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Roberto Anzolin approda alla corte di Madama nell'estate del
1961 proveniente dal Palermo, società con la quale in
quel periodo intratteneva parecchi scambi. Dapprima si alternò
tra i pali con Mattrel, fino a diventare il titolare assoluto.
Lega il suo nome allo storico scudetto del 1967 ed alla Coppa
Italia 1965 e quando lascerà la Juve, nel 1970, avrà
collezionato complessivamente 305 gettoni di presenza, mentre
provò solo una volta la soddisfazione di vestire la maglia
azzurra, contro il Messico a Firenze.
Ottimo portiere anche non eccelleva fisicamente e quindi
era molto più forte tra i pali che in uscita, seppe
sempre dare sicurezza alle difese ed ebbe una carriera molto
longeva, giocando fino alla soglia dei quarant'anni. Dopo
la Juve, si accasò nell'ordine con l'Atalanta, il Vicenza,
il Monza, il Riccione e lo Juniorcasale, dove divenne anche
allenatore.
Durante la sua permanenza a Torino venne affiancato da altri
portieri, quali Angelo Colombo (era lui in campo nel tragicomico
0-4 subito nel derby del dopo-Meroni), Giuliano Sarti, che
termina la carriera proprio in bianconero (10 presenze) ed
i maligni dissero che si trattava del regalo di riconoscenza
per lo scudetto numero tredici (sua la papera a Mantova con
l'Inter che costò vittoria e titolo ai nerazzurri)
ed infine Roberto Tancredi, toscano di Rosignano, che ne ereditò
definitivamente la maglia.
Pur essendo un discreto portiere Tancredi non era sicuramente
all'altezza (forse per via della giovane età , forse
semplicemente per il momento di transizione che la società
stava attraversando) di difendere una porta così prestigiosa
come quella juventina e dovette alternarsi con Massimo Piloni,
anch'esso di livelli non eccelsi, soprattutto nelle uscite.
Proprio a causa di alcune sue disgraziate uscite a vuoto nella
doppia finale con il Leeds (2-2 a Torino e 1-1 in Inghilterra),
la Juve perse da imbattuta una Coppa delle Fiere.
Anche la breve apparizione di Pietro Carmignani (si, proprio
l'attuale tecnico del Parma) non risolve "l'eredità
Anzolin", anzi accentua il problema del portiere. Pur
vincendo lo scudetto 1971-72, passa alla storia per l'incredibile
papera occorsagli al Sant'Elia di Cagliari, dove al novantesimo
si lascia sfuggire un innocuo traversone di Domenghini permettendo
così a Gori di realizzare il più classico dei
"gollonzi", senza contare che "Gedeone"
fu sotto critica già dall'esordio contro il neopromosso
Catanzaro che riuscì a rifilargli ben due reti.
L'estate del 1972 va quindi ricordata soprattuto per l'arrivo
in bianconero di un trentenne proveniente dal Napoli, eccezionale
giocatore ed ancor di più come uomo: Dino Zoff.
Sei scudetti con la Juventus, una Coppa Italia, una Coppa
Uefa, quattro partecipazioni ai Mondiali e Campione del Mondo
nel 1982, recordman di presenze in serie A, 570, a lungo recordman
di presenze in Nazionale, 112, ha detenuto i primati di imbattibilità
sia in campionato che in Nazionale. Mai espulso, mai squalificato,
è stato il più longevo giocatore della serie
A, ritirandosi all'età di 41 anni.
Essenziali come il personaggio, le cifre elencate basterebbero
da sole ad illustrare una carriera esemplare, e, come il personaggio,
poche parole sarebbero ancora da spendere. Ma non renderebbe
giustizia ad un vero "grande" non solo della storia
della Juventus, ma del calcio mondiale.
Friulano di Mariano, dunque conterraneo del "grande
vecio" Bearzot, comincia a giocare con la squadra del
paese per passare all'Udinese che a soli 16 anni lo fa esordire
in serie A. Passa poi al Mantova e quindi al Napoli dove si
impone all'attenzione della critica, per poi consacrarsi definitivamente
con la maglia bianconera.
