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GLI ATTACCANTI PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Rossetto   
sabato 12 agosto 2006

Ho visto un ragazzino tutto pepe, un romagnolo che gioca già con la maglia bianconera, ma è quella della Biellese. Quello è un piccolo grande giocatore, vedrete che roba!" Così si espresse Piero Dusio, industriale torinese, presidente dal 1941 al 1947, uno che il calcio lo capiva avendolo praticato proprio nelle fila della Juve.
Dusio si riferiva ad Ermes Muccinelli, eterno e minuscolo ribelle alle norme convenzionali e programmatiche della tattica di gioco; il suo stile di gioco era la rivincita della libertà individuale, dell'istinto e dell'estro sulla disciplina collettiva che il calcio dell'epoca esaltava.

Questo istinto ribelle lo accompagnava anche fori dal campo, Muccinelli amava la bella vita, non di rado trascorreva le nottate al tavolo verde posto nel retro del bar di proprietà acquistato non a caso davanti al Comunale per arrivare in tempo agli allenamenti, e forse questa passione smisurata per la sregolatezza ne costituisce l'unico limite.
Sul rettangolo di gioco "Mucci" era un trottolino, abile a smarcarsi senza palla ed invitare pertanto i compagni al lancio, si spostava continuamente tra l'attacco e la difesa. Aveva uno scatto poderoso unito ad una pari velocità e ad un controllo di palla quasi perfetto che mandavano in crisi qualsiasi difensore. Per questo suo modo di giocare Muccinelli era spesso la vittima designata dei difensori avversari, ma solo in due circostanze, entrambe a Genova, dovette uscire dal campo in barella.

Anche in Nazionale Muccinelli fece la sua parte fin dall'esordio avvenuto in Belgio nel 1950, quando rifilò due reti ai padroni di casa ed in seguito aggiunse ancora altre dieci presenze con la maglia azzurra.
Nella Juventus, dove va a rinforzare una linea stellare composta da Boniperti, Martino, Praest e J.Hansen, colleziona invece 244 presenze nelle quali realizza 69 reti, tutte in campionato. Si laurea campione d'Italia nel 1950 e 1952, passa, guarda caso, alla Lazio nel 1955, grazie anche alla solida e sincera amicizia con Boniperti torna a Torino per concludere la carriera nel campionato 1858-'59.

Detto delle fugaci apparizioni dei vari Carpallese, Ricagni, e soprattutto dello svedese Hamrin, ceduto al Padova solo per far posto alla coppia Charles-Sivori, della promessa mancata rappresentata da Bruno Nicolè, è ora di celebrare il mitico "King John", alias "Gigante Buono", al secolo John William Charles.
Pur di averlo dal Leeds Umberto Agnelli dovette affrontare un esborso economico non indefferente, ma lo sforzo è stato ampiamente ricompensato. Charles era immane. Dal 1957 al 1962 l'ariete gallese (è originario di Swansea) contribuisce in maniera speciale, cioè a suon di reti, ai trionfi bianconeri. È una autentica forza della natura, un'onda d'urto che si rovescia verso la porta avversaria, abile non solo di testa, ma anche di piede e se non bastasse dotato di una grande progressione in corsa, riesce anche ad essere in copertura, ma è soprattutto con Sivori che va a formare la perfetta anomala coppia dentro e fuori dal campo.

Giocatore generoso e leale, Charles riuscì a farsi amara da tutti, avversari compresi. A differenza del gemello Sivori sapeva gestire e controllare la propria forza ed anzi, il più delle volte, era proprio il gallese a dover calmare il focoso temperamento dell'argentino. Charles era un timido, parlava poco l'inglese ed ancor meno l'italiano, Sivori si divertiva a stuzzicarlo, a vederlo arrossire, ma intanto la loro amicizia si cementava sempre più. Solo una volta si invertirono le parti e fu "El cabezon" a calmare "King John": al rientro negli spogliatoi alla fine di un derby Charles mostrò la spalla nuda sulla quale c'erano segni di denti, lo stopper avversario lo aveva morsicato, per fermarlo in qualche modo. Riuscì a ridere anche di quell'episodio, ma Sivori affermò che se Charles avesse mai messo in moto una reazione il dentuto sarebbe senz'altro morto.

