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Scritto da Michele Ruggiero   
mercoledì 09 maggio 2012


Il perché di un addio


Giochiamo AncoraHo appena finito di leggere il libro di Alessandro Del Piero, Giochiamo Ancora, ed ho capito perché è giusto che Ale lasci la Juventus.
Chi mi conosce sa quanto dolore sportivo mi darà questa separazione, ma aver letto il libro mi ha fatto capire molte cose che vanno al di là dell’apparenza, che superano quegli ostacoli o quelle incomprensioni che in una così importante decisione sono sempre presenti.
Del Piero è un bravo ragazzo, non si può non volergli bene, ma soprattutto Alessandro è nato per giocare a calcio. La sua natura è questa, ha sempre fatto ciò che gli piaceva fare con la squadra del cuore e per quei tifosi che da sempre lo apprezzano, lo stimano e lo applaudono. Non è un caso che la stima per Del Piero sia un qualcosa di trasversale che accomuna tifosi di squadre diverse e anche di nazioni diverse. Le recenti standing ovation all’Old Trafford e al Santiago Bernabeu non ne sono che la più eclatante dimostrazione. Alessandro ama il profumo del campo, l’erba verde che da bagnata emana un profumo inconfondibile. Alessandro è un primo attore, e come ogni attore che si rispetti è narciso e orgoglioso quel che basta per sentirsi il migliore. È giusto così, è la sua natura che glielo impone, lui non può farci nulla. Fin dai primi calci nelle squadrette giovanili, passando per i trionfi dei suoi primi 5 anni di carriera, per il terribile infortunio di Udine, per la difficile ripresa agonistica, per gli scudetti della seconda era Lippi, per quelli di Capello, per la serie B e per la rinascita post calciopoli, lui si è sempre sentito il numero uno e in effetti lo è sempre stato. La sua grande autostima è sempre stata la sua arma vincente. Non scendi in campo e in 10 minuti risolvi partite che sembrano compromesse, se non senti di essere il migliore. Nel libro ha definito questa stagione come la più complicata della mia carriera, dove ha dovuto accettare per la prima volta un ruolo da comprimario che mai aveva recitato. Ha accettato, si è adeguato, ha spesso morso la lingua per non dire cose che potevano turbare ambiente e spogliatoio, si è comportato come il manuale del perfetto capitano insegna, ma non può vivere ancora una stagione come questa. Con la sua immensa classe e sensibilità, ha scritto un libro per far capire ai suoi tifosi più attenti il perché di questa scelta. Si è raccontato, si è aperto, ha detto cose di se e della sua famiglia per farci comprendere quale fosse il senso della sua natura e il significato che ha per lui giocare al calcio. Non sarebbe bastata una semplice intervista per spiegare il significato di questo addio, ci voleva qualcosa di più intenso e di più profondo.
Si perché son convinto, ora e per la prima volta, che il distacco dalla Juve sia frutto di una separazione consensuale. Scelte tecniche e nuovi acquisti porterebbero Ale ai margini del progetto 2013 e lui, giustamente, ha scelto di concludere la sua carriera seguendo il suo istinto, da protagonista in mezzo ad un campo di calcio facendo quello per cui è nato, il calciatore. Lo farà finché si sentirà di farlo e solo lui sarà il padrone del suo destino.
Mi viene in mente la differenza che c’è fra lo sguardo di un leone fiero e felice di vivere libero in mezzo alla Savana e quello di un leone triste racchiuso all’interno della gabbia di uno zoo.
So che questo paragone può sembrare azzardato, ma son convinto che Ale questo ci ha voluto dire fra le pagine del suo libro. Guardare gli altri giocare dalla panchina non è nella sua natura e non può farlo.
Non possiamo chiedergli di restare e giocare si e no spezzoni di partite o addirittura subire l’umiliazione di una o più tribune. Vogliamo rendere gli occhi di Ale tristi come quelli di quel leone chiuso dentro la gabbia? No, non possiamo chiedergli questo !!!!
Quindi nessun dramma amici juventini, vorrà dire che il prossimo anno avremo due squadre per cui tifare. La speranza è una sola, ma di questo ne sono abbastanza certo, che il Capitano scelga di giocare ancora da protagonista su un campionato professionistico di alto livello tipo Inghilterra, Francia o Spagna e non vada a far cassa in campionati minori, tradendo lui stesso, in questo modo, la sua vera natura.


Michele Ruggiero

 

 

 
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