Il popolo bianconero lo ama da subito, e con ragione; in porta
una sicurezza ed una guida per compagni e tifosi, fuori dal
campo un uomo misurato che parlava poco ed al momento giusto.
Forte tra i pali, dotato di un senso del piazzamento fuori
dal comune, concedeva pochissimo alla platea, rendendo ordinaria
anche la parata più straordinaria; sicuro nelle uscite,
usava anche molto i piedi e ben presto si guadagnò
l'appellativo di San Dino per alcune miracolose parate su
tiri giudicati già in rete.
Il suo segreto era l'allenamento, dove diventava una vera
belva: concepiva le partitelle come e più della partita
in fatto di concentrazione, Zoff fu anche l'unico che riusciva
ad esasperare un'altra "belva" come Boniperti quando
si sedevano alla scrivania per il rinnovo del contratto. Dopo
estenuanti trattative su cifre tutto sommato esigue a volte
succedeva che a capitolare era proprio il Presidentissimo,
che era noto per la sua parsimonia!
Dal 1972 cominciò ad inanellare una mostruosa serie
di stagioni senza una sola assenza (qui i soliti maligni dicono
che non volesse mai perdere il permio partita
), tanto
che il dodicesimo uomo era puramente figurativo e ne sanno
qualcosa Giancarlo Alessandrelli e Luciano Bodini.
Si sarebbe ritirato, ancora integro, il 2 giugno 1983, ma
rimase ancora nella famiglia bianconera dapprima come preparatore
dei portieri e poi come allenatore della prima squadra. Con
l'amico Scirea avrebbe dovuto formare un duo tecnico che avrebbe
contribuito a rilanciare la Juve in tempi di predominio del
Milan sacchiano; purtroppo nel caso di Scirea il destino decise
altrimenti, mentre per Zoff, nonostante le vittorie in Coppa
Italia e Coppa Uefa con un modestissimo organico, fu la Famiglia,
già imparolata con il tal Maifredi, di professione
rappresentante vinicolo, a decidere diversamente. Si consumò
pertanto in malo modo il divorzio tra il portierone e Madama;
gli incarichi affidati a Zoff all'interno della Lazio e della
Federcalcio sono storia recente, noi lo ricordiamo ancora
in campo al Comunale con il maglione giro collo nero ed il
numero uno sulle spalle a dare indicazioni alla difesa. Immenso
Zoff.
Stefano Tacconi a causa del suo irruente carattere venne
soprannominato "Capitan Fracassa", ma la spregiudicatezza
di cui era dotato gli permise di raccogliere l'eredità
di un mostro sacro quale Zoff senza grandi turbamenti.
Ebbe un inizio incerto nel girone eliminatorio della Coppa
Italia, ma all'esordio in campionato al Comunale si presentò
alla grande: 7-0 all'Ascoli con un rigore parato.
Si allenava con la stessa spregiudicatezza dei tempi di Avellino,
la società che lo aveva lanciato, e non dimostrò
mai alcun condizionamento nei confronti di un ambiente che
rappresenta il sogno di molti calciatori; fu mandato a lezione
proprio da Zoff che ne curò i particolari e ne affinò
la tecnica.
Con lui in porta la Juve vinse in pratica tutto quello che
c'era da vincere; strepitosa la sua prestazione durante la
finale della Coppa Intercontinentale contro l'Argentinos Junior
con una serie di parate ai calci di rigore che permisero agli
uomini del Trap di alzare per la prima volta al cielo la coppa
dei due mondi.
Il suo già citato carattere a dir poco bizzoso (almeno
per un ambiente quale quello bianconero) contribuì
non poco ad incrinare il suo rapporto con la Juve e forse,
con il senno di poi, non gli permise di allungare ulteriormente
la carriera. Subì un preoccupante calo di forma nella
stagione 1984-85, al suo secondo anno da juventino, tanto
che Trapattoni lo sostituì con Luciano Bodini dopo
lo sfortunato derby del 18 nov. 1984 che perdemmo 2-1 per
un colpo di testa di Serena al novantesimo; riconquistata
la fiducia del tecnico e dei compagni archiviò invece
il 1985-86 come la sua stagione migliore in cui fu il portiere
meno battuto della serie A.