Quando travolgeva un avversari Charles lo tirava subito in piedi chiedendogli scusa; una volta venne a Torino l'Arsenal per giocare un'amichevole e lo stopper era suo fratello: se ne dettero di santa ragione per novanta minuti, un bel western di famiglia senza mai una cattiveria venne definito quel duello.
È passato alla leggenda l'episodio del palo; durante una partita finì di corsa contro un palo e rimbalzò inanimato mentre il legno vibrava. Mentre tutti pensavano alla tragedia, Charles si rialzò quasi subito scrollando la testa, mentre il palo continuò a muoversi ad ogni sollecitazione perché l'urto gli aveva tolto la guaina stretta del terreno.
Era (è) buono di bontà assoluta e qualcuno ne ha sempre approfittato, in campo come nella vita, ma la società Juventus gli è sempre stata vicina economicamente, anche dopo il suo ritiro, come la Juventus è ancora nel cuore di questo gigante dai capelli brizzolati.

Incise un disco, era la storia di un minatore, Charles aveva avuto esperienza anche in miniera e questo gli era servito per fargli vedere ancora più bello il mondo "di sopra".
Nella Juventus segna 105 reti in 178 presenze, vince tre scudetti e due Coppa Italia, ritornato al Leeds, dopo alcuni mesi accetta l'ingaggio della Roma con cui disputa la parte finale della stagione 1962-63. Trasferitosi definitivamente in Gran Bretagna gioca fin oltre i quarant'anni, prima col Cardiff City e poi nell'Hilford United.

Accanto al trio Boniperti-Charles-Sivori, alle ali erano schierati da una parte Muccinelli ed alla mancina Giorgio Stivanello, un veneziano maestro della galoppata lungolinea che si concludeva con il cross preciso per la testa di Charles o il tocco di Sivori. Ingaggiato dal Padova nel 1956, si trasferisce sei anni dopo al Venezia, non prima di aver messo insieme con la maglia bianconera 93 presenze impreziosite da 23 reti.
Dopo i fallimenti di Bercellino II, Traspedini e Dell'Omodarme, Virginio De Paoli passa alla storia per essere stato il centravanti titolare della Juventus tutta "movimiento" allenata da Heriberto Herrera e vincitrice di un rocambolesco ed inaspettato tricolore nel 1967. Il suo numero migliore è la gran legnata che gli consente 21 realizzazioni a fronte di 58 presenze.

Gian Paolo Menichelli In quella Juventus operaia presieduta da Vittore Catella militavano anche Gian Paolo Menichelli e Gianfranco Zigoni. Il primo venne acquistato dalla Roma nel 1963, veloce e battagliero, puntuale nel cross dalla sinistra, fu uno dei punti di forza della Juve heribertiana e giocò anche in Nazionale; nella Juve ben 194 presenze e 59 gol.
Zigo-gol, invece, non a caso viene ribattezzato "Cavallo pazzo" per il suo carattere anarcoide che poco si presta alla disciplina ed agli schemi tattici. Croce e delizia di allenatori e tifosi, Zigoni inanella 118 presenze e 32 reti, prima di girovagare per l'Italia in cerca di pace e gloria.

La corsia destra era percorsa in lungo e in largo dal cremonese Erminio Favalli che ebbe anche il grande merito di realizzare la rete della vittoria, lui così avaro di realizzazioni, contro l'Inter il 7 maggio 1967 che permise di ridurre lo svantaggio in classifica ed iniziare la rimonta sui nerazzurri.
L'anno precedente il tredicesimo scudetto se ne era appena andato via, al Cesena, Gino Stacchini, ala sinistra tascabile, famoso anche per un celebre flirt con Raffaella Carrà. Dribbling secco e guizzante, Stacchini si forma nelle giovanili bianconere e debutta in prima squadra nel 1955, ai tempi dei "Puppanti".
Dopo il necessario rodaggio diventa titolare al fianco di Boniperti, Sivori e compagnia bella; fioccano gli scudetti, alla fine saranno quattro tre invece le Coppa Italia vinte, e lui se li merita tutti, così come le 6 convocazioni in azzurro ed i suoi 3 gol.

