| luned́ 21 settembre 2009 | |
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Marchisio, spot Juve "Uno che ce l'ha fatta" Che somiglia sempre più a Marco Tardelli, l’ha gridato, in trance agonistica (di entrambi), pure Caressa dal megafono di Sky, mentre Claudio Marchisio planava sulle ginocchia per festeggiare il gran gol infilato al Livorno. Appiccicato ormai il modello cui misurarsi, non resta che imitarne la fantastica carriera, pure se di Tardelli, Claudio conosceva l’urlo («anche se non ero ancora nato») e poco più, tanto che appena Stefano Borgonovo anni prima buttò lì il paragone, filò a documentarsi su internet: «Nella corsa e in qualche movenza, forse un po’ gli somiglio», disse. Per pedinare le gesta di Tardelli, vorrebbe cominciare da questo scudetto: «Vogliamo vincerlo e non ci possiamo fermare adesso - diceva ieri - intanto abbiamo cominciato bene e una grande squadra lo deve fare. Deve vincere la trasferte difficili come a Roma e le partite contro le piccole». Anche se qualcosa rischi: «Abbiamo sofferto molto, ma Buffon è in un periodo straordinario, si conferma il migliore al mondo». Dev’essere la voglia di assaltare: «È il gioco che ci porta a questo, andare in avanti per sfruttare più occasioni possibili da gol». Specializzazione che gli appartiene: tre reti la scorsa stagione, il primo di questa sabato sera: «E ne sono felice, perché posso dedicarlo a mio figlio Davide. E poi c’ero rimasto male per aver colpito la traversa contro il Bordeaux». Tornato alla Juve un anno fa, da Empoli, sgobbò molto e parlò poco, limitandosi a tracciare l’obiettivo, sulla coda d’agosto, a Bratislava per il preliminare di Champions: «Arrivai a Empoli e non dovevo giocare, poi le cose sono andate diversamente. Voglio giocarmi le mie chance anche qui». Strappò minuti, tanti, già l’anno scorso, e pare sempre più dura lasciarlo fuori. Anche in Nazionale sta ribaltando le gerarchie, fedele al motto tatuato sull’avambraccio: «Impossible is nothing». In due anni s’è cambiato la vita, mica solo dentro al prato: due estati fa ha sposato Roberta, campionessa di tennis under 16 («mi dava 6-0 ora arrivo al tie-break»), poi il piccolo Davide, arrivato sulla soglia dell’azzurro: «Un giorno gli spiegherò perché sono mancato quella settimana», raccontò, colpendo molto Marcello Lippi, che se l’era portato in Georgia, pur infortunato. Marchisio, da torinese e juventino («con i dodici anni di giovanili, e quello di serie B siamo alla quindicesima stagione») è lo spot perfetto per la società bianconera. Insieme a Giovinco che, in mezzo alle critiche, non abbandona: «Non lo vedo proprio in difficoltà, sta dimostrando di essere un giocatore da Juve». Ieri, non a caso, era al torneo che ricorda Alessio e Riccardo, i due delle giovanili bianconere morti nel laghetto di Vinovo tre anni fa: «Erano due ragazzi di grandissime potenzialità, erano nella “Beretti” - dice Marchisio - e si stavano affacciando alla Primavera. Il loro ricordo in noi è sempre vivo e lo dimostra anche questo torneo che la Juve ogni anno organizza». Ormai i giovanissimi lo scrutano come uno che ce l’ha fatta: «Mi sembra di rivedere me quando guardavo la prima squadra, da piccolo». Come s’era rivisto un anno fa, entrando in campo contro il Real, nei piccoli che sventolavano il telone della Champions a centrocampo. Roba che faceva lui. Quella sera pensò un’altra cosa: «Ora o mai più, questo è il treno che passa». C’è salito e non è più sceso.
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