Con la Juve vinse due scudetti, una Coppa Italia e tutte le
competizioni europee oltre alla già citata "Intercontinentale"
e tra un trionfo e l'altro trovava anche il tempo di creare
imbarazzanti competizioni con i suoi secondi, cominciando
da Bodini per teminare a Peruzzi.
Luciano Bodini venne prelevato dall'Atalanta nel 1979 e per
un quadriennio è il vice di Zoff. Tanta panchina, nessuna
polemica, finché nella fase conclusiva della stagione
1982-83 sostituisce il portierone e contribuisce ai successi
in Coppa Italia ed al Mundialito.
Con estrema intelligenza rientra nei ranghi per far posto
all'arrivo di Tacconi, ma quando Trapattoni gli affidò
la maglia da titolare rispose sempre alla grande, come a Bordeux
nella semifinale di Coppa dei Campioni o come quando entrò
in campo con il setto nasale fratturato. Insomma un eterno
secondo che, come Rampulla oggi, seppe sempre farsi trovare
pronto quando la Juve gliene diede la possibilità.
Imbarazzata dai sempre nuovi casi sollevati Tacconi (forse
troppo abituato a vincere per sopportare il declino imposto
dell'era Marchesi e nonostante i miracoli zoffiani), nell'estate
del 1991 la dirigenza juventina decise di affiancargli l'emergente
Angelo Peruzzi e tra i due furono subito scintille, tanto
che il "vecchio" Tacconi non perse occasione di
denigrare il giovane numero dodici, fintanto che nell'aprile
1992 Trapattoni (al suo secondo mandato in bianconero) convocò
i giornalisti ed annunciò ufficialmente la promozione
da titolare del "Cinghialone".
Per Peruzzi iniziò un'ascesa inarrestabile che culmina
dapprima con la convocazione in Nazionale e poi raggiunge
il suo apice sotto la gestione Lippi: 3 scudetti, una Coppa
Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea,
due Supercoppe italiane, una Coppa Uefa (con Trapattoni) ed
una Coppa Italia, questo il suo palmares in otto anni di Juve.
Poderoso compatto, con fasce muscolari possenti che gli consentono
(parliamo ancora al presente) prodigiosi balzi tra i pali
e gesti atletici fulminei, si esalta nei tiri ravvicinati
e nei colpi di reni. Unico neo i frequenti malanni muscolari
a cui è soggetto e che, nel periodo juventino, hanno
permesso gli esordi dei vari Squizzi, De Sanctis, D'Amico,
oltre al sempreterno Michelangelo Rampulla, a cui Peruzzi
è rimasto legato da profonda e sincera amicizia.
È da sottolineare l'incondizionata fiducia che i dirigenti
bianconeri riversavano su Peruzzi, infatti venne acquistato
dalla Roma nonostante dovesse ancora scontare un anno di squalifica
dovuta all'uso di un prodotto dimagrante, il Lipopill, riscontrato
a lui e Carnevale in occasione del controllo antidoping dopo
l'incontro Roma-Bari.
Dalla Juve passa all'Inter seguendo Lippi nell'estate del
1999 per poi trasferirsi alla Lazio di cui è ancora
il titolare.
Detto di una presenza di Adriano Bonaiuti e sorvolando sullo
sciagurato biennio Van der Sar (per noi il suo miglior incontro
lo giocò nella finale di Roma quando ancora difendeva
i colori dell'Ajax
.) ci auguriamo che in un successivo
aggiornamento si possano celebrare i trionfi di Gianluigi
Buffon, attuale difensore della porta juventina.
Ci piace però chiudere con una citazione di merito
per Michelangelo Rampulla che ha fatto della Juve una scelta
di vita; prezioso uomo-spogliatoio, non ha mai fatto polemica,
ha sempre accettato di buon grado il ruolo di secondo a fronte
di una potenziale carriera molto più gratificante,
anzi, ha sempre dispensato consigli ai colleghi più
giovani e tutte le volte che è stato chiamato in causa
ha saputo farsi trovare preparato: come vorremmo che tutti
coloro che indossano la maglia bianconera avessero questo
spirito di dedizione!
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