Romagnolo di S.Mauro Pascoli, come detto lascia la Juve nel 167 per chiudere la carriera nella sua terra con alle spalle 279 presenze e 55 reti.
Particolare curioso, nel 1967 viene assoldato lo svedese Roger Magnusson, il quale può essere impiegato solo in Coppa dei Campioni; se la cava piuttosto bene, realizzando 2 reti in 6 incontri e giustamente chiede spazio, per cui l'anno dopo verrà ceduto.

Con l'inizio degli anni Settanta la Juventus subisce un radicale rinnovamento; al vertice Catella viene richiamato a nuovi incarichi in Fiat ed inizia l'era Boniperti, inizialmente affiancato da un altro profondo conoscitore di calcio e di mercato quale Italo Allodi. Anche i quadri tecnici vengono particolarmente ringiovaniti, affidando la panchina allo sfortunato Armando Picchi ed acquistando una nidiata di giovani promesse, alcune delle quali si perderanno per strada mentre altre si risplenderanno nel firmamento del calcio italiano.

In particolare nel reparto avanzato transitano i vari Fausto Landini II, Roberto Montorsi, Giuliano Musiello e quell'Adriano Novellini che tutto sommato se la cava egregiamente quando viene chiamato in causa all'indomani dell'infortunio di Bettega.
Sono gli anni in cui comincia a mettersi il trio Causio-Anastasi-Bettega. Per gli ultimi due si rimanda alle rispettive schede monografiche, Franco Causio ha interpretato il ruolo di tornante come di rado si è visto.

Soprannomimato "Barone" per l'ostentata eleganza fuori campo unita ad una buona dose di presunzione e "Brazil" per la classe sopraffina che invece sciorinava sul terreno di gioco, giunge alla Juve via Lecce (sua città d'origine) e Sambenedettese; debutta a Mantova nel 1967, poi viene dirottato alla Reggina ed al Palermo. Rientra nel 1970 e per undici consecutivi anni delizia la platea juventina con spunti di alta classe e talvolta con reti di rara fattura.
Gli inizi sono duri per il giovane leccese conscio della propria classe e convinto che sia la Juve a dare qualcosa a lui e non viceversa; ecco spiegati gli anni passati in prestito in provincia con la speranza di farlo maturare caratterialmente; piano piano Causio si adegua alla nuova realtà ed al nuovo stile bonipertiano: è il primo a presentarsi all'allenamento, capisce che deve sacrificarsi professionalmente, "studia" i dribbling virtuosi di Haller e li perfezionerà arricchendoli della tipica fantasia meridionale che si porta dentro, spesso ha degli atteggiamenti scorbutici ed arroganti, ma quando arriva la domenica è da lui che parte il lancio vincente ora per Bettega, ora per Anastasi.
Non esitava anche a concludere personalmente (celebre una tripletta all'Inter) ed era l'indiscusso padrone dei calci piazzati.

E Causio diventa una pedina fondamentale per vincere gli scudetti numero 17 e 18 (alla fine saranno sei quelli vinti dal "Barone") e di conseguenza gli si spalancano anche le porte della Nazionale. Disputa uno strepitoso mondiale argentino, per un debito di riconoscenza il saggio "vecio" Bearzot lo porta anche in Spagna per fargli disputare un solo minuto della finalissima, quanto basta per iscrivere negli almanacchi anche il suo nome tra quelli campioni del mondo.
Tra il 1980 ed il 1981 non accetta che il giovane Marocchino cerchi di offuscare la sua stella e soprattutto non accetta certe sostituzioni operate nei suoi confronti dal "Trap" e quando l'allenatore lo sostituisce per l'ennesima volta a Catanzaro la lite divampa apertamente.
Nell'estate del 1981 viene trasferito all'Udinese dove a formare una coppia funambolica con Zico, in seguito giocherà ancora con Inter e Lecce.
447 presenze e 72 reti, 6 scudetti, 1 Coppa Italia e 1 Coppa Uefa il suo palmares juventino, 63 presenze e 6 reti quello azzurro.

