, basti pensare che iniziò
l'attività indossando ancora la prima casacca ufficiale
juventina: una camicia rosa con cravattino nero.
Le cronache dell'epoca riferiscono che Durante desse il meglio
di sé nel corso della ripresa, dopo cioè aver
abbondantemente brindato a champagne nell'intervallo, champagne
munificamente offerto dal dottor Secondi, un socio juventino
che aveva preso l'abitudine di esternare il proprio entusiasmo
per la squadra in questo modo.
Ricordiamo ed onoriamo allora i nomi di quegli "eroi"
di Piazza d'Arma che il 2 aprile del 1905 contribuirono ad
iniziare una lunga stagione di successi: Durante, Armano,
Mazzia, Walty, Goccione, Diment, Barberis, Varetti, Forlano,
Squair, Donna. Senza di loro e grazie a loro noi oggi non
saremmo qui a gioire, esultare, inveire, patire e chissà
quant'altro, per la nostra amata Juve!
Fedele al suo personaggio, un bel giorno del 1909 l'artista
Durante pensò che di reti e di applausi ne aveva ricevuti
abbastanza e di punto in bianco decise pertanto di lasciare
la porta al giovane Pennano.
Giuseppe Giacone fu invece il primo portiere della Juve che
abbia indossato la maglia della Nazionale, seppure la sua
figura resti paragonabile ad una meteora, in quanto ebbe una
carriera intensa, rapida ma breve.
Salì alla ribalta non ancora diciottenne difendendo
la porta dell'Unione Sportiva Torinese dove fu notato dai
dirigenti bianconeri che lo fecero esordire in prima squadra
nella stagione 1919/1920 per poi esordire in Nazionale nelle
due gare di preparazione alle Olimpiadi di Anversa. Giocò
ancora altri due campionati nella Juventus per poi tornare
alla società di provenienza scambiandosi con Barucco.
Giampiero Combi. Il suo nome è indissolubilmente legato
alla storia juventina, non solo di ieri, ma anche quella odierna:
il campo di allenamento adiacente al Comunale è intitolato
proprio al portierone degli anni Trenta, gli anni in cui la
Juve, vincendo cinque scudetti consecutivi diventò
la "Fidanzata d'Italia". Combi contribuì
a ben quattro dei cinque titoli, si ritirò nel 1934
e fu sostituito da Valinasso, con Rosetta e Caligaris formò
il celebre trio di difensori insuperabili sia nella Juve che
in Nazionale, dove vinsero il mondiale del 1934.
Torinesissimo, Combi si affacciò in prima squadra già
nel corso del campionato 1921-22 (vinse quindi anche lo scudetto
del 1926), quindi difese la porta juventina per ben tredici
stagioni con il suo stile già moderno, basato sul senso
del piazzamento, quasi un antesignano di un altro portierone
di là a venire, Dino Zoff.
Fu soprannominato, già dai tempi del collegio di Pinerolo,
"fusetta", che in piemontese vuol dire petardo,
lampo; iniziò come ala sinistra, poi Carlo Bigatto,
un altro dei grandi campioni che arricchiscono la galleria
juventina, lo convinse ad arretrare in porta. E nel ruolo
di portiere Combi trovò la propria realizzazione; elegante
in campo come nella vita "borghese", lo si ricorda
molto pronto nelle uscite (quasi un difensore in più:
nel calcio non si inventa nulla..) ed abilissimo nel neutralizzare
i calci di rigore; la sua caratteristica principale consisteva
nel rendere facile il difficile, oltre che per la sua abnegazione:
in un paio di occasioni, contro Modena e Cremonese, scese
in campo nonostante pesanti infortuni.
Ritiratosi dalle scene calcistiche riuscì ad unire
la tradizione di famiglia, il padre aveva una fabbrica di
liquori, e la sua particolare inclinazione al "buon gusto",
aprendo un bar nella centralissima Piazza Castello, dove diverse
generazioni di torinesi ebbero modo di bere il famoso aperitivo
Vigor Combi.
Dopo i fasti del quinquennio inesorabilmente ed inevitabilmente
si apre un ciclo di anni avari di successi, fatta eccezione
un paio di Coppe Italia e per di più l'idiozia nazi-fascista
scatenò il secondo conflitto mondiale.
Nel ruolo di portiere si assistette ad un vero "tourbillon"
di nomi: Amoretti, Bodoira, Perucchetti, Goffi, Ceresoli,
Micheloni, Bulgheri, solo per citarne alcuni, fino all'arrivo
di Sentimenti IV e di Viola, le cui storie e carriere si intrecciarono
tra loro per diverso tempo e seppur non figurando tra i giocatori
più "vincenti", hanno contribuito a lungo,
e con serietà, alla causa bianconera.
Lucidio Sentimenti detto Cochi era il quarto di una famiglia
di Bomporto che emulava i fasti calcistici dei Cevenini, iniziò
la carriera nel Modena, un po' attaccante, un po' portiere
ed in tale ruolo venne acquistato dalla Juve (per la verità
venne schierato in attacco anche in bianconero, nella sua
seconda stagione, contro Inter ed Atalanta). Divenne famoso
come il portiere che tirava i rigori, ma Brera lo ha descritto
come "freddissimo determinista, dotato di una astuzia
luciferina". Il suo gesto atletico migliore era l'uscita,
sia a piedi uniti che in acrobazia, cosa quest'ultima che
stupiva molto, data la non altissima statura del Cochi, mentre
tra i pali sfoderava una presa ferrea. Dotato di un eccellente
colpo d'occhio, a volte ne abusava, fino ad incassare reti
balorde su tiri da lontano, e nacque una leggenda su di una
sua presunta miopia. Ventinovenne passò alla Lazio
che in seguito lo cedette al Vicenza dove giocò fino
a 39 anni senza vincere mai nulla e chiudendo in grande stile
ed umiltà: aveva già abbandonato il calcio quando
tornò in campo per difendere la rete di un Torino che
stava retrocedendo e si trovava all'improvviso senza portieri.
Stranezze della vita: Sentimenti IV difese la porta juventina
proprio in tempi in cui spadroneggiava il grande Torino e,
nel 1947 contro l'Ungheria fu l'unico "estraneo"
in una Nazionale composta da dieci granata.
Quando lasciò la Juve la sua maglia venne rilevata
da Giovanni Viola, cioè colui che lo aveva già
sostituito nelle due occasione soprammenzionate in cui giocò
come attaccante.
Giovanni Viola, classe 1926, era cresciuto in casa e poi fu
mandato a farsi le ossa in provincia, finché, ad appena
23 anni si trovò titolare.
Viola viene descritto come l'esatto opposto del modello di
portiere scapestrato e stravagante; era serio, gentile, con
un look da divo del cinema anni Trenta che non si scomponeva
neanche in partita, con uno stile sobrio, essenziale, lontano
dalla teatralità gratutita. All'esordio disputò
un campionato pressochè perfetto e si laureò
subito campione d'Italia; due scudetti li vinse sul campo,
un terzo quasi "ad honorem", infatti nel 1958, alla
viglia del ritiro, con una sola presenza contribuì
alla vincita del decimo scudetto.
Il primo anno ebbe una sola domenica disastrosa, come tutta
la squadra, quando il Milan vinse 7-1 a Torino e dovette abbandonare
lo stadio nascosto nell'auto di Vittorio Pozzo. Patì
anche un'espulsione, la prima capitata ad un estremo difensore
bianconero. Successe durante un incontro casalingo con il
Novara, nel 1952, dove ebbe un battibecco con un avversario
(pare che Viola si arrabbiasse solo con i compagni di reparto
quando subiva rete) e l'arbitro cacciò entrambi dal
campo. Uscirono a braccetto, con Viola a torso nudo, visto
che la maglia numero 1 era stata indossata nientemeno che
da Charles.
Viola viene spesso colpevolmente trascurato nelle storie dedicate
ai grandi del calcio per colpa del suo carattere schivo, poco
incline alla pubblicità, tipicamente piemontese, ma
non dimentichiamo che con 244 partite di Juventus è
secondo solo, tra i portieri, ai mitici Zoff e Combi. Se una
società come la Juve ha voluto servirsi di lui per
così tante prestazioni vuol dire che la soffa c'era
eccome.
Concludiamo la prima parte di questa puntata dedicata agli
estremi difensori bianconeri ricordando Carlo Mattrel e Giovanni
Vavassori, uniti da uno stesso tragico destino e dallo stesso
rammarico per una carriera che, seppur intensa, con la maglia
bianconera avrebbe sicuramente meritato una maggiore durata.
Mattrel fu allievo di Sentimenti IV prima, anzi era il suo
raccattapalle personale, e di Viola poi, apparteneva a quella
schiera di portiere tutto stile e puntualità, ma difettava
di spregiudicatezza. Tutto sommato la sua migliore stagione
la visse a Palermo, dove la Juve l'aveva mandato a maturare
e dove impiegò veramente pochissimo a farsi notare;
Una serie di coincidenze negative gli precluse una fulgida
carriera: già a in Sicilia cominciarono a deprezzarlo
nel tentativo di riuscire ad ottenere un forte sconto dalla
casa madre, partì titolare nella sciagurata spedizione
mondiale di Cile 1962, incappò, incolpevole, nel disastro
azzurro ed il suo carattere bonario ne risentì per
sempre; morì nel 1976 per un incidente d'auto.
Stessa sorte toccò, sette anni più tardi, a
Giovanni Vavassori, anch'egli un portiere completo nei fondamentali,
ma sfortunato nelle circostanze; sempre in competizione con
Mattrel per il ruolo di titolare, ( i due patirono molto quella
concorrenza e la Società colpevolmente non si accorse
di questo) anch'egli fu "vittima" della maglia azzurra.
All'Olimpico, durante l'incontro con l'Inghilterra subentra
a Buffon a venti minuti dal termine e subì le due reti
degli inglesi che rovesciarono il risultato.
Cercò di ripartire, guarda caso, da Catania e poi da
Bologna, ma Vavà (così era soprannominato) non
riuscì mai a dimenticare completamente, così
pure la critica e quello che doveva essere un portiere forte
e quasi rivoluzionario ebbe una carriera rovinata sul nascere.
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