In mezzo a tanta gioventù vi è anche un "vecchietto" miracoloso ingaggiato da Boniperti per fare la riserva di lusso. Parliamo naturalmente di Josè Altafini, già gloria della nazionale carioca, del Milan e del Napoli, scanzonato giramondo con la vocazione del gol.
Altafini è stato un esempio di longevità sportiva, grazie ad una sua caratteristica tutta particolare: sapeva risparmiarsi, levava il piede dai tackles dolorosi, ma sapeva metterlo nel momento della finalizzazione. Nei quattordici anni precedenti segna reti a go-go, quando giunge alla Juve, nel 1972, ha già 34 primavere alle spalle e naturalmente arriva accompagnato dallo scetticismo generale. Ma ancora una volta stupisce. Leggendaria la sua rete allo scadere segnata al Napoli, per i partenopei diverrà "core 'ngrato" che in pratica sancisce il sedicesimo scudetto, dopo che con altre incornate e zampate aveva contribuito anche alla conquista del quindicesimo.
Smette trentottenne a Chiasso, in Svizzera per poi dedicarsi ad una divertente carriera di commentatore sportivo, in linea con il personaggio.

Altro grande bomber del calcio italico che visse una seconda giovinezza con i colori bianconeri fu "Bonimba", ovvero Roberto Bonisegna.
All'indomani della sciagurata stagione 1975-'76 Boniperti intraprende una vera e propria epurazione di coloro che giudica responsabili dello scellerato finale di campionato; sull'asse Torino-Milano si realizza il doppio scambio Capello-Benetti col Milan e Boninsegna-Anastasi con l'Inter.
Tutti credono che stavolta Boniperti sia davvero impazzito, vista l'età dei nuovi arrivati, invece ancora una volta il presidentissimo aveva visto giusto ed i due nuovi arrivati si rivelarono decisivi per l'accoppiata scudetto-Coppa Uefa del 1977.

Bonimba, vecchia bandiera nerazzurra ed ormai trentatreenne, vuole subito dimostrare di non aver accettato il passaggio al "nemico" solo per strappare un ultimo ingaggio. E lo dimostra con estrema professionalità a modo suo, cioè a suon di reti, compresa la doppietta segnata nel primo incontro giocato contro l'amata Inter.
Nel meccanismo quasi perfetto che era quella Juve prima versione trapattoniana Boninsegna si integra a meraviglia, grazie al suo sviluppato senso tattico, alla potenza del tiro ed alla tenacia combattiva. Il bilancio conclusivo dei tre anni è lusinghiero: due scudetti, una Coppa Uefa, 93 presenze e 35 reti.

Anni dopo, nel 1988, viene ritentata la stessa operazione con Alessandro Altobelli, ma "Spillo" non ricalcherà le orme di Boninsegna, pur segnando la rete vincente di un derby giocato il pomeriggio del 31 dicembre ed a fine stagione lascerà Torino per Brescia. Al suo fianco giostrava il funambolico Rui Barros, un peperino alto appena un metro sessanta che nella sua prima stagione in Italia fa ammattire le difese, ma l'anno dopo, complice anche un infortunio, non riuscirà ad emulare le proprie gesta.

Giuseppe "Oscar" Damiani (Flipper per i tifosi, da come venne chiamato da Spinosi) prima e Sergio Gori in seguito furono due valenti rincalzi che, quando chiamati in causa, non lesinarono di dare ottime risposte.
In previsione dell'inevitabile declino agonistico di Baron Causio, la Juve ingaggia due promettenti giovani: il friulano Pietro Fanna ed il vercellese Domenico Marocchino.
Il primo fallisce completamente sul piano caratteriale e troverà onori e gloria in provincia, nel Verona di Bagnoli, il secondo era una talentuosa e virtuosa ala destra, ma per nulla votata al sacrificio professionale.

Ricco di famiglia Marocchino probabilmente ha, forse inconsciamente, interpretato il ruolo di calciatore come un hobby e non come una professione vera e propria, fin dai tempi della militanza nello Juniorcasale. Cresciuto nelle giovanili juventine, dopo i prestiti a Casale, Cremona e Bergamo, viene richiamato nel 1979 e con le sue 137 presenze e 12 reti concorre pienamente ai successi del 1981 e del 1982 e Coppa Italia 1983, riuscendo anche a vestire in un'occasione la maglia azzurra.
Un altro prodotto del vivaio è stato Giuseppe Galderisi, detto "Nanu" per la piccola statura. A fronte delle sue 32 presenze e 7 reti, tre delle quali inflitte tutte insieme al Milan, contribuisce alla vittoria di due scudetti ed una Coppa Italia, prima di accasarsi al Verona dove è tra gli artefici dello scudetto del 1983.

21 dic. 2002

 
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